Una suggestione su “Urbino, Nebraska”.

jacopo nacci, 26 ottobre 2014

Urbino, Nebraska di Alessio Torino (minimum fax, 2013) è insieme un romanzo e una raccolta di quattro racconti ambientati nello stesso universo, con quattro protagonisti ritratti mentre attraversano quattro soglie cruciali delle loro vite, in tempi diversi, ma tutti coinvolti – emotivamente, più che materialmente – da uno stesso evento: il ritrovamento, nel 1987, di due ragazze, Ester e Bianca, morte di overdose su una panchina della Fortezza Albornoz a Urbino.

I quattro protagonisti sono:

1) Zena Mancini: studentessa urbinate dell’università di Urbino nel 2010: mentre cambia corso di laurea e decide di seguire la sua nuova professoressa in un viaggio a Berlino.
2) Nicola Chimenti: giovane uomo nel 1994: mentre sta per farsi frate.
3) Mattia Volponi: grafico urbinate a Vienna nel 2013: mentre tenta di tenersi alla larga da Urbino.
4) Federico: ragazzino nel 2012: mentre attraversa la morte del nonno.

I quattro attraversamenti sono influenzati dalla conoscenza della vicenda di Ester e Bianca, i quattro attraversamenti non ci sarebbero se i quattro protagonisti non fossero a conoscenza della vicenda di Ester e Bianca, o non sarebbero gli stessi attraversamenti. I quattro protagonisti non sembrano sempre coscienti di questo. La vicenda di Ester e Bianca è la fonte di una consapevolezza che sta nello sguardo sul mondo: dona la capacità di vedere il reale.
Urbino, Nebraska è una storia di soglie.

Una storia di soglie è un campo di tensioni.

Anche a casa:
Zena non trova la scappatoia di altre domande, può solo appoggiarsi allo schienale e seguire le dita del padre che stanno appallottolando la mollica. Sente lo sguardo di Manu, alla sua sinistra, diretto con tutto il suo peso verso la pallina che si va formando tra il pollice e l’indice. Il rumore dell’anta della credenza che sua madre ha appena aperto in sala – il vetro che traballa e vibra come al solito per qualche secondo, poi si ferma.

Anche in biblioteca:
Il rintocco delle dodici e mezza è un rumore di chiavi, poi un passo smorzato dalla pseudo-fibra di cocco e infine una voce che le dice: «Noi chiudiamo». Quanti sottintesi ci sono in questa catena di suoni. Tu forse te ne staresti qui tutto il giorno, ma noi chiudiamo. Io, se fosse per me, avrei sprangato non solo la biblioteca, ma pure l’Aquilone e tutta l’università. I miei figli e mio marito mi aspettano a casa, non so tu cosa cerchi dalla vita, ma una cosa è sicura, ed è che noi chiudiamo.

La tensione è tensione tra visioni del mondo. Diverse visioni del mondo lottano per la conquista della definizione della realtà, combattono la battaglia per nominare le cose:
Max prende dallo scaffale la bottiglia di vodka con il beccuccio di precisione. Ma ancora non versa.
«E cosa studiereste, voi?»
«Archeologia», risponde Genni facendo la cantilena con la voce; è l’ennesima volta che glielo ripete.
Max appoggia la bottiglia, afferra un posacenere rotondo e imita la posa del Discobolo.
[…]
«Ma l’archeologia», colpo di coda mentre sta versando, «serve a qualcosa?»
«Guarda», gli dice Genni, «che se gli inglesi non portavano via ai greci i marmi del Partenone, quelli se li sarebbero persi».
La nota è stonata e saccente. Genni non ha valutato che Max potrebbe non aver capito. Zena lo sente che Genni non è disposta ad abbandonare se stessa neanche in un locale gremito di studenti.

Visioni del mondo diverse sono anche visioni diverse di Urbino. Diverse Urbino mentali lottano per imporsi.

«Mi scusi», le chiede un tale con la moglie, «lei è del posto?»
«Sì», dice Zena, pentendosi subito – quant’è pesante quel
del posto – ma la sua buona educazione ha prevalso.
«Allora forse lei lo sa. È vero che in caso di minaccia atomica, arriva un elicottero a prelevare la
Flagellazione di Piero della Francesca e lo porta in un bunker?»
Dove avrà letto ’sta roba?, si domanda Zena. «Che io sappia, la vera
Flagellazione l’hanno sostituita da un pezzo».
L’uomo guarda la moglie con l’aria di chiedere: e allora noi cosa siamo venuti a fare?
«Sì. Da quando Rotondi l’ha messa in salvo durante la guerra, l’originale è rimasto in un caveau. Qui c’è una copia».
«Ma Sgarbi lo sa?»

