Allo appetito delli uomini particulari

Jacopo Nacci, 18 ottobre 2009

Federica Sgaggio ha scritto qui del servizio di Mattino 5 sul giudice Raimondo Mesiano; ha sgombrato il campo da una serie di etichette e interpretazioni fuorvianti che si erano appiccicate al caso e, così facendo, ha aperto uno spazio di chiarezza per la riflessione. Ne approfitto: oltre all’intimidazione di cui scrive Federica, mi pare che il servizio mostri qualcos’altro. Non qualcosa di nuovo in senso stretto, perché è qualcosa di coerente con un’ideologia già veduta, e già scontata, e già invisibile. Non sono nemmeno sicuro che si possa parlare di intento: è difficile stabilire se vi sia intenzione o sintomo, coscienza o incoscienza, ma in quel servizio non riesco a non vedere all’opera il tentativo di ridurre un ordine logico, ovvero un ordine universale – la legge -, all’individuo. E, necessariamente, il tentativo di ridurre un ordine universale equivale al tentativo di annientarlo.
Il servizio riduce la legge a un uomo in particolare, riduce la matematica a corpo, vizi, abitudini, colore dei calzetti. E mi pare che qui ci sia pure, implicita, un’identificazione tra persona umana e desiderio, quindi: riduzione della legge alla persona e riduzione della persona alle sue motivazioni personali. E dunque: riduzione della legge a motivazioni personali. Sei giudice, ma sei uomo, dunque chi sei tu per giudicare? La legge, sì, ma la legge non esiste, non c’è l’universale, non c’è l’ordine logico. E, dove non c’è ordine logico, non ci sono ragioni, e allora il più grosso non si deve toccare, lui è là e basta, e tu no. Sei invidioso?


I signori dell’antidiscorso attribuiscono agli altri la loro stessa antropologia: siccome io non mi riferisco all’universale, allora nessuno si riferisce all’universale; siccome io ho scheletri nell’armadio, allora anche il moralista ha scheletri nell’armadio; e siccome è l’uomo che avvalora l’argomento, non la realtà, allora l’incoerenza del moralista confuta le sue affermazioni; siccome è il consenso che fa la verità, allora una verità senza consenso è falsa.
Per i signori dell’antidiscorso non esiste l’universale: al di là del valore di verità, affermare che il Presidente della Repubblica sia una persona di sinistra, che la maggioranza della Corte Costituzionale sia composta da persone di sinistra è già di per sé affermare che il loro operato sarà distorto da motivazioni ideologiche, avrà un bersaglio e questo bersaglio sarà raggiunto anche distorcendo passaggi che, lasciati al loro corso naturale, non avrebbero raggiunto quel bersaglio.
Che sia intenzione o sintomo, coscienza o incoscienza, creazione o riflesso – per ciò che conta ormai, corroborando il riflesso la creazione – mettere in piazza il corpo del giudice mi pare un altro modo della distruzione dell’ordine logico e del riferimento al reale, la stessa distruzione all’opera quando si pretende che l’esser moralisti (o l’esser zozzi) dei moralisti confuti le loro affermazioni, la stessa distruzione all’opera quando si pretende che la ripetizione di una proposizione valga come confutazione dell’argomento dell’interlocutore.

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