Il dubbio atroce dell'anarchico

Mi sono capitati per le mani due libri appena usciti: due romanzi, di due autori nuovi per due case editrici diverse. Di un autore la casa editrice pubblica la foto in terza di copertina. E la pubblica anche a pagina 4: tutta pagina 4. Autore carino, aria scazzata, vagamente persa. Leggi le note autobiografiche e scopri che ha trent’anni ed è musicista. Leggi il romanzo e trovi frasi come “allora gli accadde la cosa più assurda di tutta la sua vita”.
L’altro romanzo, consigliatomi da più parti, è di uno sceneggiatore televisivo di affermato successo, ed è pubblicato da una casa editrice che si occupa di cinema e di corsi di scrittura. Una casa editrice trasversale. Il risultato è il romanzo che ho in mano: una lingua non irragionevole ma appiattita su una forma da script, punteggiatura completamente sballata e – orrore – un recidivo doppio punto esclamativo.

Vai in libreria, butti un occhio sul banco delle novità e quando prendi in mano qualcosa hai paura di leggere la biografia: copywriter quando va bene; impiegati mediaset, musicisti, scultori quando va male. Bene o male, si pensa a lettori ai quali di leggere un romanzo non è mai fregato nulla. Tanto tutto – musica, direzione artistica, narrativa, poesia, teatro – è la stessa cosa: così ho letto sul sito di un tuttofare, un grumo di accenti assenti e discordanze di genere tenuto insieme dagli elastici dell’ideologia.

Il venir meno della forma letteraria nell’inseguimento della forma estranea, spesso televisiva – o anzi nella riproposizione della forma estranea, spesso televisiva, dato che vien da pensare che l’autore produca ciò che rumina –, non è argomento inedito. Inedita forse è la quantità di materiale riversato sul mercato editoriale in questo momento, e quindi la quantità di danaro che le case editrici decidono di investire in testi non-proprio-letterari (a.k.a. quantità di danaro che decidono di non investire in testi proprio-letterari).

Il dubbio atroce dell’anarchico rimane sempre quello: il prezzo della libertà è un livellamento verso il basso? è la fine della critica e della mediazione?

 

Post scriptum
Penso al prossimo vudéi del signor Grillo e alla proposta di abolire i fondi statali alla stampa – anche se quelle di Grillo non hanno quasi mai l’aspetto di proposte, bensì di mattanze al machete. Penso al pubblico di italia uno che decreta la sopravvivenza di qualcuno e la scomparsa di qualcun altro, ma senza che gli vengano forniti gli strumenti per abbracciare un orizzonte più vasto. Penso che poi in fondo è giusto. Davvero. Solo che fa schifo.

Save the irraggiungibile: save the world

paint it black 2
Paint it black 2

Non posso lamentarmi, pure se le metafisiche vanno a pezzi tra le mani. Non ho sentimenti cosmici di pessimismo interstellare da postare. Non ho dèi da bestemmiare per errori di creazione. Però non ho la colazione, perché mi va di traverso, e la moka non funziona neanche bene. Ho da correre ogni giorno tra un bastone e un relatore e intanto ho un lavoro da aggiustare, ché così poi non va bene, non può fare. E fatico ogni nottata a prender sonno, e fatico anche a pensare a che cosa posso fare, dopo, domani, e temo ben dopodomani. È finita a quanto pare l’era dei vaneggiamenti. A giorni qua vaneggio solo perché non c’è più il pane. Devo stare dietro a tutti, e tutti nel frattempo vede bene di inculare. E non riesco neanche a dirti: dai, su, fammi sorridere. Perché io non ce la faccio, e non mi diverte affatto che il mio stato esistenziale abbia preso queste forme, che ai miei incubi di allora sia venuta questa idea di far gli anni assieme a me, maturare uguale uguale agli interessi dei strozzini, e in più con quella fotta tutta loro di farsi materiali: proprietà qualitativa. Profezia che si autoavvera? Dipartenza in auto nera. Chissà quando ho cambiato idea, sulla reincarnazione: quand’è che ho cominciato a non volerla. E non mi importa se non puoi più farci niente, non mi importa se i casini sono miei, se i cazzeggi sono miei, se le conseguenze poi alla fine resteranno tutte mie. Mi importa solo che hai capito. Sono io che non capisco, mo’, sono io che non capisco quando parli, non capisco ciò che dici, non ti seguo, nemmeno ad inventarti. Vedo bene che si muove la tua bocca, vedo bene che fai suoni articolati, ma non ne capisco il senso, e non posso farci niente, beibe, non ci posso fare niente, sono stanco di esser stanco e non trovo vie d’uscita. Il cliente che hai chiamato è al momento irraggiungibile.

