Archivio di aprile 2005

25 aprile 2005 – Delle divergenze tra i cosiddetti studenti di sinistra e me

Jacopo Nacci, 25 aprile 2005

Sto finendo di pranzare. Entra in cucina dando un calcio alla porta. Sbadiglia, rutta, si accende una sigaretta, inaugura il suo mattino delle due del pomeriggio. Mi racconta quante canne si è fatto ieri notte fino alle cinque mentre tento di ascoltare il telegiornale. Poi mi dice di cambiare canale, che sennò gli vengono le paranoie, a sentire come va il mondo. Lancia una bestemmia al soffitto, a quella vecchia di merda, dice, che si sente quando spazza e gli dà fastidio. Getta il mozzicone nel giardino di quello di sotto.
-Scusa,- grida quello da laggiù, -scusa: potresti evitare di gettare i tuoi rifiuti nel mio giardino.
-Fascista di merda,- gli risponde lui, -adesso non posso nemmeno farmi i cazzi miei che te devi stare a rompermi l’anima.
Rutta. Si attacca alla playstation, intanto parla degli sbirri che sono arrivati ieri notte mentre suonava il bongo sotto la casa di un pensionato.
-Sbirri di merda,- dice, -adesso la sera non posso nemmeno divertirmi.
Prende l’ultimo cucchiaino pulito, mangia mezzo yogurt, butta l’altra metà, getta il cucchiaino nella sua personale montagna da lavabo.
Finisco di mangiare. Lavo i piatti che ho usato nel poco spazio disponibile. Mi asciugo le mani.
-Io vado,- faccio.
-Dove?- dice lui.
-In camera, ho da fare.
-Come hai da fare? che hai da fare che oggi è festa? non l’avevi finito il lavoro per l’università?
-Sì,- faccio io, -ho da fare altro.
-Eh! Anche io ho da fare: devo assolutamente finire questo livello,- dice indicando col mento lo schermo della play, -poi devo andare a farmi le canne con Lucia, e poi oggi c’è la manifestazione contro l’ordinanza. Non vieni?
Si accende un’altra sigaretta.
-Non credo,- faccio io.
-Come?- fa lui, -ma scusa ti pare giusto che sfruttano i giovani come noi, con le tasche vuote, e poi ci tolgono la libertà, ci mandano gli sbirri?
-Dipende,- faccio io, -in generale non mi pare giusto. Senti, c’è da pagare la bolletta della luce.
-Eh?- fa lui con il joypad in mano e lo sguardo sullo schermo, -ma che se ne andassero affanculo ‘sti stronzi, sempre a dissanguarci.
-Sono venti a testa,- faccio io.
-Ce le hai da mettere tu?- fa lui spegnendo la sigaretta sul pavimento, -io non ce le ho, adesso, cioè mi servono, devo uscire, anzi ho proprio finito i soldi, in questa città di merda ti tolgono il sangue. Mai una politica per i giovani, mai uno spazio per la cultura, mai qualcuno che si sbatte, però sempre a spillarti i soldi, ‘sti preti fascisti massoni froci.
-Io non ce le ho neanche per me,- faccio io raccogliendo il suo mozzicone.
-Senti ma tu esci, dopo?- fa lui.
-Può darsi, se mi dai i soldi vado a pagare la bolletta.
-No,- fa lui, -è che ho finito le sigarette, in caso se me le puoi comprare.
Esco dalla cucina. Spengo tutte le luci che lui ha lasciato accese. Mi metto al computer. Mi accorgo che ho dimenticato il cellulare in cucina. Torno a prenderlo. Entro e lui sta urlando al telefono:
-Senti pa’, no, te non ti rendi conto, questa città ti dissangua, io ci sto attento coi soldi, ma arriva una bolletta al giorno, adesso la luce, devo dare cinquanta euro. No vabbé, sì che le ho finite quelle, ma cosa credi? cioè erano cinque giorni fa. Tre? Vabbè, stai a guardare il capello. Guarda, pa’, che qui non si può vivere, guarda che qui la gente proprio non ha ritegno.

