Nei giorni 2008 (ri-editing)

It’s yourz
The world in the palm of your hand
It’s yourz

Wu-Tang Clan

Era venuto fuori in autobus, alle sei e tre quarti del mattino, mentre andavamo a prendere il treno per Firenze.
Mi aveva domandato:
– Hai spento il fornello?
Lì per lì non avevo capito di cosa stesse parlando. Il fornello. Rimase sospeso in aria senza alcun significato.
– Ah –  dissi poi, – il fornello! Oddio, no. Cioè: non no: non mi ricordo.
– Come non ti ricordi.
Rimanemmo lì a guardarci, aggrappati ai tubi dell’autobus, nella luce blu del primo mattino.
– Prova a ricordarti: devi ricordarti.
– Oddio, non mi ricordo, veramente.
– Cavolo, –  ridacchiò lei – non l’hai chiuso.
– No, no. È solo che non mi ricordo. Vabbè. Non mi ricordo nemmeno di aver messo i pantaloni, ma non sono in mutande. Non preoccuparti, su.
Ma ero io quello preoccupato.

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Kraftwerk Tapes

Per accertare ogni anno che molti di loro non fossero più in vita, li chiamavo ogni mattina cliccando sui numeri di un database estratto dall’elenco telefonico del ’96. Gli esercizi, le ditte, dico. Spesso – ex imprese casalinghe: uomini-ditta – rispondevano le vedove – vedove di uomini-ditta: esperienza nel rispondere al telefono – «no, non c’è Gaetano: è al campo santo», espressione tipicamente pesarese che segnala la tendenza ad attribuire primato al corpo nell’individuare la persona. Quando qualcuno rispondeva, sul monitor la faccia fatta di quadrati apriva la bocca come se stesse parlando, e sorrideva. Altre volte il computer componeva numeri scomparsi, numeri di cubi di cemento vivo gettati nei cerchi più esterni della città e della campagna, strisce di cerata appese a cancelli elettrici, cubotti privi di piastrelle, tirati su dove prima c’era un rigagnolo o un acquitrino – è una zona paludosa questa –: il segnale correva sulle colline, tra le falegnamerie a conduzione familiare, le serre, i camini e le galline, per trovare solamente i locali ormai deserti: contenitori abbandonati di vasche di dischetti da 3½, pezzi di mac classic o di ibm pre-Win98, vecchie stampanti a getto di inchiostro, basi orfane dei cordless. Allora il segnale mi tornava ansioso con un tu-tu-tu, e sul monitor la faccia fatta di quadrati aveva uno sguardo perso e malinconico. Ma c’erano anche i telefoni che attivavano altri telefoni: per il computer erano risposte, la faccia fatta di quadrati apriva la bocca felice, solo che al posto di una voce che diceva «pronto?» nella cuffia sentivo un altro telefono squillare diversamente dal primo: uno squillo allegro e vetero-elettronico: la traduzione che il primo telefono mi faceva della voce del secondo telefono: erano i telefoni che si attivavano da un ambiente all’altro cercando il loro padrone; immaginavo il loro rincorrersi in spazi vuoti e placidi, il raggio del sole che da una finestra quadrata illuminava scrivanie o telai o tecnigrafi o pialle bicombinate. “Attivo” segnavo in questi casi nel database. “Defunto” in tutti gli altri.

