Pascoletti recensisce Dread

Dreadlock visto da Antonio Sileo
Dreadlock visto da Antonio Sileo

[…] Dreadlock! (Zona 9volt, 2011), che esce in libreria il 25 ottobre, è un tassello godibilissimo di questo percorso. È un romanzo breve, ma molto denso, di quelli che, a distanza di anni, si torna volentieri a leggere per scoprire magari strati e zone di significato che in precedenza erano sfuggiti, o che erano scivolati via perché non eravamo pronti a specchiarci in essi. […]

Qui la recensione completa.

A cosa serve ciò che non serve a niente (6)

Katsuhiro Ōtomo, Akira
Katsuhiro Ōtomo, Akira, 1988

Come si è detto, la nutrizione “a biberon” dei recettori delle dimensioni extra-utilitaristiche sposta tutta la potenza pulsionale sulla dimensione meccanico-estensionale, determinando a lungo andare l’atrofizzazione dei recettori, e, da Callicles in poi, questo riguarda anche i recettori della dimensione logica extra-utilitaristica.
Dal momento del suo rilascio, Callicles ha facilitato di molto il lavoro degli sviluppatori, aumentando in misura consistente la compatibilità delle opinioni del giorno con i sistemi operativi a differente orientamento; compresi i sistemi operativi che girano sulle menti degli sviluppatori di opinioni del giorno.

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Il modo in cui s’inginocchiavano

Da “L’argine delle abitudini”, in L’ora migliore e altri racconti, di Simone Ghelli:

Simone Ghelli, L'ora migliore

«Abbandonò il suo film preferito – perché quel viaggio era sempre in qualche modo lo stesso film: guardava le stesse cose e si atteneva agli stessi limiti proprio come se ci fosse sotto un calcolato lavoro di taglio e di montaggio – per buttare uno sguardo fuori del suo campo visivo. Lungo l’argine di destra, sul limitare di una piazzola di sosta, colse quello stesso riverbero sul filo argentato che addobbava un piccolo abete sistemato in un vaso. La croce di ferro che spuntava da una selva di mazzi di fiori la notò subito dopo, ma a causa della velocità non poté scorgerne i particolari – da un punto di vista spaziale della composizione l’albero veniva dopo e dunque dovette ruotare la testa all’indietro per quanto gli fu possibile, cioè senza abbandonare del tutto la visuale della strada.

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Dimanche

Max Scheler

Ciò che è nuovo, «inusitato», nel rapporto emozionale di Francesco con la natura è il fatto che i prodotti e i processi della natura hanno un senso espressivo proprio, senza una relazione allegorica con l’uomo e con le situazioni umane in generale. Che anche il sole, la luna, il vento, ecc. che non hanno alcun bisogno dell’amore caritatevole e compassionevole, vengano salutati ed esperiti dall’anima come fratelli e sorelle; che le creature, anche nel loro contesto metafisico (e solo con l’inclusione dell’uomo), vengano rapportate immediatamente al loro Creatore e «Padre» come esseri esistenti per sé ed anche (in rapporto all’uomo) del tutto indipendenti nel loro valore: è questo l’elemento nuovo, sorprendente, straordinario, antiebraico, nell’atteggiamento del Santo.

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A cosa serve ciò che non serve a niente (5)

Masamune Shirow, Appleseed, 2004
Masamune Shirow, Appleseed, 2004

Come è apparso chiaro fin da subito, il soggetto elegge i suoi scopi ed elabora le strategie per perseguirli nell’ambito della dimensione utilitaristica, o meccanico-estensionale, e lo fa – per tutto ciò che non concerne direttamente il soddisfacimento delle comuni esigenze vitali – in base all’orientamento del sistema operativo che gira sulla sua mente, cioè al riduzionismo da esso privilegiato, che sia esso politico, economico, giuridico o fisico. Abbiamo osservato come la prima versione di Solipsium si limitasse a soddisfare, mediante il soggettivismo, le esigenze pulsanti relative alle dimensioni extra-utilitaristiche, come le esigenze morali, estetiche o metafisiche. Abbiamo anche notato come la carica emotiva – o senso sacro – sottratta alle dimensioni spirituali soddisfatte e progressivamente atrofizzate da Solipsium, è deviata e investita dal soggetto sugli scopi eletti nell’ambito utilitaristico, o meccanico-estensionale che dir si voglia.

