All the leaves are brown

All the leaves are brown and the sky is gray. I’ve been for a walk on a winter’s day. I’d be safe and warm if I was in L.A. California dreamin’ on such a winter’s day. Stopped into a church I passed along the way. Oh, I got down on my knees and I pretend to pray. You know the preacher likes the cold, he knows I’m gonna stay. California dreamin’ on such a winter’s day. All the leaves are brown and the sky is gray. I’ve been for a walk on a winter’s day. If I didn’t tell her I could leave today. California dreamin’ on such a winter’s day. California dreamin’ on such a winter’s day. California dreamin’ on such a winter’s day… Hi, my name is Stereo Mike…

Sampling Teobaldi I

Non voleva passare la vita accoppiato con un art director, neanche col più bravo di tutta Milano, perché non avevano pace e non lasciavano aver pace. Saltavano da un capo all’altro dello scibile umano e della storia dell’arte, conosciuta in senso visivo, da uno stile all’altro, come se la parola non significasse e non avesse significato mai molto. I grafici parlavano con le figure. Non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo ma era convinto che il loro peso nel mondo dell’advertising e della comunicazione fosse sproporzionato. L’uomo aveva impiegato secoli, millenni, per passare dai graffiti ai geroglifici e finalmente al logos: e adesso loro nel giro di pochi anni erano riusciti a tornare indietro: al segno, alle figure, e se ne vantavano! Anche se, doveva ammetterlo, la P della Pirelli e la M della metropolitana lo commuovevano sempre: come la F del Caffè Foschi.
Se le cose fossero andate male, avrebbe sempre potuto tornare indietro. Ma le cose non potevano andare male, il mondo della produzione tirava, tutto tirava.

Paolo Teobaldi, Il padre dei nomi

La sindrome di Pointbreak

Nel 2005 il mio amico Monsa pubblicò un pezzo intitolato La sindrome di Pointbreak sul forum di Cami74, nella sezione hip hop pesarese, sezione che oggi non esiste più. Credo sia importante che La sindrome di Pointbreak rimanga a galleggiare nella rete come una bottiglia che, invece di trasportare un messaggio, trasporta la riproduzione in scala di un veliero. Il veliero in scala dentro la bottiglia, infatti, non può portarti da nessuna parte; è un prodotto che nessuno si prenderà la briga di retribuire, realizzato da una forma di vita che, paradossalmente, il mondo ha contribuito a genererare, senza per questo volersi preoccupare delle conseguenze di una tale genesi.
Lunedì il prossimo post.

La sindrome di Pointbreak – di Monsa

Io, Chrystelle e Ippolito facciamo quasi 100 anni in tre e, nonostante io nuoti i 1500 stile libero molto più velocemente di quanto voi possiate immaginare, i miei 31 anni si vedono tutti e quelli di Chrystelle e di Ippolito, forse, ancor di più.

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Are You Experienced?

Tizio: -…e infine abbiamo scelto una persona che ha maturato una maggiore esperienza nel campo.
Jago: -M. Capisco.
Tizio: -Non mi domanda quello che mi domandano tutti?
Jago: -E cioè?
Tizio: -Quello che mi domandano tutti: come fa una persona senza esperienza nel campo a maturare un’esperienza nel campo se vengono assunte solo persone che hanno già maturato un’esperienza nel campo?
Jago: -Immagino che lei mi risponderebbe che questo è effettivamente un paradosso e tuttavia voi non potete permettervi di rischiare. O no?
Tizio: -Lei è molto acuto.
Jago: -No, affatto, ma ho maturato una lunga esperienza nel campo.