Into McCandless

Tanto geniale quanto inattesa è la spietatezza di Into the wild, scopertosi, Sean Penn, crudele gigione.

La storia. Malgrado sia nato nel ’68, McCandless è un povero hippie: non reca sintomi della rivelazione punk e "ragiona" come uno che nel sessantotto c’aveva venticinque anni; brancola (vedi la foto) tra opposizioni concettuali borghesi, illusorie e stucchevoli, tipo naturale/innaturale e vero/sociale. Dopo aver affrontato il Padre Autoritario e lo Sbirro Repressivo, finalmente McCandless giunge nella Naturale e Vera Alaska. Naturalmente e da Vero Fricchettone, il libro sulle piante selvatiche lo ha letto in fretta e male. E così ne mangia una velenosa, e muore tristissimo perché si sente inutile e solo, e nemmeno l’orso lo considera. Sean Penn è un grande e io lo amo.

Appendice
Sublime l’effetto delle musiche: la favolosa colonna sonora di Eddie Vedder fa apparire tutto surreale. Che so: qualcosa tipo Shine On You Crazy Diamond mentre in controluce, sul sole che tramonta, al rallentatore, Banfi si prende a schiaffoni.

Andata e ritorno

Ieri sera ero così stanco che mentre leggevo mi sono addormentato e mi sono ritrovato a parlare con uno in un sogno. Questo mi chiedeva delle cose, ma, mentre tentavo di rispondergli, spiegandogli che non connettevo perché ero stanco, mi sono addormentato.

Mettete in conto che devo ripassare dal tizio, prima.

Cthulhu

Non ho letto il libro di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino. Lui è anche simpatico, mi piace come parla. Un po’ meno quello che ha detto stasera da Gad Lerner: Dio c’entra con la scienza perché il Logos è ciò che tiene insieme qui i miei atomi.
Vero. Falso.
Vero e falso perché se il Logos è ciò che permette agli atomi di stare insieme quando secondo le sue leggi devono stare insieme, allora è anche ciò che permette agli atomi di dividersi quando per le sue leggi devono dividersi. E il Logos darebbe ordine al nulla, nel suo essere nulla, se l’insieme delle cause avesse prodotto il nulla, esattamente come dà ordine alle cose, nel loro essere cose, nello spazio in cui sono. Il Logos garantisce l’ordine della realtà, non è una cosa. Il Logos permette all’eccedenza, alla possibilità, al caos che sta nel fondo oscuro, nell’altro lato della realtà, di prendere una forma determinata nel tempo e nello spazio, di essere di istante in istante secondo l’unica possibilità che la configurazione del mondo permette in un dato istante.
È un concetto (motivato) ontologico, non una sostanza o una tensione fisica.
Mancuso sta cercando di fare un errore radicale e ci sta riuscendo benissimo: far di Dio un ente: roba da peccatori, secondo Eckhart. Portare Dio in una parte della natura, farlo stare in qualche posto nella natura: roba da Lovecraft.