Aprile

Jacopo Nacci, 22 aprile 2005

-Sai- ha detto il Marchese col suo tono affabile, -io non sono del tutto convinto che l’ordinanza miri a penalizzare i pakistani, anche se effettivamente c’è un certo risentimento da parte di molti nei loro confronti.
Mi sono versato un altro bicchiere di pignoletto fermo, gli americani ai tavoli attorno facevano un casino del diavolo.
-Dici, Marchese?
-Bè, credo che anche i pub avranno delle perdite consistenti. Al Mutenye pare che abbiano fatto già delle multe, e i ragazzi si trovano nella condizione di dover fare gli sbirri sulla porta e fermare tutti quelli che escono con i bicchieri in mano. Poverini, sai che stress.
-Dici, Marchese?
-Hai visto il manifesto Cin cin del Piccolo Gruppo in Moltiplicazione?
-Sì, l’ho visto, ma mi pare una cosa un poco fighetta, sarà la grafica. Non so, sono perplesso e filopakistano. Fuorisede, fuoristato, stessa merda. No? Poi quando farò i soldi andrò a farmi i frizzantini vestito con la grafica del manifesto Cin cin.
Abbiamo vuotato i bicchieri e siamo usciti sotto la pioggia. Quest’anno aprile è piovoso anche se tu sei qui. Forse ormai i pakistani sono diventati il simbolo di Bologna, per me, a forza di questo mio vivere in tesi, uscire alle undici e vagare per i diavoli miei da un pakistano all’altro, da una moretti all’altra, con la testa sempre troppo piena e il quaderno che mi hai regalato sempre troppo vuoto. È difficile prendere posizione, magari non lo farò più: scriverò dialoghi in cui io non compaio mai.

Io non so se voglio restare qui. Uscito dal corso, avevo la testa che mi scoppiava come i bidoni del rusco, e c’erano pezzi di robe anche fuori dalla mia testa come intorno ai bidoni del rusco in Piazza Santo Stefano. Sono entrato in casa che erano le otto e mezza. Ha squillato il cellulare, era Begotti, quello a cui pago l’affitto.
-Pronto.
-Senta io, a me, mi han detto delle cose, dei casini, a me queste cose non vanno bene micca.
-Eh?
Mi tolgo la giacca armeggiando col cellulare.
-Mi scusi, non capisco- gli ho detto, mi sono passato una mano sulla fronte, ho chiuso gli occhi.
-Senti io con te non ho mai avuto problemi, non ti ho mai chiamato per lamentarmi.
-Scusi, continuo a non capire: casini?
-Delle persone, ascolta, delle persone sono venute a lamentare con me: mi han detto che fate il casino la notte, e poi mi hanno detto anche dei traffici di mobili.
-Eh?- ho buttato il sedere sul letto, -cosa? Guardi, i mobili sono tutti qui, può venire a controllare.
-No, dico, che hanno detto, che i mobili sono stati spostati di notte.
-Eh?
-Insomma, ti sto parlando no, allora ascoltami insomma: qualcuno ha, si è messo a, spostare dei mobili di notte, ecco: la notte spostate i mobili e fate casino.
-Signor Begotti, io non so di cosa stia parlando.
-Senti io non voglio più aver lamentele dai condomini.
-Scusi, si può sapere chi si è lamentato?
Begotti ha cambiato voce, come se all’improvviso sorridesse:
-Eh, come sai, no, come si dice, si dice si dice chi è il peccato ma non il peccatore.
-Cioè lei mi sta accusando di cose che non sono mai successe raccontate da gente che non si sa chi è.
-Ascoltami, che sono più vecchio di te e ne so di più: la gente non si lamenta per, non si lamenta se non è successo niente, si lamenta per qualcosa.
-Sì, ma chi? Io voglio sapere chi si è lamentato di cose che non esistono. Voglio sapere perché non è venuto da noi a rinfacciarci cose che non esistono e invece è venuto da lei.
-Insomma,- ha gridato Begotti, -voi non potete fare il casino la notte, lo capisci o no.
-Io capisco che sono stanco morto, che la notte quando sono a casa lavoro al computer o mi guardo i dvd in cuffia, e puntualmente mi addormento, capisco che i mobili non si sono mai spostati, che se cade uno spillo mi sveglio e non mi sono svegliato. Capisco che qualcuno ha voglia di discorrere perché non ha niente da fare, e se casca una forchetta in cucina alle due di notte viene fuori che abbiamo fatto una festa fino alle sei, capisco che, e mi vergogno a dirlo tanto è banale, capisco che ancora c’è gente che decide che la forchetta è casino perché c’ho un orecchino nel naso e non vado in giro in giacca e cravatta.
-A me non hanno detto dell’orecchino, mi han detto del casini, dei casini che fate a notte. Dillo anche lì ai tuoi amici, insomma quelli che vivono lì con te. Che così non mi vanno bene micca, li ho visti come sono, cioè io non li conosco, però non voglio casini.
-Gli dirò che qualcuno che non si sa chi è si è lamentato di cose che non ci sono.
-Ecco diglielo.
C’è stata una pausa. Poi Begotti ha detto:
-Ti sento alterato.
-Sente bene.
-Non sei mai stato alterato con me.
-Ci pensi.
-Chiudiamola qui. Senti il tuo amico allora il contratto lo vuole fare, quando scade il tuo, o no? Io ancora non l’ho sentito micca? Neanche lo conosco io a.
-Scusi, prima il mio amico faceva casino, adesso vuole affittargli la casa.
-Lascia perdere il discorso di prima, il discorso di prima era, era di prima, adesso è il discorso di adesso: vuol fare il contratto o no?
-Che ne so io? Lo chieda a lui.
-Digli di chiamarmi.
-Arrivederci.
-Arrivederci.
Mi sono buttato sul letto e non riuscivo più ad alzarmi. Ho guardato l’orologio: erano le nove e sei, ho preso i grumi di forza rimasti e sono uscito, ho corso fino a Via delle Moline ma il paki stava chiudendo. Sono andato fino al Mutenye, a farmi una Augustiner.

