
Come si può leggere nelle parti precedenti di questa resa, qualche considerazione sul Bisogno dei segreti l’ho fatta; per esempio, questa: il ruolo che negli altri romanzi di Candida era svolto da una percezione distorta della realtà, una percezione prodotta dall’ossessione, nel Bisogno dei segreti è svolto da una consapevole manipolazione dei dati di realtà a opera di una protagonista che organizza ai danni del mondo un piano ben preciso, un piano che consiste nel trasformare la realtà altrui in un incubo. Per ora teniamola qui, questa considerazione.
Ho detto che in questa quarta e ultima parte avrei parlato del modo in cui, nel Bisogno dei segreti, accade tutto ciò che accade. Ecco. Innanzitutto c’è il gusto della lettura, talmente intenso che posso prendere in mano il libro con le migliori intenzioni esegetiche e dopo un po’ sto correndo sulle parole dimenticandomi completamente degli universi candidiani, delle cartine geografiche, di tutto quell’armamentario cerebrale da cerebralisti; dopo averlo letto la prima volta mi sono pure detto: rileggendolo non succederà; e invece è successo di nuovo. In secondo luogo nel Bisogno dei segreti i temi candidiani sono come sminuzzati, centrifugati, amalgamati, affogati in una pasta completamente nuova; qui c’è un testo che non rinuncia alle descrizioni ossessive ma, rispetto al passato, nasconde i simboli più profondamente, o diversamente: i simboli entrano nella mente di soppiatto, come alle spalle di una sentinella; ma la sensazione è che andranno tutti dove devono andare, e andranno a conficcarsi più in profondità di dove li avrei sistemati io se si fossero fatti vedere dalla sentinella.


Dopo la descrizione di un’esistenza votata alla scrittura con La mania per l’alfabeto, dopo il tentativo di dare una definizione metaforica o addirittura sostanziale della scrittura nel Diario dei sogni, con Domani avrò trent’anni (Eumeswil 2008) Marco Candida chiude il cerchio e sublima il contenuto nell’atto stesso di narrare: sul piano delle scelte formali c’è tutto quello che si trova nei romanzi di Candida – i racconti innestati, i resoconti maniacali, le autodescrizioni snervanti, una perfetta alchimia tra ossessione, psichedelia e audacia d’autore – ma senza che si parli della psicologia dello scrittore o della sostanza della scrittura, quindi senza alcuna possibilità di fornire o fornirsi, per quelle scelte formali, una giustificazione concettuale, e sostanzialmente senza alcuna struttura se non quella che si genera spontaneamente mentre l’autore fa in ogni istante quello che gli pare: tronca sequenze d’azione con resoconti degli oggetti più disparati, le fa ripartire, le conclude con atti di follia autoriale, gioca con la citazione, ridicolizza ciò che ha appena raccontato e svela particolari non irrilevanti a dieci pagine dalla fine. Ancora una volta nella rivendicazione di una completa libertà dai condizionamenti esterni, siano essi le consuetudini formali o le aspettative del lettore, l’io che narra esprime il bisogno di un’assoluta fedeltà alla realtà così come essa si manifesta nel flusso dei suoi pensieri e nell’urgenza delle sue passioni e volizioni; e ancora una volta il libro non è solo macchina della storia, è anche luogo di sincerità, di comunione con il lettore, spesso di confessione da parte di un io narrante profuso in una dialettica di autodifesa e autodenuncia. Ma a differenza di quanto avveniva in passato tutto è ormai racchiuso nel gesto del generare il testo, senza iniettargli una dichiarazione di intenti o la professione di una mania per l’alfabeto. E tuttavia l’idea di scrittura ne risente in qualche connotato acquisendo uno statuto ambiguo, perché il miglior pregio di Domani avrò trent’anni sta forse nel fatto che la narrazione conquista e avvince di più proprio quando si fa più ossessiva. Il che può contestare nei fatti, con il godimento stesso, un ideale di sanità mentale; ma può anche indurre il sospetto che la mania per l’alfabeto sia una mania intrinseca all’alfabeto. Con questa ambiguità la lotta tra autodifesa e autodenuncia che travolge l’io narrante si riflette sulla natura stessa della scrittura.