Che due palle, Orazio

Spesso chi crede che la filosofia sia quella che insegnano pessimi professori di liceo abbandona ogni confronto dialettico di un certo spessore con la ritrita citazione “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante la tua filosofia ne possa sognare”. Fermo restando che 1. Shakespeare andrebbe anche letto oltre che citato; 2. della filosofia di Orazio risponde Orazio, e non l’interlocutore di turno; 3. un buon modo per distruggere scrittori anche interessanti come Shakespeare Wilde o Nietzsche è continuare a fare delle loro frasi slogan che alimentano la noia e infine la nausea; andrebbe spiegato di volta in volta al ripetitore d’aforismi – giusto per non rendersi complici della stagnazione – che il problema della filosofia non si pone tanto quando in cielo e in terra ci sono più cose che nella filosofia – eventualità serenamente considerata dal filosofare sui limiti della filosofia – bensì quando in cielo e in terra ci sono meno cose che nella filosofia. Il problema di avere nel mondo più cose di quante il proprio schemino ne consideri è un problema dell’ideologia, che ripudia la filosofia allorché questa potrebbe dimostrare che, appunto, ci sono più domande di quante l’ideologia ne possa tollerare.

Tu quoque Socrate

Si veda il Critone. Socrate è in galera, condannato alla cicuta. Critone vuole aiutarlo a fuggire, altrimenti gli Ateniesi lo considereranno un traditore degli amici. Socrate gli dice: ma ti rendi conto che non dovresti vergognarti di quello che pensa la gente di te, se ha torto? Ti rendi conto che dovresti vergognarti di vergognarti di una cosa come questa? Io non fuggo: ho stretto un patto con le leggi di Atene, ho scelto io di abitare qui, di sottostare alle leggi e di rischiare. Ora mi prendo le mie responsabilità. Non riesco a fare altrimenti: questa roba mi incatena come i ritmi dei coribanti.

L’interlocutore socratico, in genere, si vergogna solo di ciò che è sanzionato con il biasimo da parte della comunità, cioè si vergogna dei contenuti del suo pensiero e delle sue azioni, non della forma del suo ragionare. E si vergogna dei suoi pensieri biasimevoli solo se sono espressi o intuiti, e delle sue azioni biasimevoli solo se qualcuno vi assiste: se Socrate non fuggisse, Critone, pur se riconoscesse dentro di sé la validità dei ragionamenti socratici, si vergognerebbe di fronte agli Ateniesi.
Diversamente Socrate controlla continuamente Socrate sul piano formale: ho stretto un patto, dovrò rispettarlo; non posso permettermi X, non stringerò un patto in cui mi impegno a fare X. A Socrate non sembra interessare il biasimo o la lode sui contenuti: a Socrate sembra interessare solo la correttezza deduttiva, di cui lui stesso si fa testimone. Stante quella, lui non ha problemi.

Fila tutto liscio, a quanto pare, nel Critone. Però c’è da far caso a come fila tutto liscio. In questo dialogo non ci sono solo Socrate, Critone e gli Ateniesi di Critone.
Prima di tutto Socrate fa comparire il fantasma dell’Esperto, che è l’unico, dice, di fronte al quale ci si deve vergognare: l’Esperto sa riconoscere il buono stato dell’anima; tradotto dal socratico: sa vedere la simmetria delle opinioni e delle azioni.
Ora, non è che questo Esperto che non si sa dove stia ne sappia più di Socrate, dato che Socrate quella correttezza deduttiva la sta effettivamente mettendo in pratica. Ugualmente Socrate chiama a testimone questo fantomatico Esperto ponendolo come una figura esterna, probabilmente intendendo il dio.
Dopodiché, parlando degli impegni che ha preso con le leggi di Atene, Socrate fa comparire le Leggi. Dice a Critone: pensa se io fossi lì lì per fuggire e in quel momento arrivassero le Leggi a biasimarmi per la mia incoerenza. Non avrebbero ragione di svergognarmi?
E poi, quando morirò e andrò nell’Ade, non arriveranno le Leggi dell’Ade a farmi i medesimi discorsi? Caro Critone, come vedi non può fare.

Personificazioni. Queste sono personificazioni.
Nemmeno Socrate è riuscito a farsi unico testimone di se stesso. Nemmeno lui è riuscito a fare a meno dell’idea di uno sguardo esterno che vedesse la sua coerenza.

