Piano A

Il commissario Luca Palermo guida con la sinistra; con la destra si colpisce la fronte, si dà dello stupido, scuote il capo e lascia affiorare un sorriso. È un tardo pomeriggio di ottobre, la Yaris fila sull’asfalto perfetto di una strada di periferia; il tramonto getta un velo rossastro sul paesaggio: il cemento nudo che chiude i terrapieni, i blocchi forati, le gru e i caterpillar, i nastri di plastica tesi da una spranga all’altra, che vibrano al vento leggero; ogni tanto si leva un palazzo già realizzato, un supermercato dalla sigla sconosciuta, un chiosco disperso nel nulla.
Palermo ripensa alle parole pronunciate da Giancarlo Giliotti e Maria Montesi tre mesi prima.
«Io queste cose, stare in televisione, parlare del dolore, non le so fare», aveva detto Giliotti, «quando le facevano gli altri non le ho mai rette, non le capivo».

«Non siamo nemmeno stati capaci di andare ai telequiz per provare a campare, s’immagini lei, Commissario» aveva fatto la moglie.
«Però», aveva aggiunto Giliotti allargando le braccia, «se serve a far appassionare quanta più gente possibile alla storia di Franci, lei capisce: è questione di vita o di morte»; e poi il suo commento amaro a tre settimane dalla sparizione del piccolo Francesco, quando il sindaco, sull’onda della paranoia e della furia, aveva fatto radere al suolo il campo rom: «Maria e io non avremmo mai immaginato una roba del genere», gli aveva detto Giliotti sottovoce, sinceramente addolorato, «non volevamo certo arrivare a una guerra fra poveri».
Qualcosa in quelle parole non gli era tornato: in che senso dovevano immaginarlo? in che senso non volevano arrivare a una guerra fra poveri? Ma queste domande erano rimaste nella mente di Palermo solo il tempo sufficiente a dirottarla sul tizio che fin da subito aveva alimentato il delirio contro i rom: quel giornalista locale mezzo alienato, quel Ferri, un esagitato che scrive sempre in maiuscolo. Ferri aveva messo in piedi una raccolta di fondi per pagare siti e giornali, diffondere la notizia, moltiplicare la foto di Francesco Giliotti, sempre quella, l’unica concessione che quei due fissati ascetici avevano fatto alla civiltà del narcisismo, in occasione del secondo compleanno: i boccoli, la bocca aperta, il bavaglino bianco. Ma la faccenda Ferri puzzava: l’informazione, l’allarme, è roba che si riproduce da sola, che bisogno c’era di quel servizio? quanti soldi ha raccolto Ferri con il tasto Donazioni? Cittadini ordinari, filantropi, fondazioni. Una sera Giliotti gli aveva chiesto: «Gli state addosso, vero?». «È uno», aveva detto Palermo. Giliotti aveva risposto: «Vedrà che lui non c’entra. Abbiamo la password del PayPal, è lo stesso in cui versiamo i gettoni presenza per le trasmissioni tv o radio. È tutto sotto controllo, ci notifica tutto, è una brava persona; sono tutte brave persone, si commuovono quando leggono l’Ansa, quando vedono le immagini», e Palermo aveva percepito una nota di paternalismo nella voce, forse un lampo di disprezzo negli occhi; «del resto lo avevamo previsto», aveva aggiunto Giliotti. E su Ferri non era uscito niente, infatti, nemmeno soldi usati per canali di ricerca clandestini, per aprire porte e bocche nei giri brutti. Ferri era davvero solo uno sciroccato che deve sentirsi parte dello spettacolo, e che quel pomeriggio lo aveva chiamato con la voce contrita e lo aveva fatto scattare sull’auto.
