Lundi

Simone Weil

Perdonare. Non si può. Quando qualcuno ci ha fatto del male, si creano in noi determinate reazioni. Il desiderio della vendetta è un desiderio di equilibrio essenziale. Cercare l’equilibrio su di un altro piano. Bisogna andare da soli fino a quel limite. Là si tocca il vuoto. (Aiutati che il ciel ti aiuta…)

Tragedia di coloro che, essendosi inoltrati per amor del bene in una via dove c’è da soffrire, giungono dopo un certo tempo ai propri confini; e si degradano.

Afferrare (in ogni cosa) che c’è un limite e che non sarà possibile oltrepassarlo senza aiuto sovrannaturale (o, altrimenti, di pochissimo) e pagandolo successivamente con un abbassamento terribile.

Una persona amata che delude. Gli ho scritto. Impossibile che non mi risponda quel che ho detto a me stessa in nome suo.
Gli uomini ci debbono quel che noi immaginiamo ci daranno. Rimetter loro questo debito.
Accettare che essi siano diversi dalle creature della nostra immaginazione, vuol dire imitare la rinuncia di Dio.
Anch’io sono altra da quella che m’immagino essere. Saperlo è il perdono.

Da La pesanteur et la grace, di Simone Weil.
Traduzione di Franco Fortini.

Lupi del bosco orientale – L’outro

Il pezzo declamato in chiusura al concerto-reading con i Lupi del bosco orientale.

Stella Rossa, il valoroso compagno d’acciaio

Non sapevamo cosa fossero i Disinfestatori. Se fossero automi, o forme di vita meccanica, o droidi pilotati a distanza, o pilotati dall’interno, da uomini, o da esseri che somigliano a uomini, o da esseri che non somigliano a uomini, se venissero da un altro paese, da un altro pianeta, o se non venissero né da un altro paese né da un altro pianeta. Non sapevamo nulla. Quelli che riuscivamo a distruggere esplodevano, quelli che riuscivamo a catturare si facevano esplodere, di essi non rimanevano che frammenti di una lega metallica nera composta di tungsteno, molibdeno e ferro.
Quando il professor Skoro mi scelse per pilotare il soldato d’acciaio Stella Rossa e il mio addestramento cominciò, erano trascorsi tre anni dalla morte del Maresciallo Tito e due anni dal pomeriggio di febbraio durante il quale i Disinfestatori erano scesi dal cielo sulle città dell’Europa e avevano aperto le bocche di fuoco dei loro lanciafiamme a petrolio; il pomeriggio di febbraio in cui avevo visto Spalato trasfigurarsi in un panico di creature incendiate, mentre, contro le nubi striate di viola, si fondeva e colava la gigantografia del Maresciallo.

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Lupi del bosco orientale – L’intro

Lupi el bosco orientale – Intro
Il pezzo letto in apertura al concerto-reading con i Lupi del bosco orientale.

Quando scoprimmo la Terra – così chiamavano quel pianeta i suoi abitanti – la sua civiltà era crollata da un paio di secoli, e il suo popolo quasi estinto. I sopravvissuti erano per lo più ridotti allo stato selvatico. Su una montagna dell’emisfero australe conoscemmo un uomo, ci disse di essere un sacerdote e che riteneva sua missione conservare la memoria di ciò che il popolo della Terra era stato, e di come e perché fosse giunto all’autodistruzione.
Ci mostrò la sua biblioteca: milioni di file di testo.
Gli domandammo cosa contenessero. Ci rispose che erano metafore.
Voi sapete cos’è una metafora? ci domandò.
Lo sapevamo, e volevamo sapere perché conservasse solo metafore: non ci sono libri di scienza, qui? domandammo, storie vere? Manuali?
No, rispose, quelli non ci sono mai mancati. A dire il vero nemmeno queste, aggiunse indicando le cartelle sulla parete-schermo, solo che a un certo punto nessuno è stato più in grado di leggerle.
Gli domandammo se una qualche epidemia cognitiva avesse colpito il suo popolo rendendolo incapace di esercitare la lettura.
Qualcosa del genere, rispose. È successo che abbiamo cominciato a non capire più, cosa fosse una metafora; romanzi di fantascienza, trattati di teologia, poemi: tutto ciò che non poteva essere identificato con uno stato di cose materiale, visibile e documentabile là fuori, venne declassato a inutilità e danno. Avevamo una storia bellissima, pensate, di un uomo che percorreva l’inferno, il purgatorio e il paradiso, possedeva un valore analogico notevole; ebbene cercarono invano sulla Terra l’inferno, il purgatorio e il paradiso, senza trovarli, e invece che comprendere meglio quell’opera, non la compresero più, e divennero come bruti. E così l’Inferno lo creò questo popolo che riduceva il reale al controllo del territorio.
E dunque, domandammo, cosa accadde allora?

