
Di Kurenai Sanshirō — da noi Judo Boy — si legge spesso che non ha un finale. Se per finale intendiamo un duello risolutivo con il vero uomo con un occhio solo, quello che ha ucciso il padre e maestro del protagonista Sanshirō, allora è vero: quel duello non avviene; abbiamo ventisei episodi di giro del mondo in moto che si chiudono senza che l’assassino venga acciuffato, anzi, senza che nemmeno compaia. Se questa mancanza, direi questa assenza, sia un cedimento produttivo non lo sappiamo, almeno non lo so io. Ma in una serie piena di filler, spesso basati su classici del cinema e immaginari ultracodificati, credo che non sarebbe stato difficile inserire un vero uomo con un occhio solo per chiuderla – e del resto, quel personaggio già era pronto: chi altri sarebbe l’uomo che Sanshirō sogna di affrontare sullo scenario himalayano nella sigla, nell’episodio venti e nel riassunto del ventuno? La serie però si conclude in un altro modo, un modo in ogni caso, a mio parere, coerente con il lavoro che ha fatto in quei venticinque episodi, e decide di farlo alludendo a cosa Sanshirō sta inseguendo davvero.