Metallo urlante

Gli uffici della Torraccia, da fuori, fanno una scacchiera di rettangoli che riflette il piombo del cielo. Imperscrutabili, sembrano nascondere mestieri e mansioni da scrivanie hi-tech e computer all’ultimo sistema operativo, distributori di caffè, ambienti caldi e depurati. Chissà come sembrano piccoli, da lì, quelli che ogni mattina sbarcano dall’autobus, scendono la scaletta metallica attenti a non scivolare nei giorni di pioggia, per andare a infilarsi come topi nei buchi dei piani bassi. E chissà che grasse risate o che dolorose preoccupazioni dietro i vetri imperscrutabili, stamane, quando il gagiotto con l’eskimo verde è volato sulla scaletta, le gambe all’aria e lo scontro di carne e metallo, per poi rialzarsi e gridare e correre verso il suo buco; e per poi uscirne appena mezz’ora dopo, correndo nella postura del pianeta delle scimmie verso la fermata dell’autobus.

La modestia

«Aprire un giornale, parlare con un amico, iscrivere un figlio a una scuola, far visita a un parente in ospedale o interrogarsi su cosa faremo di un pomeriggio di libertà sono alcune fra le infinite occasioni di imbattersi in questioni che solo la fretta, la modestia o… la mancanza di abitudine al pensare, appunto, ci impediscono di riconoscere come filosofiche. Metafisiche addirittura alcune, teologiche altre, psicologiche, esistenziali, estetiche, etiche. E infine, molto più di quanto non sembri, questioni di logica. Che in definitiva è l’etica del pensiero, senza la quale non c’è responsabilità nell’uso delle parole. Non c’è coscienza del loro peso, del loro contributo alla verità e alla falsità di quello che diciamo.

Proprio per questo, cominceremo “leggeramente”, un avverbio che volentieri il padre della nostra lingua, Dante, associa al verbo “ragionare”. Cominceremo dall’allegria che fa lieve la mente, perché “allegria” si apparenta con “alleggerire”. Se dobbiamo credere ad Agostino, di cui si è festeggiato nel 2005 il milleseicentocinquantesimo anniversario della nascita, “Nutre la mente solo ciò che la rallegra”.»

Roberta De Monticelli, “Il sonnambulismo e la veglia della mente”, in Nulla appare invano

Back to Mars 2

– Buongiorno chiamo dalla Brìllar. Ha mai pensato di installare un impianto di climatizzazione?
– Dato che questo è un negozio all’aperto l’idea ha dell’assurdo.
– Se le condizioni sono queste è evidentemente infattibile.
– Non le sembra che un’idea del genere sia del tutto insensata?
– Stante la situazione da lei descritta non si può prendere in considerazione.
– Ecco: quindi è un’idea priva di ogni validità, come ho già detto, assurda. Lei si rende conto che fa richieste assurde?
– No.
– Lei è inconsapevole. Arrivederla.
Clic.

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Zambot 3: la luna di Tomino

La famiglia Jin è approdata sulla Terra trecento anni fa in seguito alla distruzione del pianeta Biar da parte delle armate dei Gaizok. Ora i Gaizok attaccano la Terra. Kappei, Uchuta e Keiko sono tre giovanissimi Jin cresciuti per pilotare i tre moduli dello Zambot 3, il robot che difenderà la Terra dai Gaizok. Al di là dell’odio dei terrestri nei confronti dei Jin, ritenuti a torto causa dell’invasione (che peraltro è un motivo già presente in Kyashan), il canovaccio di Zambot 3 (Yoshiyuki Tomino, 1977) è a prima vista privo di qualunque originalità; le animazioni sono faticose, i disegni spartani; il mondo di Zambot è rudimentale, fatto di mare aperto o montagne rocciose. Un elemento particolarmente fastidioso poi è la rappresentazione dei Gaizok: il luogotenente Butcher entra sempre in scena con una risatina mefistofelica; le buffonate nella nave nemica sono patetiche, talvolta imbarazzanti.
Eppure a metà serie, all’improvviso, mentre stai per addormentarti, ecco che i Gaizok si travestono da protezione civile e cominciano a radunare profughi terrestri in campi di accoglienza fasulli. In questi campi i Gaizok operano i profughi installando nel loro corpo bombe a orologeria; dopodiché cancellano loro la memoria e li liberano. L’unico segno che distingue le bombe umane è una piccola stella viola sulla schiena, dove il diretto interessato non può vederla.
Tomino non si limita a raccontare questa storia, né a mostrare individui che all’improvviso esplodono. Entra nella vita dei personaggi e mette in scena la disperazione.