Svegliami 1

J: -Posso farti una domanda?
B: -Hhh…
J: -…
B: -Va bene. Fammi la domanda, su.
J: -Perché hai scelto lui e non me?
B: -Lo sapevo…
J: -Cosa?
B: -Che la domanda era questa.
J: -Sì, effettivamente è questa. Puoi rispondermi?
B: -…
J: -…
B: -Perché… vedi, tu non riesci a capire… Lui se la tira, fa sembrare che ti fa un favore, racconta un sacco di balle su di sé: è il classico tipo stronzo, ti dà insicurezza. Capisci? Si fa desiderare, si sa… vendere.
J: -…
B: -Tu invece ti proponi cortesemente, ti poni per quello che sei, si capisce subito che non stai mentendo… Con te è tutto chiaro, tutto limpido: di uno come te si può essere solo amici.
J: -È questo che dovrei capire?
B: -Vedi? Non puoi capirlo. Eppure chissà quante volte te lo sarai sentito fare ‘sto discorso.
J: -Tante da maledirlo, ma l’ultima volta è stata nel 1997, e a farmelo è stata Rossella, terza liceo classico.
B: -Ecco, vedi allora?
J: -Ma “vedo” cosa? “Vedo” cosa? Siamo nel 2007, tu hai trentasette anni, ti chiami Bartolomeo e hai una ditta di cucine, e hai assunto un altro invece di me perché lui è un coglione, vacca miseria, ti rendi conto?
B: -Tz. Vedi? Non capisci.
J: -Cosa? Cosa “non capisco”?
B: -Non ti stai facendo desiderare, stai sbagliando tutto…
J: -Non ci credo…
B: -…dovresti sorridere, fingere che mi sono perso qualcosa…
J: -Ditemi che non è vero…
B: -…tipo, che so: farti vedere mentre lavori per un altro.
J: -Svegliatemi, per la madonna svegliatemi.

Ecco

Caro J.,
le scrivo in qualità di amministratore dell’Istituto La Casa della Gioia per domandarle quante persone le abbiano telefonato per iscriversi al corso di filosofia che lei terrà presso il nostro Istituto La Casa della Gioia.
Saluti.
L.

Caro L.,
le scrivo per comunicarle che finora non si è iscritto nessuno, tanto che io per primo credevo che i volantini non fossero ancora stati lanciati. Avendo trascorso la primavera e l’estate e buona parte dell’autunno a preparare questo corso, sono piuttosto preoccupato.
Saluti.
J.

Caro J.,
le scrivo per comunicarle che i volantini sono stati diramati dal nostro Istituto La Casa della Gioia da circa una settimana, in numero di ben 200 copie delle quali 120 sono state spedite al collegio dei giovani ingegneri idroelettrici di Pisa in trasferta, mentre 80 sono state inviate agli anziani che seguivano i corsi di computer per anziani. Evidentemente non c’è stato il riscontro sperato.
Saluti.
L.

Caro L.,
credo che sia indispensabile destinare i volantini informativi anche ad altri luoghi: le strade della città, le facoltà – per esempio scienze della formazione e scienze della comunicazione, dato che il corso prevede di analizzare i suddetti temi dal punto di vista della filosofia antica – senza tralasciare biblioteche e palestre, essendo il corso aperto a tutti e studiato per essere di facile accessibilità.
Saluti.
J.

Caro J.,
in qualità di amministratore dell’Istituto Casa della Gioia potrò chiedere alla nostra tirocinante iscritta al corso di scienze della formazione di portare volantini in numero di due o tre, che farò appositamente stampare, presso quella facoltà.
Saluti.
L.

Caro L.,
lasci pur tranquilla la sua tirocinante: verrò personalmente a stampare a mie spese altri volantini e a distribuirli in città.
Saluti.
J.

(Calcio alla sedia, lancio della pila di libri paper e appunti, imprecazione, pugni stretti, occhi chiusi. Squilla il telefono)

-Pronto?
-Pronto…
-Sì, chi parla?
-Io sono Sandro Garelli.
-Buonasera Signor Garelli, cosa posso fare per lei?
-Ecco.
-…
-Ecco. Io leggo qui… aspetti che metto gli occhiali… io leggo qui il volantino della Casa della Gioia “Le strategie dell’anima… filosofia… educazione etica e comunica… comunicazione”.
-Sì.
-Ecco. Io voglio sapere delle cose.
-Certamente: sono qui per questo. Mi dica.
-Ecco. Insomma. Ma questo non è un corso del computer per gli anziani.
-No, Signor Garelli: è un corso di filosofia.
-Ecco. Ma io non voglio mica fare questo corso.
-Non c’è problema Signor Garelli, a sua discrezione.
-Ecco. Ma io avevo detto di mandarmi le cose di quando facevate il corso del computer.
-Capisco Signor Garelli.
-Ecco. Non del corso di filosofia. E cosa diamine me ne frega a me del corso di filosofia? Niente.
-Immagino, Signor Garelli: credo che debba rivolgersi alla Casa della Gioia e chiedere che le siano mandate solo le informazioni relative ai corsi di computer.
-Ecco. Ma ci sono dei corsi del computer che cominciano o no? Eh.
-Non lo so, Signor Garelli, ma può tranquillamente domandarlo alla Casa della Gioia.
-Ecco. Appunto. Insomma. Eh.
-…
-Ecco. Aspetti. Io qui leggo “filosofia”… ma son cose importanti queste, mica si può. Faccia un po’ vedere: “Socrate”… e chi lo sa cosa dice Socrate, no?
-Be’ vede…
-No! Dice pace e volersi bene. Ecco. No?
-…
-Ecco. Mica si può, e chi sa davvero cosa dice Socrate? Nessuno. Son cose serie, queste. Insomma.
-L’insegnante si è laureato con una tesi sulla filosofia socratica, Signor Garelli.
-Ecco. Ma cosa diamine c’entra con il computer? Non c’entra niente.
-Niente, indubbiamente.
-Ecco. Appunto.
-…
-Comunque grazie. Lei è stato molto gentile.
-Grazie a lei, Signor Garelli.
-Ecco.