-È assolutamente un’ordinanza razziale,- ha detto Cocìss.
-Dici?
-Certo, e poi lo hai detto tu. È chiaro che è così. I pub hanno solo da guadagnarci e Bologna vuole far fuori i paki. È oltremodo chiaro.
-Dici?
-Ma è ovvio. Lo hai detto tu.
Siamo andati a pagare i caffè. Accanto alla cassa c’era la petizione del Piccolo Gruppo in Moltiplicazione. Cocìss ha firmato. Ce ne siamo andati sotto la pioggia. Non voleva smettere. Erano le sette e mezza. Sono passato in Piazza Verdi ed era il solito schifo. Sulla strada di casa, in Via delle Moline, sono entrato dal paki.
-Ciao bello, come va- mi ha detto il paki stringendomi la mano e poi portandosela al cuore.
-Bene tu?
-Bene, bene!
Ho preso due moretti, accanto alla cassa c’era la petizione del Piccolo Gruppo in Moltiplicazione. Sono uscito, ho mandato un sms a Cocìss:
«anche i paki firmano la petizione, e la tengono sul banco».
Sono andato a casa, ho cenato, mentre guardavo ottemmèzzo è arrivata la risposta di Cocìss:
«i baristi fighetti intortano i paki, gli fanno fare propaganda, poi li fanno chiudere».

Ieri sono andato alle poste per pagare la bolletta. Quando sono rientrato, al terzo piano, sul pianerottolo, c’era Rusconi, in maglietta e pantaloncini. Era uscito sul pianerottolo così com’era, col freddo che faceva, con i calzini dentro le ciabatte, stava con le mani aggrappate alla ringhiera e guardava sotto. Mi ha visto salire le scale e ha detto:
-Eri tu?
-Ero io cosa?
-Eri tu che hai chiuso il portone, adesso?
-Sì, sono stato io, sono entrato.
-No, perché ho sentito che suonavano nella casa di qua.
-Sì, c’era una ragazza di sotto.
-Credevo che era la pubblicità, quelli che vengono a metterti la pubblicità- mi ha detto con lo sguardo sbarrato, -lo senti quando ti suonano e hanno l’accento degli importati.
-L’accento degli importati?
-Sì, importati, come quelli che vendono da bere, che adesso gli è arrivata una bella batosta, era ora, che li ho visti adesso che chiudono, ah ma gli sta ben.
-Ah, dice gli extracomunitari.
-Non se ne può più.
-Non se ne può più di cosa?
-Degli importati.
-Ah, già… Io salgo. Arrivederci Rusconi.
-Arrivederla.
Ho ripreso a salire, lui è restato un po’ a guardare nella tromba delle scale, e intanto ha parlato con la moglie che era in casa. Mi sono fermato e ho ascoltato:
-No, non era un importato, ah, ma col bastone nodoso io.
Poi ho sentito la porta che si chiudeva.
Poi sono entrato in casa.
Poi mi sono buttato sul letto e ho guardato la pioggia fuori.

Oggi mi sono svegliato e c’era il sole. Le previsioni dicono che domani tornerà la pioggia. Non ne avevo la benché minima voglia ma era necessario farlo: oggi o mai più. Ho preso lo spazzolino e l’ammoniaca. Sono andato sul terrazzo. Da sotto al vecchio mobile che teniamo là ho tirato fuori le due paia di scarpe con le quali ho pestato la merda. La mano sinistra dentro la scarpa, nella destra lo spazzolino intinto nell’ammoniaca. Ho cominciato a strofinare.