Archivio di settembre 2005

Io li chiamo i nomoteti

Jacopo Nacci, 8 settembre 2005
Appeso alla maniglia della finestra della cucina, il sacchetto della spazzatura contiene solo la metà della spazzatura. La seconda metà della spazzatura è al di sopra del sacchetto, o meglio, al di sopra della spazzatura che riempie il sacchetto: fazzoletti unti, scatolette di tonno, vaschette di mozzarella, i più svariati rifiuti dell’industia alimentare si inerpicano in spericolati pinnacoli per un’altezza pari a due terzi dell’altezza del sacchetto, sviluppandosi per una larghezza pari alla larghezza del sacchetto più un terzo. È spesso notevole mettere in rapporto il sacchetto della spazzatura con l’ultimo cassetto della cassettiera, perenemmente aperto a causa dell’enorme quantità di sacchetti di plastica che si è deciso esso debba contenere. Faccio un passo dentro la cucina. Sento qualcosa scricchiolare sotto le suole delle mie ciabatte. Torno indietro. Faccio la doccia, mi vesto, faccio colazione al bar con un cappuccino e una pasta ricoperta di glassa. Leggo il giornale. Penso a quello che loro mi hanno detto. Mi hanno detto che loro non esiterebbero a definire «pulito» ciò che vedono, ciò in cui vivono. Faccio cadere dalla felpa le briciole di glassa.
Dissolvenza.

Sono al mediomarket sotto casa. Ho un dubbio atroce. C’è solo una persona che può preoccuparsi di comperare i panni per il pavimento, e quella persona sono io. Il panno per i pavimenti è quella cosa che molti individui usano per pulire i pavimenti: lo si immerge in un secchio dove si è precedentemente versata una mistura di acqua e un qualsiasi prodotto igienizzante, lo si strizza, lo si getta sul pavimento e con uno scopettone lo si passa in ogni angolo. Anche a casa nostra si usa il panno per i pavimenti. Il nostro ora è in bagno, da circa un mese e mezzo. La mia specificità mi condanna a sentire un penetrante odore di escrementi ogni volta che gli passo accanto. Il mio dubbio è questo: il turno della cucina, il prossimo, sta a uno di loro; sempre che lo faccia, perché la settimana appena passata stava all’altro di loro. Che lo ha sistematicamente saltato, così, come si presta pochissima attenzione all’opinione di un pressapochista. Ora, la persona cui spetta il turno di questa settimana ha due opzioni: o saltarlo per il fatto che l’ha saltato il suo predecessore, e questo implica che io dovrò pulire la cucina; o obbligare il suo predecessore a fare il suo turno. Dunque: o io dovrò passare un’ora a cercare di lavare l’illavabile panno che ogni giorno allerta olfattivamente il mio sistema fisiologico, o dovrò comperare un panno nuovo e farlo trovare al posto di quello vecchio, o chi farà il turno userà il panno vecchio intriso di merda e lo passerà su tutta la superficie del pavimento della cucina.
Dissolvenza.

Sono impalato ormai da quattro minuti di fronte allo scaffale di panni e detersivi del mediomarket. Non riuscirò mai a lavare il panno che sosta nel bagno. Ma io so anche che se ora comprerò quel panno e non lo userò io per primo, quel panno la prossima volta sarà da buttare via esattamente come il suo predecessore. Dunque o vivo nella merda, o spendo dei soldi che non dovrei spendere, o perdo del tempo che non dovrei perdere a lavare il vecchio panno, o spendo dei soldi che non dovrei spendere e perdo del tempo che non dovrei perdere a comprare il panno nuovo, pulire la cucina e lavare il panno.
-Pippicalzelùngheee. Pippicalzelùngheee.
Mi giro e vedo una dipendente sulla trentina, occhialuta, col camice bianco a righe celesti.
-Pippicalzelùngheee.
Guardo nella direzione in cui lei sta guardando e chiamando. Vedo una ragazza che non ho mai visto, anche lei con il camice dei dipendenti. Ha i capelli rossi rossi, legati in due trecce ai lati della testa. Stava armeggiando china di fronte a uno scaffale con dei cartoni di succo di frutta tra le braccia, li appoggia sul pavimento e si dirige verso la tipa che la chiama «Pippicalzelùnghe».
-Vieni qui, che ti faccio vedere alla signora Zanotti.
Mentre la ragazza si avvicina seria, con il capo leggermente chino, la dipendente con gli occhiali la indica con un movimento del mento all’anziana cliente che le sta accanto con la borsina da cui escono gli sfilatini e i sedani. Sorridendo, dice con un pesantissimo accento veneto:
-Io la chiamo «Pippicalzelùnghe».
È molto soddisfatta. Vado alla cassa con il sacchetto che contiene tre panni per il pavimento. Pago. Esco. Sul marciapiede passeggiano due ragazze. Hanno i capelli rasati ai lati, il resto è un poco colorato di verde e arancione e intrecciato in dreadlock, sono vestite di cose scure indistinte, una dice all’altra:
-Secondo te è più bella la rana o la scimmia?
Dissolvenza.

