
Qualcosa non quadra, pensò. Naturalmente alla notte insonne del caporedattore si aggiunse la notte di felicità e vodka di Ivanov, che decise di festeggiare il suo primo succcesso nelle peggiori bettole di Mosca e poi alla Casa dello Scrittore, dove cenò con quattro amici che sembravano i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Da quel momento in poi a Ivanov chiesero solo racconti di fantascienza e lui, guardando bene il primo, che aveva scritto per così dire inavvertitamente, ripeté la formula con alcune varianti che ricavò a poco a poco dal grande patrimonio della letteratura russa e da certe pubblicazioni di chimica, biologia, medicina e astronomia che accumulava nella sua stanza come l’usuraio accumula i mancati pagamenti, le cambiali, gli assegni insoluti. Così divenne famoso in tutti gli angoli dell’Unione Sovietica e non tardò a diventare uno scrittore professionista, uno che viveva esclusivamente di quanto gli rendevano i libri e che andava a congressi e conferenze nelle università e nelle fabbriche mentre riviste e pubblicazioni letterarie si disputavano i suoi lavori.


Risale al 1990, questo breve romanzo di Jamaica Kincaid. Va così a situarsi, nell’ancora incompleta bibliografia italiana dell’autrice, tra Un posto piccolo e Autobiografia di mia madre (Adelphi), con i quali condivide due grandi temi: il rapporto di amore e odio con una madre soverchiante e la rabbia sorda della vittima del colonialismo, rivolta sia contro il dominatore occidentale sia contro il provincialismo dei compatrioti. C’è però in Lucy una differenza sostanziale: la storia si svolge a New York; la protagonista, una diciannovenne cariba, si trasferisce presso Mariah e Lewis, due coniugi bianchi e progressisti, per accudirne le quattro bambine, frequentare le scuole serali e considerare la prospettiva non entusiasmante di diventare infermiera.