Clic.

(Rimettere in piedi la sedia, raccogliere i libri e gli appunti, stringerli a sé, chiudere gli occhi, sentire l’amore).

The Otherz

-Pronto.
-Ciao Jacopo!
-Oh… Ciao.
-Sono Matteo.
-Oh… Ciao.
-Matteo °°B°°.
-Oh… Ciao.
-EEEEH! Come staaai? Senti volevo chiederti se venivi a una festa dell’8 marzo a casa mia.
-Eeeh… Grazie maaah… Sono incasinatissimo. In questi giorni. Non ti so dire. Ti confermo più avanti.
-Ah dai è una bella festa c’è un sacco di figa e poi è solo un aperitivo non ti toglie molto tempo alle dieci ognuno a casa sua.
-Eeeh… Non ti so dire. Sono incasinatissimo. In questi giorni. Ti confermo più avanti. Tra il 7 e l’8.
-Va bene dai me lo dici, me lo dici il 7 ma anche l’8. E Paolo? Ce l’hai il suo numero?
-Eh?
-Paolo!
-Che Paolo?
-…
-.
-Paolo. Su. Paolo. Cosa sei rincoglionito? Paolo.
-Paolo?
-Ma… insomma… ma Paolo cristo, ma Paolo il friulano.
-Ascolta, io non conosco questo Paolo, quindi stai calmo.
-Ma come non lo conosci! Ma come! Ma come! Ma va a fare in…! Ma… insomma… ma… ma chi sei?
-Matteo, mi hai chiamato tu. Sono Jacopo.
-Ma che Jacopo?
-Jacopo ““N””.
-…
-.
-Ah. Cristo. Sei Jacopo ““N””. Cazzo… È che ho sbagliato Jacopo. È che ce ne sono tanti in rubrica. Sapessi. Un sacco ce n’ho. Di Jacopo. Sai?
-Tranquillo.
-Eeeh. Vabé, fa niente: puoi venire anche tu alla festa, se ti va.
-Grazie. Ti faccio sapere l’8.
-Ah. Sì. Allora ciao, eh?
-Ciao.

-Pronto.
-Jacopo!
-Eh.
-EEEEH! Come staaai? Senti volevo chiederti se venivi a una festa dell’8 marzo a casa mia.
-Me lo hai appena detto.
-Ma allora…
-.
-…Sei tu: anche quest’altro sei tu!
-Già.
-Quindi tutti gli Jacopo della mia rubrica sei tu.
-.
-…
-.
-Senti volevo dirti che avevo proprio voglia di parlare con te, avevo proprio voglia, sai? Sono giorni che me lo dico, sai? Quanto mi piacerebbe parlare con Jacopo ““N””.
-M!
-Quindi vorrei che venissi alla festa, sai: è a casa mia, l’8 marzo. Perché avrei proprio voglia di fare quelle domande che farei a te. Proprio quelle domande che farei a Jacopo ““N””.
-Capisco. Può darsi. Non ti so dire. Sono incasinatissimo. Ti confermo più avanti. Tra il 7 e l’8.
-Ah, ochéi. Sarebbe bello. Davvero.
-Grazie. Se posso venire ti faccio sapere.
-Allora ci sentiamo. Se senti Paolo… non ho il suo numero… avverti anche lui.
-Certamente.
-Bravo.
-Ciao Matteo.
-Ciao Paolo.

