Maius quam cogitari potest – Prima meditazione in settembre

Questi pensieri, modesti, sono un dono per chi ha messo in moto il processo che per essi mi ha condotto. Spero che possano essere di un qualche interesse anche per chi passa, abitualmente o per caso, da queste parti.

"Ciò che è scritto è il commento di ciò che non lo è."
Jean-Pierre de Caussade

Quale conoscenza

L’interpretazione della Trinità dominante nella filosofia occidentale – ma sarebbe il caso di dire: la trinità che la filosofia occidentale riconosce, essendo la trinità una dialettica ontologica già individuata prima del cristianesimo e la cui speculazione perdura dopo la Rivelazione –, salvo una ulteriore ed evidentemente migliore analisi delle posizioni di Plotino, Ficino e Schelling, mi sembra sbagliata: Potenza, Sapienza, Amore. O Caos, Logos, Amor: basterebbe domandarsi per quale motivo Gesù, che insegnava l’amore, sia chiamato  Logos, mentre l’amore sia affidato allo Spirito, per rendersi conto di quanto sia tirata per i capelli la prospettiva che dà vita a una tale trinità. La filosofia occidentale – che ha mutuato il concetto di Logos dalla filosofia greca e vuole assolutamente usarlo – sbaglia perché affida al figlio il Logos discorsivo che ordina il Caos, quindi il ruolo di grammatica della natura, e allo Spirito l’amore come brillantezza dei rottami prodotti da questa lotta tra materia e forma. Ora, il rapporto tra Caos e Logos è certamente necessario a un livello strettamente ontologico: non possiamo negare che si dia un Logos del Caos, in qualche modo dobbiamo ammettere che le cose abbiano un ordine, o se non altro la tendenza a permanere se stesse, a resistere al dissolversi dell’essere in un vortice continuo. Del resto non possiamo negare che vi sia un Caos dietro al Logos, perché le cose divengono e non restano mai le medesime, esiste infatti il tempo. Infine, alla luce di come vanno le cose nel mondo, ci sentiamo ogni tanto spinti a negare lo Spirito, e di questo pensavo di parlare più avanti.


Tuttavia questa è ontologia schietta, e il messaggio che la rivoluzione cristiana propone non andrebbe confuso con l’ontologia: il suo insegnamento è relativo alla salvezza dell’anima. L’amore di cui parla Gesù non è una parte della Trinità, non è una potenza cosmica posta accanto ad altre due potenze cosmiche: è tutto: il Padre è già Madre d’amore, da sempre, è il fondamento d’amore che è dentro di noi e che, se non compreso, si trasforma in odio, collera, agitazione. È forse anche la sorgente di amor proprio che si fa sorgente di odio di sé. Sia dunque Gesù Logos, va bene, ma inteso come insegnamento relativo alla gestione delle dinamiche interne e inconsapevoli dell’individuo, come verbalizzazione di un’esperienza, di una scoperta, di un metodo che funziona (e sia lo Spirito il vivere secondo queste indicazioni, il vivere concreto e reale, il realizzarsi di esse). Quindi possibilità dell’amore (Caos, Potenza), conoscenza della possibilità dell’amore (Logos, Sapienza), e amore, concretamente (Amore, Caritas).
A essere sbagliata era dunque la prospettiva che voleva l’Amore esaurito da una sola figura della Trinità, e lasciava al Logos la sola razionalità quando invece la ragione dell’appellativo Logos andrebbe trovata non nel significato di Logos come ragione discorsiva, ma nel fatto che Gesù insegnasse. Se è possibile, anzi, andrebbe trovata in una sintesi di entrambe le cose, a meno che non si voglia cadere in un dualismo intelletto-amore che non rende conto dell’unità originaria dell’essere (la proposta di sintesi avanzata da Simone Weil attraverso la nozione pitagorica di mediazione non mi convince).
Eppure l’ontologia si dà. Si dà il Logos come grammatica della natura. Quanti Verbi, dunque? Forse due? Per il primo, come Rivelazione della logica divina, dei rapporti fisici tra le cose, sarebbe bastata la natura, vero luogo del Logos che regola la fisica. Invece Gesù è insegnamento, e non di logica, cioè di giustizia, bensì del suo contrario: è Logos d’amore. Gesù insegna con il gesto, insegna amando e vivendo e parlando di quello che fa, invitando a farlo per sentire quello che sente lui: per dirla in greco questa non è un’epistème, bensì una gnosis, non una scienza deduttiva o induttiva, bensì un’esperienza diretta e personale.