I forni

Jacopo Nacci, 19 giugno 2008

Mia madre mi dice che manca un po’ di roba. Mi chiede se passo a fare la spesa prima di tornare a casa. Così vado. Il discount è pieno di gente, come sempre. Prendo l’aceto, la carta igienica, poi mi metto a fare la fila al banco del pane.
«Dice che dentro quell’appartamento ci vivono pure in quattordici, quindici», dice una signora davanti a me. «Mamma mia per carità. Pensa che schifo», fa un’altra.
Intorno la gente ci urta con i carrelli. Qualche mamma dice al figlio di stare buono. Ci passa accanto una carovana di zingari, come se noi non ci fossimo. Parlano, sembrano fare la spesa proprio come noi, tirano giù i barattoli dagli scaffali, leggono le etichette, confrontano i prezzi. Poi però dicono cose che noi non possiamo capire. Un’altra lingua. Scorrono in un’altra corsia, quella con i surgelati. Li sentiamo ancora ma non li vediamo più.
«Io, per carità, non è cattiveria. Tutti c’hanno diritto di vivere. Ma questi no».
Mi sono già rotto le palle di stare in fila. Comincio a sbattere i piedi per terra, prima piano piano poi sempre più forte. Una signora si gira e mi guarda. Mi fermo.
«Ma se uno andasse lì con un bastone e li pigliasse a mazzate?», dice l’uomo dietro al bancone mentre strappa lo scontrino adesivo dalla bilancia e lo appiccica sulla carta marrone della busta del pane.


Tra un po’ tocca a me. Mi appoggio al vetro del bancone con tutte e due le mani. Mi sento stanco da morire. Chiudo gli occhi. «Prego», dice l’uomo del pane. Quella davanti a me ha una lista lunghissima di cose da chiedere, così ricomincio a sbattere i piedi piano piano. «Mi dai quattro rosette, un filoncino integrale e due etti di pizza bianca – dice la signora – quella lì che è? Pizza con le olive?». L’uomo del pane fa segno di sì con la testa. «E dammene un pezzetto, va’», dice la signora. L’uomo del pane appoggia la lama sulla rettangolo di pizza e aspetta un segno della signora. La signora dice «no, meno», allora l’uomo sposta la lama e taglia. Io non ce la faccio più. Alito sul vetro del bancone. Quando la chiazza appannata è grande abbastanza ci passo in mezzo il dito per lungo e per largo.
«’a ragazzi’! – dice l’uomo del pane – ma che sei scemo?». Faccio un salto. La chiazza si è già ritirata. Sul vetro è rimasta solo una croce unta. «Scusi», dico piano. «Ma anvedi questo», fa lui. Sento dietro di me due signore in fila. «Ma che è successo?», dice una a bassa voce. «È il figlio di Rita – dice l’altra bisbigliando – è sempre stato un po’…». L’ultima parola non la capisco anche perché l’uomo del pane mi chiede cosa voglio. «Sei rosette», dico. L’uomo apre bene la busta di carta marrone e ci lascia cadere dentro sei rosette, a due a due. Pesa, stampa lo scontrino, lo appiccica alla busta e mi dice «Ecco».
Me ne vado di corsa alla cassa. Fuori, passando davanti al tabaccaio, mi fermo per comprare le cartine.
«Le mani gli dovrebbero tagliare, le mani, poi vediamo se ci riprovano», dice uno mentre conta il resto delle sigarette. «Le Rizla», dico io al tabaccaio che mi ha guardato aspettando che parlassi. Quello si gira e tira fuori il pacchettino blu da uno degli scaffaletti che ha dietro alle spalle.
«Hai sentito di quei due che sono morti al cantiere l’altro giorno?», dice un altro che sta lì senza fare niente. «Due di meno», fa il tabaccaio mentre prende le monete che ho fatto cadere nella ciotola sul banco. Uno dei due lo guarda. «Eh lo so – dice il tabaccaio, per giustificarsi – è che ormai non ce la facciamo più». L’uomo che era lì senza fare niente fa segno di sì con la testa.
Mentre esco sento uno di loro, non so chi, che dice: «Bisognerebbe metterli tutti insieme in una piazza e spruzzargli la benzina addosso. Poi si butta dentro un fiammifero acceso e buonanotte a tutti».
Ho preso tutto quello che dovevo prendere. Mi incammino verso casa. I vecchietti seduti sulle sedie fuori dai negozi parlano tra di loro. «La frusta», dice uno. Vado avanti, struscio la mano contro l’intonaco dei palazzi fino a farla sanguinare. «I forni, le docce», dicono i pensionati col giornale sotto il braccio. Arrivo a casa col fiatone. Ci sono delle volte che penso che se almeno riuscissi a vomitare, magari dopo mi sentirei meglio. Ma troppe volte sono stato lì con la bocca sulla tazza del cesso a buttare fuori aria e non succedeva niente. Allora manco ci provo più a vomitare.
Mia madre mi dice «grazie», prende la busta e comincia a sistemare le cose. Pure mio padre dice qualcosa, ma io già non sento più niente.

Federico Platania, Il primo sangue

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