ciao interessante quanto scrivi

Cara amica che scrivi «ciao interessante quanto scrivi» oppure «ciao interessante questo blog» o spesso solo «ciao». Ti prego, per una volta vieni meno alla tua ferrea legge:
leggi un post: leggi questo post.
Non fraintendermi: leggi solo questo post: non vorrei mai che tu cominciassi a leggere i post che commenti. Finirebbe tutto. No, tu così devi rimanere: bendata ai contenuti e alle pertinenze come il caso, errante, di link in link sempre fuggendo, famelica di rapporti corrisposti, sacerdotessa addetta all’aggiornamento compulsivo del tuo dio fatto di cifre. Io questo tuo ufficio lo leggo chiaramente nei «grazie di essere passato», lo leggo nei «ciao link ricambiato»; lo leggo nel tuo ripassare qua a distanza di sei mesi, e annunciare che ripasserai dimenticandoti che eri già passata scrivendo all’epoca «interessante questo blog ripasserò»; lo leggo nel commento che hai lasciato ieri a un post di un famosissimo scrittore, post scritto una metà dal noto campioncino e l’altra metà da uno che ha scritto un libro sul noto campioncino, e tu, ambulante paradiso surreale, che commenti con un circostanzialmente ultrapolisemico «interessante quanto scrivi»; lo leggo quando sporadicamente, magari trascinata da una intestazione, decidi di cambiare formula e sconvolta scrivi «argomwrno forte» su un blog impegnato contro la pedofilia.
Ecco, io ora ti imploro: riconosci l’esistenza nostra, creature che godiamo di contenuti, e riconosci il nostro mondo, il nostro immaginario, i nostri gusti, le nostre aspirazioni, la nostra forma di vita; riconosci come, tradotte nella nostra realtà, le combinazioni di blog, post e tuo-commento diventino geniali, e, se sei davvero grata a questa realtà reticolare che rende possibile il commercio delle presenze mere, e se sei grata a tutti noi che ogni giorno la alimentiamo, allora ricambia, cara amica, ricambia, e invece di costringermi a digitare dentro al box di google il tuo nome o "interessante questo blog" nelle sue varianti, per poi trovarmi a sfogliare link inutili, dal tempo ammutoliti, rendi a tutti disponibile la celeste pagina dei tuoi ultimi 20 commenti su splinder.
Dai… che ti costa?

A F

Se tu fossi qui, lo so, ti infurieresti e fisseresti nei miei occhi con quegli occhi spalancati, da allarme e da intenzione accesi, che da sempre ti possiedono senza darti pace. Pesce adriatico dai muscoli superbi. Se tu fossi qui, lo so, mi urleresti in faccia che la vita è superficie estremamente seria e studiata per il gioco, che chi scrive vive tanto e si tuffa nello scontro degli oceani, e si vota alla caccia e all’assassinio di se stesso. Samurai per sempre, ché comunque morti siamo. Se tu fossi qui, tu ci staresti ancora a curarci di pensare solamente alle ragioni delle azioni e mai alle loro conseguenze, a prendere la notte a petto nudo, rivendicare gli attentati alle pubbliche opinioni, mostrificarci sopra ai prati e sopra ai testi per fare di noi stessi spugne di sostanza e d’attributi, piangere del cosmo e della nostra permanenza a un tempo futile e enigmatica, smettere di piangere, impazzire di risate e di furia di creazione ancora. Bambino che detesta i piagnistei, nato da esser grande. Se tu fossi qui, fermeresti pochi istanti il tuo pensiero per considerare quanto il mio sia corso a te nei giorni fieri e in quelli privi di pretese, poi, proiettile che porta avanti il tempo, scuoteresti la tua mente e le mie spalle, per tornare all’istante del qui e ora che sempre e solo si attraversa. Giusta grazia resa, in te invisibile ai tantissimi, ma è il medesimo coraggio di chi non ha mai aspirato a servire i banchetti raffreddati infarciti dalla colpa. Se tu fossi qui, io lo so, avrei forza per risate e fuoco di parola, avrei occhi attenti, e vigili, e pieni di sorriso. Qui rimangono le carte impolverate, i progetti senza scienza e senza schiena, i versi solitari che a nessuno fanno rima, le abitudini perdenti della microborghesia. Tieni duro, non lasciare che i maiali ti travolgano, circóndati di specchi e ricordati chi sei, affronta ancora oggi lo scoglio di salsedine, disciplina la metafora che ti scorre inesauribile tra i muscoli. Spero ci reincontreremo, spero presto vibrino i levare, e le gite, e le liti, e il manto verde dei tuoi prati, e le frecce di questi nostri archi testardi e artigianali.