L’Urbino di cui siete in cerca non è la vera Urbino; la vera Urbino è nascosta da qualche parte nelle profondità della terra. Ma è una rivelazione del reale che il turista non è pronto ad accettare, non può uscire dal mondo confezionato dei salotti televisivi, dei depliant delle agenzie, dell’immaginario collettivo riplasmato dall’epica di Discovery Channel – la minaccia atomica, l’efficienza militare dell’elicottero, il bunker – perché per lui quello è il mondo; non riesce a uscire dall’ambiente mentale mediatizzato che l’ha condotto qui a cercare un simulacro mediatico di Urbino: vive in una dimensione di finzioni e simulacri, e di fronte alla rivelazione del reale, non può fare altro che appellarsi a quella che per lui è l’autorità in materia: il simulacro mediatico di un critico d’arte.

Tensione. Urbino è una zona costantemente in allarme. Una città-stato sempre a rischio di attentato cognitivo.

Urbino immaginate: l’Urbino mediatizzata del turista; l’Urbino degli studenti fuorisede, che potrebbero essere a Bologna o a Roma o qualsiasi altro luogo; l’Urbino di Jacopo Martelli, l’urbinate che rimane incastrato nello stereotipo di Urbino trasformandosi egli stesso in una caricatura.
Simulacri. Idoli.

Sono Urbino svuotate di senso e di sostanza. Confezioni di Urbino senza Urbino dentro. Urbino finto-vere:
Una mania comune dei nuovi proprietari era ribattezzare con parole bucoliche le case padronali dai nomi tutt’altro che poetici – suo padre ormai era l’unico che si ostinava a chiamarli con quelli di un tempo: «Capannacci», «La Torraccia»…

Zena Mancini, che si chiama come via Zena Mancini, è Urbino. Zena è l’Urbino reale, il luogo dove si scontrano tutte le tensioni: è urbinate e studentessa a Urbino, è studentessa di economia e studentessa di archeologia, è urbinate e abita nei palazzoni nuovi, è urbinate di una famiglia urbinate senza libri.

Si ferma un momento in cima alla discesa della Villa del Popolo, per asciugarsi la goccia al naso, ma soprattutto per guardare i palazzoni che digradano verso la piscina. Una volta ha sentito usare le parole «kasbah di cemento» per i condomini di via Zena Mancini, Martin Luther King, Giovanni XXIII… Sì, non è come vivere in una di quelle case affacciate sui torrioni, o in via Barocci o Santa Chiara, ma anche questo, pensa, è un pezzo di Urbino.
Urbino città come sono le città, con vite, morti, voglia di andarsene, di tornare, periferia, cemento.

Vi prego, fate basta con queste Urbino-simulacro. Voi dovete vedere il reale. Dovete.
Zena-Urbino non può cedere alle Urbino-simulacro. Lei è testimone del nodo di tensioni, e conosce l’Urbino reale nascosta nel sottosuolo. La sua Urbino è un’immaginazione vera – la suggestione data dal sapere della vicenda di Ester e Bianca, l’effetto di Ester e Bianca – più la consapevolezza di tutti i simulacri di Urbino, che vengono ricompresi in un’articolazione complessa, non indolore, non pacifica, non priva di frizioni.

Come si combattono le Urbino-simulacro?
Non rinunciando alla finzione, altrimenti questo non sarebbe un romanzo, bensì opponendo finzioni che restituiscono un senso a finzioni che annientano il senso: opponendo immaginari a simulacri. Questo romanzo è finzione ed è a sua volta la storia di una finzione, di una finzione vera, di un immaginario – con pienezza, articolazione, senso – che protegge uno spazio urbano e mentale dall’azione di svuotamento operata dai simulacri.

Attraverso un immaginario, chi avverte l’urgenza di dire l’importanza della complessità può lottare contro i simulacri di chi avverte il bisogno di svuotare, di dire la semplificazione.

«Ti piace, vero?», le fa Laura, continuando a ballare sul suo cubo immaginario.
«Eh».
«Sei scontata. Che ti credevi».
Balla ancora più sconvolta.
«Anche io sono scontata, anche lei è scontata, tutti siamo scontati».

Enjoy the silence.

Negli immaginari non ci si deve per forza insediare: possono essere anche solo sfiorati, suscitati. Alessio Torino è un grande evocatore di immaginari: nei suoi due precedenti romanzi ha messo Pieve Lanterna al confine con l’America sperduta delle deviazioni nascoste: Lynch, King, Landsale.