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Brìllar was a gas

– Buongiorno signora, la chiamo da Al Qaeda cellula di Pesaro, spero di non averla disturbata. Vede, noi ci occupiamo di dirottamenti aerei, armi di distruzione di massa e allestimento di attentati kamikaze. Dato che siamo in promozione la stiamo contattando per proporle il nuovo pacchetto composto da mini-atomica a raggio monochilometrico, perfetta per l’eliminazione dei vicini, più schermo anti-radioattivo per l’abitazione.
– Co-cosa…?
– Scherzo, signora. Chiamo dalla Brìllar e oggi vado in ferie.

Call Center from Mars (bonus tracks)

– Buongiorno signora, la chiamo dalla Brìllar, ci occupiamo di climatizzazione, stiamo proponendo delle consulenze gratuite a chi volesse valutare le nostre offerte. Lei possiede già un climatizzatore?
– No, non ce l’abbiamo il climatizzatore.
– Le può interessare una consulenza con il nostro tecnico, signora, naturalmente senza alcun impegno e nel momento che lei preferisce?
– Ma le ho detto che non ce l’abbiamo il climatizzatore!
– Appunto, signora, infatt…
– Insomma, come glielo devo spiegare, non ce l’abbiamo il climatizzatore!
Clic.

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Principi di devozione II (parte 3 di 3)

Ricordi quando uscì Songs Of Faith And Devotion? Avevi tirato fuori di nuovo, chissà da quale cassetto, quel fermaglio per i capelli a forma di conchiglia. Io ero ancora capace di avvertire i contorni netti dei simboli, rileggere distintamente le storie del passato, attribuire correttamente memorie e suggestioni perché la vita era stata ancora breve, fino a quel momento. Arrivai sotto casa tua, ti aspettai all’ombra del pino marittimo, proprio davanti al negozio di dischi. Sando aveva comprato Songs Of Faith And Devotion, che era appena uscito, saremmo andati da lui ad ascoltarlo. Noi avevamo visto solo il video di I Feel You, il singolo che lanciava il nuovo album. Io ero rimasto incollato allo schermo del televisore. Mi faceva impazzire il modo in cui Dave alzava la gamba e batteva le mani. A te piaceva, il singolo, ma non lo reputavi l’evento del secolo. Chissà per quale motivo eri già grande. Certo, anche io di qualcosa mi ero accorto, I Feel You mi diceva che erano cominciati gli anni ’90, più sporchi, più eccitati, più disperati. Guardandolo avevo capito che ero cresciuto e che prima o poi sarei morto. Però pensavo fosse bello, perché pensavo che sarei morto con te. Ancora una volta, per l’ennesima volta, il futuro non voleva presentarsi problematico al cospetto della mia coscienza che, da parte sua, era ancora ben lungi dall’allestire un tribunale. Tutti a casa propria, tutti in pace, i muri belli dritti. Nothing to fear.

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Principi di devozione II (parte 2 di 3)

Quell’inverno un programma per l’Amiga lasciava che ragazzini senza senso di realtà potessero credere di comporre musica. Quattro piste correvano parallele in verticale sullo schermo azzurro. Orizzontale, la linea del tempo tagliava le piste e faceva suonare ciò che la attraversava. Quando un campione appoggiato su una pista passava la linea del tempo, suonava, e la sua immagine si illuminava: sembrava, in questo dinamico alterco, che le piste si rincorressero l’una con l’altra senza superarsi mai. Fui chiuso in camera di mia sponte per pomeriggi interi, quell’isolamento forse non giovò alla mia coscienza e mi ritrovai infine a credere d’aver prodotto qualcosa di valore: una pietosa composizione che il dj di una radio locale mi aveva promesso di trasmettere. Tutto sommato, se lo avesse fatto sul serio, oggi non me ne sarei vergognato: l’esaltazione ingenua della nostra adolescenza è bella e la perdoniamo pur avvertendo che in fin dei conti sarebbe stato meglio per noi non essere così.
Nel programma azzurro dell’Amiga erano inclusi dei demo per mostrarti come prima di te altri avevano fatto le musiche sull’Amiga: lasciavi scorrere la composizione altrui sul sequencer, lasciavi che si illuminassero i campioni cercando di capire dove si dovevano mettere i pezzi della musica. Fu solo quando mi convinsi d’aver completato la mia creazione che li ascoltai tutti. Uno era spettacolare. Si chiamava “Ice Machine”. La resa del suono era terribile, ma la melodia era semplice e magnifica, stupida e sconvolgente. Usciva dall’Amiga: piripiripì-ppirì-ppippi, pi-piripiripì-ppirì-ppippi. Piangevo commosso per l’uomo che aveva composto quella musica celestiale e tristissima su un tristissimo e celeste programma per credere di fare la musica elettronica con l’Amiga. Quell’uomo doveva aver avuto un infarto lungo tanto quanto il tempo di comporla.

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