Anni '90

Cinque minuti dopo, stanno già vagando impazziti per le stradelle del triangolo Santa Croce-piazza Sant’Ambrogio-arco di San Pierino.
Sbucano in una piazzetta. Ci sono dei grossi conchini di cemento bianco, paiono meduse lucenti in un mare di notte e liquido amniotico. Il vocio della gente da un pub in fondo è una cascata d’acqua gialla e magenta, parte coerente del paesaggio.
“È FANTASTICO!” grida il Mella, e Iacopo vorrebbe affiancarsi a lui nel godimento di quelle meraviglie, ma c’è Mimmo che panica. Seduto su uno di quei conchini, strepita paranoie: “Perché facciamo sempre quello che dice Iacopo? Non ha senso! Decidiamo noi dove andare!”.
“Non è che ‘stiamo facendo quello che dico io’: è solo che io sono, diciamo, quello a cui questi trip hanno fatto meno effetto.”
“Quali trip?”
“Dai, quelli di Nikko…”
“Aspetta, ASPETTA. Ho capito. È un complotto.”
“Ma cosa dici!” fa Iacopo con una faccia serissima.
“Mimmo, davvero, ma che dici!” aggiunge Sandrone. Ma è come ripescare un forasacco nell’orecchio di un cane. Non importa quanto ti sforzi, lo spingi sempre più giù.
“Che dico? Che dico?” Mimmo si alza, l’occhio lustro, minaccioso, offeso: “Siete tutti d’accordo tra voi!”.
Il Mella s’allontana di tre passi o quattro, quello insiste:
“Anzi! No! Ora capisco! Sto morendo! Aaah! Siete dei dottori! Oddio!”.
“Ma dai! Sono Iacopo, c’è tuo fratello e il Mella, siamo a Firenze! Macché dottori!”
“Ah no-o? E allora, che cos’è tutto questo sangue?”
Il Mella alza gli occhi al cielo, poi cerca quelli di Iacopo. Non hanno bisogno di dirsi niente. Erano convinti che scene simili potessero esistere solo nei più biechi opuscoli antidroga.
Mentre già lo danno per perso, Sandrone, toccando corde che solo un fratello conosce, riacchiappa il forasacco. O forse è solo un momento di quiete nella bufera. O l’occhio del ciclone. Fatto sta che Mimmo si calma, si scusa addirittura, assume un’espressione del tutto normale: “Accidenti”, fa, “per fortuna mi è passata”.
Regna per un po’ una certa sobrietà sconnessa. Sandrone propone di andare a bere qualcosa: “Mi pare che qua dietro ci sia una via piena di locali”.


Vanni Santoni, Gli interessi in comune

Sabotage

Questo post era stato scritto in forma di dialogo, ovvero nella forma in cui sovente su questo blog vengono rappresentate le faccende che riguardano la logica e il linguaggio. Poi ho pensato che, essendo queste delle raccomandazioni al lettore che riguardano il modo di leggere i dialoghi (e i racconti in generale) ospitati su questo blog, è meglio che siano scritte in forma differente dal dialogo, onde limitare il pericolo che siano esse stesse oggetto della lettura scorretta di cui spesso sono oggetto i dialoghi, lettura scorretta che queste raccomandazioni al lettore vorrebbero appunto prevenire.

1. Il dialogo parla forse anche di te.
Se sei un conoscente dell’autore del dialogo e sei sicuro, malgrado le innumerevoli sbornie che ti concedi, che l’autore non abbia mai avuto con te una conversazione come quella che stai leggendo, non dedurne per ciò stesso che il dialogo non ti riguardi per nulla. Il più delle volte il dialogo denuncia una fallacia logica: non è attribuendo la possibilità di incorrere in quella fallacia logica esclusivamente al personaggio che la enuncia nel dialogo che da quella fallacia tu necessariamente sarai immune; né, peggio, leggeresti in modo corretto il dialogo stigmatizzando il personaggio non per la fallacia logica di cui è enunciatore ma semplicemente per quello che è (uno che non sei tu perché quella conversazione non l’hai mai avuta, o un interista mentre tu sei milanista o uno di destra mentre tu sei di sinistra o un interista mentre tu sei di sinistra e così via). Chiediti, in caso, quanto sia la fallacia a determinare il carattere, la maschera, il tipo del personaggio, a esserne la definizione (ad esempio: è interista perché chiamiamo “interista” uno che tifa così e così, oppure è di sinistra perché diciamo che è “di sinistra” uno che pensa cosà e cosà).