Ma in Urbino, Nebraska, Alessio Torino fa di più che suscitare un immaginario: in Urbino, Nebraska, l’immaginario diventa un protagonista, una forza che agisce all’interno della storia richiamando su di sé l’attenzione, opponendosi alla forza svuotante di simulacri che sono ognuno incarnato in uno o più personaggi. L’immaginario è il campo di tensioni di tutte le realtà e di tutti i simulacri. Li ricomprende in sé, si espande accogliendo in sé uno spazio dove sia possibile un’articolazione, relazioni complesse tra le cose, simulacri compresi, come un discorso sensato nel quale le singole parole, incapaci di dire il vero o il falso se prese da sole, trovano una collocazione.

Il titolo del libro è il primo vettore di immaginario: sposta Urbino nel Nebraska, ne cambia la percezione: dà una mano a Zena. Urbino nel Nebraska è inquadrata in un immaginario che ne restituisce la pienezza di provincia, di contraddizioni, di città reale, di città con delle stanze, di città con un sottosuolo, con del cemento.

I protagonisti dei quattro racconti conoscono una verità fondamentale attraverso la quale andrebbe letto il mondo per trovare l’Urbino autentica, quella nel sottosuolo, dove stanno i morti, quella di Ester e Bianca, che stanno nel caveau come la Flagellazione, e contagiano tutto, le piante, l’acqua, i muri, le anime; e che nel contempo, per tutto il romanzo, stanno sopra, in alto, sulla Fortezza, come la cima di una cupola, di un’aura che circonda la città.

Alessio Torino corre un rischio enorme e vince: i suoi protagonisti non sono tanto legati a Ester e Bianca da giustificare una segnatura così forte – l’unico personaggio cui il lettore sarebbe disposto ad accordare senza riserve una tale condizione è Dorina, la madre delle ragazze, anziana e perduta, che vive sullo stesso pianerottolo di Zena.

Ma qui sta la scommessa e qui sta il soggetto, il vero protagonista di tutta l’opera. Torino va più a fondo di un affetto, di una perdita, di una tragedia di famiglia; non è il cosa è stato, a sconvolgere i suoi personaggi: è il che è stato. Non riguarda tanto l’aver conosciuto le due ragazze di persona (tanto meno l’estremo opposto: della star di paese che diviene star in quanto morta, degli applausi ai funerali): riguarda lo spessore della terra, la profondità del significato, un puro sapere: i protagonisti sanno che è stato, che perennemente è, e proiettano sulla città un immaginario capace di evocare il reale, quel reale che ogni simulacro nasce per tentare di occultare.

Addendum 1.

La tensione di Zena scopre un’immagine possibile della sua polarità verso la fine del racconto.
Primo polo:
Non c’è alcun bisogno di tornare a Palazzo Veterani per sentire la voce del professor Saltarelli, perché quella voce è già dentro di lei e le sta dicendo che una vecchia malata di Alzheimer, una vecchia che un giorno ha suonato confusa alla porta di casa sua, è un’occasione che le ha offerto la vita.
Secondo polo:
Sua mamma è preoccupata per l’orario di rientro come se fosse lei a dover partire per Berlino, e questo per Zena significa solo una cosa, in definitiva, che la vita della figlia per Angela Mancini è più importante della propria.
In mezzo c’è l’incontro tra Zena e l’uomo che ritrovò Ester e Bianca sulla Fortezza. Ho sentito che questi due passi sono in connessione tra loro: che se Zena fa quello che sente di dover fare, in quello stesso momento smette di sentirsi addosso il peso della vita di sua madre.
E poi c’è un assestamento, l’indicazione di un percorso già iniziato:
C’è qualcosa di giusto, ha tempo di pensare Zena, nel fatto che sia sua mamma ad avere aperto la porta, che sia sua mamma a raccogliere quanto resta di lei.

Addendum 2.

Jacopo Martelli. Qui c’è qualcosa di importante sul ruolo dello scrittore. Lo scrittore può vivere e comunicare l’immaginario, ma lo scrittore che per narcisismo o per un bisogno di riconoscimento si annette all’immaginario, annulla la potenza dell’immaginario riducendolo a simulacro, svuota il mondo di senso, non riconosce gli altri: Jacopo con Zena. Il gesto di Mattia Volponi – stampare il romanzo nel cassetto di Jacopo, Ferrovie dell’Appennino centrale, proprio quando Jacopo è sul punto di liberarsi del peso del suo simulacro, del suo obbligo di essere uno scrittore – è un gesto di straordinario sadismo o di estrema pietas. Tertium non datur.

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