
Di Kurenai Sanshirō — da noi Judo Boy — si legge spesso che non ha un finale. Se per finale intendiamo un duello risolutivo con il vero uomo con un occhio solo, quello che ha ucciso il padre e maestro del protagonista Sanshirō, allora è vero: quel duello non avviene; abbiamo ventisei episodi di giro del mondo in moto che si chiudono senza che l’assassino venga acciuffato, anzi, senza che nemmeno compaia. Se questa mancanza, direi questa assenza, sia un cedimento produttivo non lo sappiamo, almeno non lo so io. Ma in una serie piena di filler, spesso basati su classici del cinema e immaginari ultracodificati, credo che non sarebbe stato difficile inserire un vero uomo con un occhio solo per chiuderla – e del resto, quel personaggio già era pronto: chi altri sarebbe l’uomo che Sanshirō sogna di affrontare sullo scenario himalayano nella sigla, nell’episodio venti e nel riassunto del ventuno? La serie però si conclude in un altro modo, un modo in ogni caso, a mio parere, coerente con il lavoro che ha fatto in quei venticinque episodi, e decide di farlo alludendo a cosa Sanshirō sta inseguendo davvero.

Iniziamo con il considerare che il segno che identifica l’assassino non è una cicatrice, o un tatuaggio, e non è nemmeno un uncino messo al posto di una mano che non c’è: è un occhio che non c’è, un buco. L’oggetto che chiude il buco – l’occhio di vetro, azzurro tra l’altro, come gli occhi di Sanshirō – non è una protesi, ed è mobile, e infatti nel primo episodio l’assassino lo perde e diventa l’indizio. Il soggetto ricercato è definito da un buco e il buco in un certo senso continua a essere riaffermato in quanto buco per tutta la serie, a cominciare dalla formula ripetuta con una sicurezza quasi commovente: Sanshirō salva una ragazza, indossa la casacca cremisi (l’involucro che è lascito dalla madre), combatte il cattivo con un occhio solo, scopre che non è l’uomo-con-un-occhio-solo, riparte.
A fronte del fatto che Sanshirō fa sempre la stessa cosa, ogni episodio produce una lettura diversa di come può essere fatto quel buco; addirittura nel nono episodio l’uomo con cui Sanshirō si batte ha entrambi gli occhi: era il suo maestro ad averne uno solo. Il buco circola, si stacca dai corpi, non è mai di qualcuno, orbita nel buio attorno a Sanshirō come in una scena di magie ninja.
E come tutti sappiamo non si chiuderà nel finale.

Un dettaglio che reputo degno di nota si riferisce a ciò che Sanshirō dice quando trova il padre morente, che è più o meno: ho sempre pensato che lo stile Kurenai fosse il migliore del mondo, in cosa devo credere da oggi?. Se preso sul serio, questo particolare sposta sensibilmente l’asse della serie. Non che la vendetta smetta di essere un tema, la rabbia di Sanshirō è evidente e genuina, ma è altrettanto evidente che insieme al padre è venuta a cadere una garanzia, l’impressione è il venir meno di una credenza talmente incrollabile che non la si era mai nemmeno ritenuta tecnicamente “incrollabile”.
Assunta questa premessa, ogni duello ha due piani, dei quali uno, quello dell’identificazione, è sempre sbagliato – l’uomo con un occhio solo non è mai l’uomo-con-un-occhio-solo – e l’altro, quello dell’accumulo, è sempre giusto – ogni combattimento afferma l’efficacia dello stile Kurenai.
Già al termine del primo episodio, sulla tomba del padre, Sanshirō gli chiede di insegnargli lo stile Kurenai; poi dichiara che lo renderà completo, che lo mostrerà al mondo, e che non tornerà finché non avrà battuto quell’uomo.

Da quel momento la serie prosegue imperterrita con il suo schema di spostamento e ripetizione, e gli episodi autoconclusivi che la riempiono – che sono filler nel senso più letterale, industriale del termine – lavorano inaspettatamente bene, ovvero lavorano per accumulo, e infine per logorio: lo fanno talmente bene che in qualche punto della seconda metà della serie lo stesso Sanshirō arriva ad accarezzare l’idea di smettere, come se nemmeno lui ne potesse più di un canovaccio ormai sfruttatissimo e compiaciuto di sé.