Sono al trentasei di via Zamboni, la biblioteca di lettere con sala studio e angolo ricreativo per gli studenti. Di solito ci si finisce a fare il caffè anche se non si sta studiando là. Sono passato per salutare Giovanni, un ragazzo che si è laureato con il mio stesso relatore. In attesa che gli scada il contratto da portiere e torni a occuparsi delle galline, quando ha un po’ di tempo libero va al trentasei a leggere il giornale o libri di logica, inglese o grammatica italiana. Quando entro è nel cortile che parla con una ragazza vestita di abiti scuri, tra il grigio e il nero. È truccata abbastanza pesantemente e porta i capelli a ciuffi un po’ arancioni un po’ verdi, mentre un altro po’ di capelli son rasati.
-Ti presento Francesca- fa Giovanni.
-Piacere Francesca- faccio io mentre ci stringiamo la mano.
Lei sorride lievemente e mi squadra dalla testa ai piedi, poi dai piedi alla testa. Le sorrido anch’io. Lei apre un poco la bocca e mi gaurda torva.
-Allora?- fa Giovanni.
-Allora sto ancora a pensarci e intanto cerco lavoro. Ma rimugino.
-Perché ancora non hai compreso l’inelluttabile destino di quel maleficio che è la vita.
Francesca ha un sussulto, come se qualcosa fosse improvvisamente entrato dentro di lei e ne avesse preso possesso. Questo qualcosa la afferra alle caviglie e da lì le scarica lungo le gambe e la spina dorsale una lunga e poderosa scossa che le inarca la schiena all’indietro, che le conquista la bocca trasformandola nell’organo di un raglio, che le prende il braccio sinistro lo porta alla spalla di Giovanni e le fa dire:
-Graaande Giovaaanni!- per poi riprendere con quel raglio. Io taccio un poco. Saluto Giovanni. Esco dal trentasei.
Dissolvenza

Nel silenzio della dormitudo guardo dentro la cucina. La cornucopia appesa per un manico alla maniglia della finestra si protende disperante e muta verso di me offrendo alla mia vista l’abbondanza di confezioni di pasta e bottiglie di plastica vuote, tutte rigorosamente libere di espandersi al massimo della loro vacua capienza, ornate di filtrini oleati di marrone. La cornucopia si offre disperata: sa che il miracolo sta per terminare e il suo meraviglioso sostenuto (diverso dal contenuto) si riverserà a terra. Guardo verso il cassetto dei sacchetti, senza domandarmi, come avrei fatto un tempo, il perché del loro mancato utilizzo: a certe domande non c’è risposta, e, ogni volta che ho provato a rivolgere la domanda, ho avuto come risposta un volto inespressivo, la bocca semichiusa, lo sguardo fisso al mio, come se la domanda l’avesse posta il mio interlocutore. La normalità non va domandata, solo nominata. Il nome crea la normalità. Prendo un grande sacchetto giallo dell’Ecu e ci infilo la cornucopia, finalmente libera di rilassare la muscolatura. Afferro il barattolo del caffè: è vuoto. Mi faccio la doccia, mi vesto, scendo. Faccio colazione al bar. Pago, esco e vado al mediomarket. Compro un pacco di caffè, così domani mattina ho il caffè. Vedo la dipendente veneta che parlotta con una signora quasi identica alla signora di ieri, ci sono altre due ragazze ma non vedo la ragazza con i capelli rossi. Torno a casa. Uno di loro sta parlando a un cellulare, dietro ad una porta chiusa. Lo sento dire:
-Perché lei viene dalla montagna. Io la chiamo Heidi. Heidi, la chiamo, ché viene dalla montagna.
Mi chiudo in bagno. Vedo il panno per i pavimenti nuovo: non è più nuovo. È stato usato per assorbire qualcosa di giallo, ed è stato lasciato là, col suo tumore giallo addosso, affinché esso penetrasse dentro di lui e lo impregnasse, perché ciò che è pulito è cattivo.
Dissolvenza.