Giancarlo Giliotti e Maria Montesi, grafico lui e informatica lei, Ferri lo conoscevano già: avevano realizzato il suo sito personale prima ancora di trasferirsi qui dall’Umbria. «Così abbiamo conosciuto la gente di qui, ci piaceva, e abbiamo trovato una casa che costava molto meno, sperando di trovare anche nuovi lavori», aveva raccontato la Montesi durante il terzo colloquio, all’indomani della denuncia di sparizione, e Palermo ricorda il modo in cui, in quel momento, Giliotti l’aveva abbracciata. Lì, per la prima volta, aveva pensato: è stata lei, ha ucciso il figlio, e lui la ama, la ama alla follia, sa che è malata e la sta coprendo. Poi si era detto: no, è uno stereotipo. La Montesi aveva mai dato segni di squilibrio? Due disoccupati che abitano con un bimbo piccolo in un quartiere dormitorio: come poteva non aver dato segni di squilibrio? I vicini parlavano di una madre strana, schiva, molto protettiva: pare che durante i due mesi che avevano trascorso lì prima del fatto nessuno abbia mai visto il bambino. Lo sentivano però, e sentivano lei. «Sì», aveva replicato la Montesi al commissario Palermo, spazientita, «qualche urlo l’avrò pur tirato, ero nervosa; già un lavoro all’anagrafe non era il mio sogno, ma siti, loghi e software non riuscivamo più a venderli; poi perdi pure il lavoro, e anche tuo marito fatica; poi il trasferimento qui, ma non cambiava niente. Certo che ero nervosa».
L’indagine di Palermo era partita dal palazzo, si era allargata al quartiere, poi alla città. Chi sequestra il figlio di due disoccupati? E infatti nessuna richiesta di riscatto era mai arrivata. Scavava nel passato, le vendette, macché vendette, questi non hanno mai fatto male a nessuno, e il pazzo lo devi mettere in conto, e specialmente qui, pensa scendendo dall’auto, alzando lo sguardo al casermone azzurro in mezzo al quartiere Celle: una ventina di lego identici disposti a scacchiera, separati da parchi deserti e vie con nomi di registi, e mai che andando da loro avesse incontrato qualcuno sulle scale: aveva visto le porte blu tutte uguali e tutte chiuse, e da ognuna rimbombava la televisione.
Suona il primo campanello della colonna sinistra. «Sì?». «Polizia, signora. Dobbiamo entrare nel palazzo». Il portone scatta. Al primo piano Palermo incrocia la donna che gli ha aperto, sta affacciata alla porta socchiusa. «Che succede?», gli domanda. Palermo fa un gesto come a dire di non preoccuparsi e continua a salire. Giunto al quarto piano appoggia l’orecchio alla porta dell’appartamento. Silenzio. Dalla tasca dei pantaloni estrae la carta laminata e traffica tra la porta e lo stipite finché la serratura non scatta. Entra. Sa più o meno cosa dovrà controllare per capire ciò che ha già capito. Esamina le ruote del passeggino: intatte; cerca tra i cd quelli senza scritte e al terzo che mette nello stereo ecco che esce la voce di un bambino, che fa risolini, piange, chiama mamma, e ogni tanto la voce della mamma che lo sgrida, e che non è la voce della Montesi. E va al computer, Palermo, perché, se finalmente li ha capiti, questi sono di quelli che un addio te lo lasciano, e infatti il computer è acceso, basta muovere il mouse ed ecco che compare Photoshop e su Photoshop due immagini: una, a destra, è la foto di Francesco Giliotti, la bocca aperta, il bavaglino bianco, la foto di centinaia di giornali, telegiornali, siti, blog, aggregatori, forum pieni di invettive e addii seguiti da emoticon che piangono e grumi di punti esclamativi; e l’altra foto, a sinistra, è la stessa foto, ma i colori sono più spenti, sembra molto più vecchia e sul bavaglino c’è scritto Giancarlo. Giancarlo Giliotti. Luca Palermo trascina la sedia da sotto alla scrivania e ci si lascia cadere. Muove il mouse, fa comparire la barra di spazio. Chrome è aperto. Allarga la finestra. È la pagina di PayPal: i soldi, tutti i soldi, 124.589 euro, trasferiti.
Nello stesso istante la mano destra di Giancarlo Giliotti raccoglie la valigia dal rullo dell’Aeroporto internazionale Juan Santamaría, ad Alajuela, in Costa Rica, la mano sinistra stringe la mano di Maria Montesi. Si guardano, sorridono.

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