L’accumulo si scioglie negli episodi venti e ventuno, quelli della tigre bianca guercia (il doppio rimando è talmente evidente da risultare trasparente), introdotti dalla stessa visione: su un altopiano dall’aria himalayana si svolge il duello con l’uomo con un occhio solo, Sanshirō inizia con il ghigno poi viene sconfitto e lasciato lì. La tigre è la sua ossessione trasferita su un altro piano, e Kamir, il ragazzino a cui la tigre ha ucciso il padre, è lui in miniatura, tanto che la sorella di Kamir cuce per il fratellino una casacca identica a quella rossa di Sanshirō. L’inseguimento sul ponte sospeso è dilatatissimo, più sospeso del ponte stesso: niente musica, solo il vento, la tigre con un occhio solo cui si sovrappone l’immagine dell’uomo con un occhio solo, poi il padre nella sua testa che gli dice «Sanshirō, considera la sconfitta come la morte», e poi nemmeno più il vento, silenzio artificiale, niente sfondo, Sanshirō inseguito dalla tigre sul ponte sospeso nel buio, le acceca l’occhio buono con una gomitata. Ponte spezzato, tutti e tre allo sbando, Sanshirō, Kamir e la tigre, un nuovo cast in cui il padre è Sanshirō e Sanshirō è Kamir, e la preda, cieca ma grossa e cattiva, la uccide Kamir: alla fine la vendetta di Sanshirō è mediata, proiettata. Resta il cucciolo della tigre, che gli abitanti del villaggio vogliono ammazzare perché diventerà come il padre, e che Kamir decide di crescere. Questo è l’unico momento della serie in cui vediamo qualcosa al di là della vendetta, della morte, della fine del buco. Credo si debba attribuire una funzione chiave, nella serie, a questo arco formato da due episodi ognuno dei quali si apre con il sogno dell’uomo con un occhio solo che sconfigge Sanshirō sull’Himalaya. Mi spingo a dire che, in un certo senso, nella serie esistono due veri uomini con un occhio solo: uno è quello che uccide Shōgorō Kurenai nel primo episodio, e che Sanshirō non incontra, e l’altro è questo maestro onirico che incontra solo in sogno.

Restano quattro episodi che sono filler dichiarati, probabilmente i più inutili della serie, ma forse anche proprio per questo surreali e magnificamente insensati, tra l’avventura esotica e la poetica dei mondi perduti, tranne nel ventiquattro, nel quale – sarà l’odore di fine-serie – sembra quasi di essere a un passo dall’uomo con un occhio solo salvo poi ritrovarci per l’ennesima volta con un nulla di fatto. E poi l’ultimo episodio, il ventisei.
Che cambia una variabile portante della serie.

Probabilmente sono almeno una ventina su ventisei le puntate nelle quali abbiamo visto Sanshirō incontrare e proteggere donzelle in difficoltà. La ragazza del ventiseiesimo episodio, Mari, è sì in pericolo, ma non è affatto in difficoltà: va in moto, maneggia la spada e cerca suo padre — è quasi la copia femminile di Sanshirō (gli amici junghiani direbbero l’anima); è la prima donna della serie che non ha bisogno di lui.
Sanshirō affronta il villain dell’episodio, il capo dell’organizzazione criminale, che incidentalmente, dietro gli occhiali da sole, ha entrambi gli occhi. Durante il combattimento l’uomo cade sul proprio pugnale e muore, un istante dopo Mari scopre che quell’uomo era proprio suo padre e la posizione di Sanshirō si rovescia all’improvviso in modo ovvio eppure stranamente dirompente, come accade nelle illuminazioni: ora è lui l’uomo che ha appena ucciso il padre di qualcuno. Mari gli si scaglia contro, gli taglia la casacca, lo infilza. Lui non si muove, ma lei non lo uccide. Dirà che non ci riuscirebbe mai.