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A cosa serve ciò che non serve a niente (4)

Haruhiko Mikimoto, Macross, 1982
Haruhiko Mikimoto, Chōjikū yōsai Makurosu, 1982

Ricapitolando, la mente ha in dotazione diversi recettori per diverse dimensioni del reale e per diversi gradi di una stessa dimensione; i sistemi operativi sono nati per semplificare la ricezione del reale, la semplificazione consiste nell’escludere dalla ricezione tutte le dimensioni tranne quella meccanico-estensionale, decodificabile dalla mente in base alle tecniche economiche, giuridiche, fisiche, e ai concetti di conveniente/non conveniente, legale/illegale, utile/inutile, ovvero le opposizioni che i robot chiamano non gratuite. La selezione operata dal sistema lascia dunque fuori le altre dimensioni – morale, culturale, estetica, spirituale – dove valgono le opposizioni che i robot definiscono gratuite, come buono/cattivo, giusto/ingiusto, bello/brutto, logico/illogico. In gergo si dice che queste dimensioni vengono “annientate” dal sistema operativo; eminenti robot hanno rilevato il monismo tecnico sotteso a questa espressione, e che sarebbe già un effetto dell’uso dei sistemi semplificanti: se si pensa che non considerare certe dimensioni del reale equivalga ad “annientarle”, significa che le si concepisce pregiudizialmente come immaginazioni, proiezioni; memi, come le definiscono le software house.

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A cosa serve ciò che non serve a niente (3)

Ghost in the Shell
Masamune Shirow Ghost in the Shell, 1995

Generalmente le applicazioni – cui ho accennato nella prima parte di questo resoconto – servono a leggere singole situazioni emergenti dal continuum, per esempio il cosiddetto fatto del giorno; costano poco: sono talmente facili da copiare che le case di produzione hanno deciso di venderle on-line a prezzi stracciati, puntando soprattutto sulla fidelizzazione dell’utente. La fidelizzazione è realizzata quasi esclusivamente dagli aidoru, opinion maker carismatici che lavorano come testimonial per le software house.

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Un’immagine del bene

(Questo post è fatto con le note a piè di pagina dell’ultimo episodio della Società dello Spettacaaargh!, al solito, su Scrittori Precari)

Quando vivi in una roccaforte così rocca e così forte, fai pensieri sul PD che probabilmente nessuno altrove farebbe. Ti domandi come guarderesti a tutto ciò se fosse il tuo partito – che non c’è – a essere una cosa sola con il Comune; ti sfiorano sogni del Novecento, a volte ti domandi se saresti stato integrato, organico, nella Pesaro degli anni Settanta, se in fondo, in quell’ottica, la sovrapposizione tra Comune e Partito fosse coerente, sensata – Pesaro è un luogo dello spirito, si diceva allora; ti domandi se non sia questo il tuo partito e tu stia solo ponendo un’irrazionale resistenza (sei un fondamentalista! fondamentalista!), e chiami sovrastrutture ciò che da dentro chiameresti narrazioni, chiami deriva, dominio della tecnica, apparato impolitico, vuoto ideologico, macchina che si autoproduce ciò che un sensato leninismo chiamerebbe necessità storica e che gli immancabili delle Feste dell’Unità chiamano semplicemente il Partito, e lo votano da sessant’anni così come i cattolici vanno alla messa la domenica.

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A cosa serve ciò che non serve a niente (2)

Galaxy Express Train
Treno decorato a tema Galaxy Express 999, Hokkaido.
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Immaginiamo che esista un mercato di software per la mente: diversi sistemi operativi, e relative applicazioni, la cui funzione è la semplificazione dei dati di realtà, ovvero la riduzione della complessità.

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A cosa serve ciò che non serve a niente (1)

Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998
Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Qualche considerazione a margine dell’ultimo pezzo su Scrittori Precari, dove scrivo «dell’attacco che la tecnocrazia spesso muove alla formazione umanistica: non servendo quest’ultima ad altro che allo strato più spirituale della nostra persona, secondo un paradigma tecnocratico, essa non serve a nulla, e questo perché, là dove serve, la tecnica vede il nulla».
Di solito non parlo di letteratura* – e nemmeno di filosofia – in generale, perché, se dovessi dire qualcosa in generale, direi che la letteratura – come la filosofia – non serve a niente. Però ho deciso di cogliere l’occasione e provare – non so se ci riuscirò – a dire perché secondo me la letteratura non serve a niente.

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