Il novissimo Kyashan – La rinascita

Stamane a Bologna è partito il future film festival. Alle undici di ‘sta mattina sono andato a vedermi La Rinascita, il discusso film tratto dalla mitica serie Kyashan. Il film verrà riproiettato questa stessa sera alle 23.00 al Capitol. Tecnicamente degustibus: se vi piacciono i video dei Prodigy, i videogiochi ultramoderni, i combattimenti dove si capisce poco e la paccottiglia techno-gotico-metallara, bé, allora dovreste andarci assolutamente. Per quel che mi riguarda, le parti migliori sono proprio quelle a musica sparata, dove l’effetto videoclip è almeno portato a estreme conseguenze. Identici restano i nomi dei personaggi e il costume di Kyashan, privo però (simbolicamente?) del casco, che viene distrutto da un’esplosione poco prima della rinascita del nostro. A volte, come nel caso della rivisitazione dei cupissimi scenari da seconda guerra mondiale, l’impatto della tecnologia disponibile restituisce vita all’estetica dell’originale trascinandola al limite; e chi come me ha adorato il cartone apprezzerà soprattutto l’unico combattimento revival tra Kyashan e un plotone di robot, realizzato dannatamente bene, tanto che viene da domandarsi se non era il caso di sfruttare le nuove potenzialità tecniche per girare un remake fedele all’originale. E invece no: il film è volontariamente l’opposto della serie originale: là Tetsuya si sacrificava di sua sponte e rinunciava alla propria umanità facendo di sé l’androide Kyashan, l’unico in grado di combattere gli altri androidi, quelli nazisti, decisi a sterminare il genere umano; diversamente nel film, dove Tetsuya muore in guerra e viene fatto rinascere forzatamente dal padre grazie alla biotecnologia; ancora, nella serie originale gli androidi erano indefinitamente più potenti e soprattutto più cattivi degli umani, i quali sviluppavano al massimo una forma di razzismo nei confronti dei robot (razzismo del quale Kyashan era spesso vittima); nella nuova versione tutti sono fascisti e guerrafondai, tutti sono cattivissimi e potentissimi, e i neo-nati non sono androidi bensì cadaveri rimaneggiati dall’aspetto e dalle motivazioni decisamente umani. Kyashan si risveglia in un mondo nel quale non voleva tornare, con il cuore reso impuro dalla guerra dove ha ucciso ed è stato ucciso, disorientato e incapace di prendere le difese di qualunque parte in causa, se non di quei villaggi i cui abitanti vengono sterminati (dopo essere stati bollati come “terroristi”) dai soldati nevrotici che eseguono entusiasticamente gli ordini più brutali e dei quali lui ha fatto parte nella sua prima vita. E la vita, anzi, la negazione del significato della vita è l’oggetto di critica preferito dagli autori: gli uomini uccidono e rianimano con una facilità di mezzi e una leggerezza d’animo che ha dell’incredibile, mentre è proprio l’unicità della vita a renderla densa di significato e di rispetto, e, circolarmente, è la comprensione di tale unicità che inibisce l’assassinio: in pratica, la tendenza alla rianimazione conduce alla tendenza a uccidere. La sentenza morale finale del film è di un pacifismo psicologicamente violentissimo: esistere genera il male naturale, quello degli altri più che quello interiore, cioè: esistendo non possiamo che fare male agli altri, quindi non-esistere o smettere-di-esistere è la redenzione, o almeno questo è quello che sono riuscito a evincere dal complesso, dato che a tre-quarti del film i sottotitoli sono andati a farsi benedire per riprendere pochi minuti prima del finale, e i dialoghi probabilmente più importanti – compreso il lungo monologo del supercattivo – ce li siamo figurati ascoltando il giapponese. Il pubblico è stato molto comprensivo: se fossi stato un fanatico che ha atteso per più di un anno questa anteprima e me l’avessero seccata così dopo aver intascato i miei sette euri non sarei stato tanto accondiscendente. Auguro agli spettatori delle 23.00 di incorrere in più felice circostanza.