Quello con Mari è l’ultimo duello, se così possiamo chiamarlo, ed è il penultimo scambio dialogico della serie. L’ultimo dialogo è tra Sanshirō e il suo giovane accompagnatore, Kenbō, alla fine dell’episodio e della serie. Alla domanda di Kenbō – perché Mari non ti ha ucciso? – Sanshirō risponde di aver finalmente compreso lo stile Kurenai, quello che suo padre voleva davvero insegnargli: quando Mari lo ha assalito, spiega, non si è mosso e andava bene anche essere tagliato dalla sua spada, e quel sentimento lo ha attirato nel nulla (無).
Poi Sanshirō aggiunge un’altra frase:
«Il cuore che ha abbandonato il gō: quello è il Kurenai-ryū».
Questa frase, quel gō, può essere due cose:
業 è il karma, che però non è – come siamo soliti interpretarlo – un destino determinato al quale non partecipiamo, al contrario è qualcosa che facciamo attivamente: è l’atto, e nella dottrina l’atto è l’intenzione che lo produce.
剛 è rigidità, come nel detto 柔よく剛を制す, la cedevolezza vince la rigidità, massima che costituisce il principio cardine del jūdō, dal quale il jūdō stesso prende il nome (柔道, via della cedevolezza). «Acqua cheta rompe i ponti», ha suggerito come parallelo Lorenzo Di Giuseppe, che ho consultato per la traduzione.
Entrambe le letture funzionano incredibilmente bene, ma ritengo probabile che quella corretta sia la seconda: i ventisei episodi hanno condotto Sanshirō proprio davanti all’entrata principale della disciplina marziale e lui vi rinviene l’insegnamento del padre, come se ne afferrasse per la prima volta il significato, come se fosse stato lui cieco da entrambi gli occhi fino a quel momento.
– Vuoi ancora cercare l’uomo con un occhio solo?
– Certo, ma senza odio né rancore. Voglio confrontarmici come maestro di arti marziali.
E poi, dentro di sé: Padre, madre, ce la farò. Renderò completo il Kurenai-ryū.
Dunque Sanshirō ha conseguito il vero insegnamento di suo padre, espresso nell’affermazione sull’inazione e sul vuoto, opposta all’insegnamento che il padre gli ha urlato nella testa nello scontro con l’ossessione-tigre bianca; e sta tenendo fede – è un processo – a due dei suoi tre propositi: completare lo stile Kurenai e farlo conoscere al mondo. Il terzo proposito era vendicarsi dell’uomo con un occhio solo, ora slitta nella volontà di incontrarlo e sfidarlo in qualità di marzialista.

Per questo credo che Kurenai Sanshirō un finale ce l’abbia, anche se ce l’ha in modo simile a un altro, notissimo, episodio ventisei. È un finale che non chiude l’azione, però chiude il senso. Il colpevole resta introvabile, sì, ma perché non è mai stato una persona, e Sanshirō, malgrado la sua giovane età, riesce a fare qualcosa che di solito si riesce a fare dopo anni di analisi: non smette di inseguire un vuoto che è strutturale, piuttosto prende la sua ossessione e la cambia di grado, prende un nemico e ne fa un maestro da sfidare — il nemico è un maestro travestito, recita un adagio ormai notissimo dal sapore taoista, e aggiungerei che nel caso dell’altro più famoso ventiseiesimo episodio, il padre-maestro può essere un nemico travestito.
Sparisce il colpevole, dunque, e resta un’energia, una spinta nuda. Un musha shugyō, un pellegrinaggio-addestramento del guerriero, trova un finale degno di uno spokon. Non si può, a riguardo, fare a meno di pensare a un eroe contemporaneo di Sanshirō che con Sanshirō sembra imparentato: il Jō Yabuki di Ashita no Jō (Rocky Joe in Italia) così simile e così diverso da Sanshirō; del resto i rapporti tra Ikki Kajiwara e Tatsuo Yoshida di Tatsunoko sono noti. Pure se entrambi hanno i tratti del rōnin, Sanshirō ci restituisce per certi versi un Jō in forma rovesciata: Sanshirō è fuori da un apparato ed è sulla strada, ma combatte per vendetta familiare e scuola da onorare, e la sua parabola infine lo vede conquistare una disciplina illuminata; Jō dentro un apparato è preso interamente – e infatti Ashita no Jō è uno spokon in senso pieno – ma è un sottoproletario, non combatte per nessuno, non è in debito con nessuno, e testualmente vuole solo bruciare di autocombustione, il suo è un nichilismo pieno, e riuscirà a portarlo a termine.
