A cosa serve ciò che non serve a niente (4)

jacopo nacci, 19 settembre 2011
Haruhiko Mikimoto, Macross, 1982

Haruhiko Mikimoto, Chōjikū yōsai Makurosu, 1982

Ricapitolando, la mente ha in dotazione diversi recettori per diverse dimensioni del reale e per diversi gradi di una stessa dimensione; i sistemi operativi sono nati per semplificare la ricezione del reale, la semplificazione consiste nell’escludere dalla ricezione tutte le dimensioni tranne quella meccanico-estensionale, decodificabile dalla mente in base alle tecniche economiche, giuridiche, fisiche, e ai concetti di conveniente/non conveniente, legale/illegale, utile/inutile, ovvero le opposizioni che i robot chiamano non gratuite. La selezione operata dal sistema lascia dunque fuori le altre dimensioni – morale, culturale, estetica, spirituale – dove valgono le opposizioni che i robot definiscono gratuite, come buono/cattivo, giusto/ingiusto, bello/brutto, logico/illogico. In gergo si dice che queste dimensioni vengono “annientate” dal sistema operativo; eminenti robot hanno rilevato il monismo tecnico sotteso a questa espressione, e che sarebbe già un effetto dell’uso dei sistemi semplificanti: se si pensa che non considerare certe dimensioni del reale equivalga ad “annientarle”, significa che le si concepisce pregiudizialmente come immaginazioni, proiezioni; memi, come le definiscono le software house.

Il più fortunato pacchetto di annientamento dimensionale, ormai integrato in tutti i modelli di sistema operativo, è il noto Solipsium, giunto alla versione 2.0. Anni fa, Solipsium 1.0 ha rivoluzionato la gestione delle esigenze morali, culturali, estetiche e spirituali della mente equiparando all’opposizione tecnico/non tecnico l’opposizione oggettivo/soggettivo; da allora Solipsium induce il sistema operativo a considerare soggettive, e intrinsecamente ingiudicabili in termini di valore di verità, le proposizioni morali, estetiche e spirituali, come «è bello» o «è sbagliato», i cui predicati diventano così privi di senso; ciò ha prodotto un notevole salto in avanti della semplificazione annullando la sensazione di inadeguatezza sociale e culturale dell’utente, sensazione che all’epoca creava non pochi problemi nelle interazioni con gli umani ancora privi di sistema semplificante e con i dipendenti robot più sviluppati, che finivano spesso fracassati; alcuni ricorderanno la campagna pubblicitaria, dirompente per carica di semplificazione: «Solipsium: de gustibus».
Ma il problema delle interazioni sociali non era il cuore della questione, e gli sviluppatori di Solipsium lo sapevano; la loro era piuttosto una scommessa, e i fatti diedero loro ragione: Solipsium avviava un circolo virtuoso, il cosiddetto fenomeno della de-evolution: se restano in modalità soggettivistica per un periodo abbastanza lungo, i recettori delle dimensioni extra-utilitaristiche tendono ad atrofizzarsi, perché non trovano più campi di sviluppo, e le diverse esigenze pulsanti si convertono tutte sulla sola dimensione meccanico-estensionale mantenendo nel contempo la loro caratteristica carica emotiva, ciò che i robot chiamano il senso sacro.
È questa la fonte della fidelizzazione messa in atto mediante gli aidoru: «gli aidoru concretizzano il senso sacro», dicono i robot; ovvero gli aidoru firmano le opinioni politiche, economiche, giuridiche, fisiche sviluppate dalle software house, aggregando nella dimensione meccanico-estensionale tutta la carica emotiva di cui dispongono le menti su cui girano i sistemi operativi, sistemi operativi prodotti, ricordiamolo, dalle medesime software house. La coesione nel culto dell’aidoru e la riduzione delle posizioni politiche e culturali al numero degli aidoru in campo aumentano la semplificazione – concetto celebrato da ogni aidoru –, compresa la semplificazione della gestione del mercato da parte delle software house, il che è considerato un bene: i cittadini ritengono che la prosperità delle software house sia fondamentale per il proprio benessere.
Di Solipsium 2.0 mi occuperò nella prossima parte di questo resoconto.

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