Nel silenzio della dormitudo guardo dentro la cucina. Lo spettacolo è maestoso. La grande busta gialla dell’Ecu è stata modificata, come l’Arcadia che da nave è diventata astronave, come il template standard del mio blogg. Ora è un’immensa cornucopia solo per metà gialla, per l’altra metà multicolore. Sulla sua sommità spicca imperiosa, ancora piena di acqua lattea, una vaschetta di mozzarella di bufala, inserita nella composizione per mezzo centimetro di lembo della parte superiore, dal lato non aperto. Sciami di moscerini pattugliano le superfici del loro pianeta. Non è più questione di toccare la cornucopia: qui è il minimo colpo d’aria, ma che dico, la minima vibrazione, ciò che può provocare la caduta. Facendo scricchiolare le ciabatte sul pavimento mi dirigo verso il barattolo del caffè. Lo afferro, e mentre i moscerini mi ballano intorno lo ripongo. Scendo al bar. Mentre bevo il cappuccino comprendo per l’ennesima volta che considero l’intenzionalità nella maniera sbagliata: io considero l’intenzionalità qualcosa di intenzionale, ma non lo è più, non nel senso di «intenzionalità cosciente»: essa è sepolta, agisce a livello neurovegetativo e si concretizza nella meticolosa ma non saputa distruzione dell’ambiente circostante.
Dissolvenza.

Mangio qualcosa in via Petroni. Per il caffè vado al trentasei di via Zamboni. Il ragazzo all’entrata mi conosce, mi ha visto passare centinaia di volte, avanti, indietro, però gli mostro ugualmente il badge. Vado alla macchinetta del caffè, quella robotizzata, con lo sportello che scorre e la mano meccanica che esce e ti porge il caffè. Incontro una ragazza che conosco. Ha i capelli arancioni e verdi, qualche pendaglio, vestiti scuri tra il grigio e il nero. Noto che ho solo cinquanta centesimi e la macchinetta indica che non c’è più resto disponibile. Faccio:
-Ciao Francesca, sei in fila?
Lei si gira, mi guarda torvo, non dice nulla, si volta di nuovo verso la macchinetta e come se parlasse a lei dice:
-Sì.
-No, perché ho cinquanta centesimi e la macchina non dà più il resto. Tanto vale non sprecarli, passo avanti e ne prendo due.
Non mi guarda, dice:
-Allora?
-Ti sto chiedendo se devi prendere il caffè, dato che ho cinquanta centesimi e la macchina non dà più resto…
Si volta, solo un istante, poi guardandomi i piedi:
-Uffa ma che cazzo vuoi? Sono in fila, sì, allora? Non posso? Che cazzo c’è che non va?
La ragazza davanti a lei preleva il caffè ed esce dalla fila. Lei mette dentro i soldi.
-Ti sto dicendo che ti pago il caffè.
Lei sbuffa, fa un gesto di stizza, respira a fondo, con voce calma, scuotendo la testa, mi dice:
-Sei arrogante.
-Perché sono arrogante?
Lei continua a scuotere la testa. Aspetto che se ne vada. Offro il caffè al ragazzo che sta in fila dietro di me. Lui è contento.
Dissolvenza.

Quando esco dal bar vado al mediomarket, con l’intenzione di prendere un succo di frutta all’arancio. C’è sempre la dipendente veneta sulla trentina e ancora una volta non c’è la ragazza nuova.
-Ei tu- sento dire dalla dipendente veneta da dietro di me, -ei, vieni un attimo qui, su.
Mentre imbocco il corridoio dei succhi di frutta quasi vado a sbattere contro una ragazzina con la divisa dei dipendenti. La guardo: è la ragazza nuova, ma non ha più i capelli rossi: ha i capelli neri, lisci e corti. Mi guarda per un istante, poi abbassa gli occhi. E obbedisce agli ordini.
Dissolvenza.