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Dimanche

423. Nel grande silenzio. Ecco il mare, qui possiamo dimenticare la città. È vero che proprio in questo momento si sente ancora strepitare le campane dell’Ave Maria, – è quel sussurro cupo e folle, eppur dolce, al crocicchio del giorno con la notte, – ma solo per un istante ancora! Ora tutto tace! Il mare si stende pallido e scintillante, non può dire parola. Il cielo offre il suo eterno, muto spettacolo serale con rossi, gialli, verdi colori, non può dire parola. I piccoli scogli e catene di roccia che scendono nel mare, come per trovare il luogo dove si è più soli, non possono dire parola. Questa immensa impossibilità di parlare, che ci coglie all’improvviso, è bella e agghiacciante: ne è gonfio il cuore. O ipocrisia di questa muta bellezza! Quanto bene saprebbe parlare, quanto male anche, se volesse! Il nodo della sua lingua e la sua dolorosa felicità nel viso è una malizia per deridere la consonanza del tuo sentire! Sia pure! Io non mi vergogno di essere lo zimbello di tali potenze. Ma ho compassione di te, natura, perché devi tacere, anche se è soltanto la tua malvagità ad annodarti la lingua: sì, io ti commisero a cagione della tua malvagità! Ah, si fa ancora più silenzio e ancora una volta mi si gonfia il cuore: lo atterrisce una nuova verità, neppure esso può dire parola. Anch’esso deride, se la bocca getta un grido in questa bellezza; esso pure gode la dolce malvagità del tacere. Il parlare, anzi il pensare, mi è odioso: non odo forse, dietro ogni parola, ridere l’errore, l’immaginazione, lo spirito dell’illusione? Non devo irridere la mia pietà? Irridere la mia irrisione? O mare! O sera! Voi siete cattivi maestri! Voi insegnate all’uomo a cessare di essere uomo! Deve abbandonarsi a voi? Deve diventare come voi ora siete, pallido, scintillante, muto, immenso, riposante su se stesso? Eccelso sopra se stesso?

Friedrich Nietzsche, Aurora – pensieri sui pregiudizi morali
traduzione di Ferruccio Masini

Avreste fatto tutti la stessa cosa

È uscito Funambole di Isabel Farah (Marco Del Bucchia Editore).
Sedici monologhi: Medea, Penelope, Arianna, Clitennestra, Leda, Filomela, Egle, Giocasta, Ersilia, Andromaca, Euridice, Frine, Ermione, Rossane, un’amazzone, Antigone.
Un estratto da “Medea” è stato pubblicato su Scrittori Precari.
Qui ho pubblicato “Penelope” in versione integrale.
Qui ho pubblicato “Ermione” in versione integrale.
Qui sotto pubblico “Clitennestra” in versione integrale.
Funambole di Isabel Farah si può ordinare da qui.
Domenica 17, alle 17, Isabel e io lo presentiamo alla Biblioteca San Giovanni di Pesaro

Clitennestra

Isabel Farah - FunambolePentirmene? E perché mai? Non c’eravate voi, giudici, a mettere il mio cuore sulla bilancia, non potete sapere com’era leggero quando Agamennone, grasso come un bue, moriva davanti a me.
Non ci siete voi, giudici, nel mio corpo. Non siete donne, non siete in grado di giudicare una donna.
La verità è che avreste fatto tutti la stessa cosa, la verità è che lo sapete che la legge che predicate non è nemmeno la vostra. È la legge di dio, ma qui non c’è nessun dio. E nelle nostre vene, cari giudici, scorre un colore: rosso. Rosso come la porpora, giudici, come l’amore, come la violenza. Fa caldo, giudici, lo sentite anche voi quest’odore di natura gravida. Quest’odore di seme mi disgusta, insieme al frinire delle cicale. Lo sa Dioniso cosa significa. Lo sa lui che nell’eros c’è un coltello, che il ciclo prevede morte a seguito di vita. L’odore è insopportabile.

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Brainwashball

Tim Hamilton, Ray Bradbury's Fahrenheit 451, 2009
Tim Hamilton, Ray Bradbury’s Fahrenheit 451, 2009

1. QUANTO ROSIKATE / CHI TI PAGA / QUANTE CAZZATE / Mi pare che le risposte automatiche segnalino un deterioramento dialettico anche rispetto alla vecchia situazione del trolling nella comunicazione politica (che ho affrontato qui e qui tempo fa): si riducono ormai alle tipologie elencate da Giuliano Santoro in questo commento (avere interessi nascosti, essere invidioso, fare discorsi da intellettuale). Segnalano un ulteriore deterioramento perché, mentre permane la forma dell’argomento contro l’uomo, oltre alla solita accusa di intellettualismo, la riduzione della gamma delle risposte dà l’idea di un aumento dell’automatismo. Le alternative più pacifiche a queste tipologie di risposta consistono nell’esaltazione del nuovo come valore in sé o nel terribile ritornello della richiesta di proposte alternative – indizio dell’ingombrante presenza di un mostruoso incrocio tra l’ideologia dell’efficienza e la forma mentis da par condicio, la quale viene trasposta fuori dal contesto mediatico-elettorale ed elevata a valore in sé, e in questo mi sembra recare con sé l’idea che una critica sia un attacco alla persona mosso da personalissime motivazioni, e che dunque si dovrebbe prestare il fianco a un colpo riparatore dell’onore, oppure tacere.
In merito al leggere ogni dissenso come attacco alla persona, nel secondo degli articoli linkati poco fa mi dichiaravo autorizzato a ribaltare l’accusa implicata dall’argumentum ad hominem addosso al suo utilizzatore: in altri termini, se qualcuno risponde a una mia manifestazione di dissenso attaccando me e insinuando ragioni che riposerebbero alle spalle del mio dissenso, in quel caso io mi ritengo autorizzato a considerare il mio interlocutore mosso dagli stessi motivi di cui mi accusa: se mi accusa di invidia, lo reputo generalmente mosso da invidia, se mi accusa di avere interessi economici o di potere, lo reputo generalmente mosso da interessi economici o di potere, e così via.

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L’Acheronte del nonno

Su Scrittori Precari, L’Acheronte del nonno, il racconto che ho letto a Torino una sega:

[…] È in quell’istante che la porta della sala si piega verso l’interno con un gemito. Ci voltiamo tutti, e non capiamo finché non abbassiamo lo sguardo e vediamo il testone del nonno, e poi il nonno intero che striscia dentro la sala contorcendo il tronco. […]

 [Questo invece è il racconto che non ho letto a Torino una sega]