L’idolatria della contingenza

jacopo nacci, 8 settembre 2010

…Invece è da un secolo e più che siamo subissati da luoghi comuni, schematismi, unilateralizzazioni e teorie che, in un modo o nell’altro, celebrano la sola potenza del potere e della sua contingenza, un’idolatria della contingenza per cui ogni cosa può essere solo espressione di questa piccola, incombente e nullificante presenza: economica, politica, culturale, sociale. Niente sembra poter fuoriuscire.
[…]
Sembra che ogni cosa venga pietrificata all’istante, se toccata o anche solo sfiorata da una potenza o un dominio contingenti, come se non avesse un’altra potenza o un altro dominio dentro di sé. Perché, da un certo punto in poi, nell’ipertrofico mondo della cultura come in ogni altro campo, gli uomini hanno smesso di sentire dentro di sé questa potenza e non sono stati più in grado di collegarsi a essa? Forse perché loro stessi non ce l’hanno, non la sentono più dentro di sé, e quindi sono incapaci di riconoscimento e fusione. Ma questo vuol dire attribuire a questo potere e a questo dominio un’onnipotenza che non ha, se non gli viene data.
E’ da molto tempo che vado ripetendo queste cose e che sto combattendo questa battaglia. Le forze che abbiamo di fronte sembrano immani, proprio perché hanno fagocitato anche altre forze che, magari credendo di opporsi alle prime, in realtà le celebrano e ne aumentano l’onnipotenza.
La solitudine è grande…

Leggi Postille a cranio scoperchiato di Antonio Moresco su Il primo amore.

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2 commenti a “L’idolatria della contingenza”

  1. Valter Binaghi ha detto:

    “mi sento vicino al mondo e non a una sola delle sue manifestazioni.”
    Quando scrive così esprime l’autentica vocazione di conoscenza che è propria dell’arte.
    E in questo senso ha perfettamente ragione nel rifiutarsi di pretendere in ogni romanzo che sia contemporaneo e italiano il “biscotto Berlusconi”
    Poi c’è il fatto che uno oltre a scrivere romanzi assume posizioni pubbliche, parla da un pulpito, dà giudizi politici sul sociale, e in molti casi quel pulpito gliel’hanno fornito i romanzi che ha scritto, ma dal pulpito si fa altro che scrivere romanzi.
    Ho l’impressione che le categorie classiche di distinzione tra arte, vita e politica siano poco adatte a esprimere la situazione dell’intellettuale contemporaneo.
    Comunque Moresco merita sempre di essere letto.

  2. jacopo nacci ha detto:

    Ciao Valter,
    in questi giorni sto pensando un post: prende spunto sia dalla questione Mondadori sia dalla questione scuola (mi è venuto in mente quando un’amica – insegnante – mi ha detto che secondo lei gli insegnanti dovrebbero boicottare le scuole private).
    In sostanza sono d’accordo con te sull’obsolescenza delle distinzioni classiche, ma proprio per questo trovo – non solo artisticamente condivisibile, ma anche – politicamente opportuna la posizione di Moresco, non tanto perché sono sicuro della sua giustezza quanto perché mi pare ponga le domande al livello politico corretto (proprio rivendicando l’autonomia della cultura dalla politica).
    Credo che oggi sia necessario ragionare sulla maggiore o minore potenza di fuoco (quanto terreno si conquista culturalmente e quanto se ne perde) e sul posizionamento della linea che, di volta in volta, secondo i casi specifici, divide medium e messaggio (quale messaggio si qualifica e quale si squalifica). Dopodiché le domande non solo rimangono, ma probabilmente anche si complicano, e però magis amica realitas.
    Spero di riuscire a metterlo giù a breve.

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