Iodio

Qualcosa di buono mi è stato accanto tutto il pomeriggio, iniettando in me il sospetto, quasi la certezza, che oltre il cortile, oltre il funk rumeno, oltre il lato opposto del palazzo, e magari dopo altri tre metri, San Salvario finisse. Che cominciassero viali alberati, aria tersa e colma di salsedine, ville di persiane colorate e infissi lavorati, sabbia fina che si alza con la brezza.
Poi son dovuto andare a fare la spesa.
Non va.
Qualsiasi cosa tu sia, grazie davvero.
Ma non sei casa mia.


i and i
I and I


Pensare a voce troppo alta

Il pensiero più innovativo si fa strada nelle scuole? È circondato da un clima di riconoscimento generale? Raggiunge l’orecchio interno, anche se il processo uditivo è spesso ostinatamente lento e carico di volgarizzazione? O invece il pensiero autentico e la sua valutazione ricettiva sono impediti, perfino distrutti (Socrate nella città dell’uomo, la teoria dell’evoluzione tra i fondamentalisti), da un rifiuto a pensare di stampo politico, dogmatico e ideologico? Quale meccanismo sordido, ma comprensibile, di panico atavico, di invidia subconscia alimenta la «rivolta delle masse» e, oggi, la brutalità filistea dei media che hanno reso derisoria la stessa denominazione di «intellettuale»? La verità, insegnava il Baal-Shem Tov, è in esilio perpetuo. Forse deve esserlo. Laddove diventa troppo visibile, dove non può rifugiarsi dietro la specializzazione e la crittografia ermetica, la passione intellettuale e le sue manifestazioni provocano odio e derisione (questi impulsi si intrecciano con la storia dell’antisemitismo; gli ebrei hanno sempre pensato a voce troppo alta).

George Steiner, Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero

L’aria generale

Questi attacchi alla tradizione razionalista occidentale sono particolari sotto molto aspetti. Innanzitutto, il movimento in questione è in gran parte limitato a diverse discipline umanistiche, come anche ad alcuni dipartimenti di scienze sociali e a determinate scuole di giurisprudenza. La componente antirazionalista della scena attuale ha avuto – finora – una scarsa influenza nella filosofia, nelle scienze naturali, nell’economia, nell’ingegneria o nella matematica. Benché alcuni dei suoi eroi siano filosofi, essa ha avuto scarsa influenza nei dipartimenti di filosofia americana. Si potrebbe pensare che, poiché gli argomenti in gioco sono profondamente di natura filosofica, il dibattito sul curriculum, legato al desiderio di rovesciare la tradizione razionalista occidentale, debba imperversare nei dipartimenti di filosofia. Ma, per lo meno nelle principali università di ricerca americane, non è così. I filosofi accademici trascorrono molto tempo affannandosi attorno ai confini della tradizione razionalista occidentale. Sono ossessionati da domande del tipo: “Qual è l’analisi corretta della verità?”, “Come fanno le parole a riferirsi a oggetti del mondo?” e “Le entità inosservabili postulate dalle teorie scientifiche  esistono davvero?”. Come il resto di noi, tendono a dar per scontato il fulcro della tradizione razionalista occidentale persino quando stanno dibattendo sulla verità, il riferimento o la filosofia della scienza. I filosofi che rigettano esplicitamente la tradizione razionalista occidentale, come Rorty o Derrida, hanno molta più influenza nei dipartimenti di letteratura di quanto non ne abbiano in quelli di filosofia.
Un secondo aspetto, per certi versi più sconcertante, è che è molto difficile trovare argomentazioni chiare, rigorose ed esplicite contro gli elementi fondamentali della tradizione razionalista occidentale. Di fatto, non è tanto sconcertante se si considera che parte di ciò che viene attaccato è l’intera idea di «argomentazioni chiare, rigorose ed esplicite».
[…]
A volte le “argomentazioni” si presentano più come slogan e gridi di battaglia. Ma l’aria generale di frivolezza vagamente letteraria che pervade la sinistra nietzscheanizzata non viene considerata un difetto. Molti di loro pensano che questo sia il modo in cui si suppone debba condursi la vita intellettuale.

John Searle, Occidente e multiculturalismo