2. Il dialogo non parla di te.
Se sei un conoscente dell’autore del dialogo e il dialogo, mettiamo, parla di “linguaggio come malattia”, e, mettiamo, il dialogo è rappresentato mentre avviene al telefono, e tu hai avuto, mettiamo, una discussione al telefono con l’autore del dialogo incentrata su tutt’altro rispetto al contenuto del dialogo, non credere che il dialogo parli non di quello che c’è scritto nel dialogo e che invece parli di quello che non c’è scritto e di cui hai parlato con l’autore al telefono. Non crederlo, altrimenti fai come qualcuno che ultimamente è passato qua sopra e ha sentito solo “…knife…” come in Sabotage di Hitchcock ed è esploso lanciando accuse e/o maledizioni e/o commenti farneticanti che, almeno in un caso, ho provveduto a cancellare per fare un favore più al commentatore che al sottoscritto.

3. Il dialogo parla di te?
Se nel dialogo o in qualunque altro post ci si riferisce a personaggi di una qualche doppiezza tipo “quelli che hanno fatto x perché hanno ceduto alle pressioni” o “quelli che fanno finta di avere la coscienza a posto ma non ce l’hanno” e, senza che sia stato fatto il tuo nome o senza che qualcuno ti abbia preso a esempio come persona che si trovi in quelle condizioni, tu lamenti una presunta accusa che ti verrebbe mossa e/o inveisci senza argomentare all’indirizzo dell’estensore del post, sappi che in parecchi crederanno di poter riconoscere in te un soggetto che si trova nella condizione cui il post fa riferimento.

Naturalmente le tre raccomandazioni su esposte valgono anche per l’interpretazione delle tre raccomandazioni su esposte.

L’ultimo ammicca

Da Così parlo Zarathustra, di Nietzsche:

“La terra allora sarà divenuta piccola, e su di lei andrà saltellando l’ultimo uomo, che renderà tutto piccino. La sua schiatta è indistruttibile come la pulce di terra; l’ultimo uomo è quello che vive più a lungo di tutti.
Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.
Hanno abbandonato le regioni dove era duro vivere: perché c’è bisogno di calore. Si ama ancora il prossimo e ci si strofina a lui: perché c’è bisogno di calore.
Ammalarsi e diffidare è per essi peccato: e si va avanti guardinghi. Pazzo chi ancora incespica sulle pietre o sugli uomini!
Ogni tanto un po’ di veleno: esso fa sognare gradevolmente. E alla fine molto veleno, per gradevolmente morire.
Si lavora ancora, poiché il lavoro è un modo di passare il tempo. Ma si cerca di fare in maniera che questo divertimento non danneggi.
Non si è più poveri o ricchi: entrambe le situazioni sono troppo impegnative. Chi vuole ancora dominare? Chi vuole ancora obbedire? L’una e l’altra cosa sono troppo impegnative.
Non un pastore e il suo gregge! Ognuno vuole la medesima cosa, ognuno è uguale; chi sente altrimenti, va diritto al manicomio.
In altri tempi tutti erano pazzi, dicono i più raffinati e ammiccano.
Si è saggi e si sa tutto ciò che è accaduto: così non si finisce mai di sorridere. C’è ancora chi s’arrabbia; ma ci si rappacifica presto per non sciuparsi lo stomaco.
Si possiede la piccola gioiuzza per il giorno e il piccolo piaceruzzo per la notte: ma si rispetta la salute.
Abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano.”

Peggio di un nemico

«Io il meccanico non lo faccio», dice Diego, troncando il discorso. È più arrabbiato adesso di quanto lo sia stato per tutto il giorno. È arrabbiato perché non capisce, che non è come essere arrabbiati per qualcosa che non ti piace. Che senso ha fare un gesto del genere, rovinarti il compleanno e poi ripararti la moto? È un modo per chiedere scusa? È un modo per dire: sarò sempre più bravo di te? Un padre è peggio di un nemico, pensa. Non puoi combatterlo ad armi pari. Non puoi scappare e nemmeno ignorarlo, perché ti segue dovunque vai. E alla fine, anche quando sarà stanco e ferito, ti mancherà sempre il coraggio di dargli il colpo di grazia. Diego immagina la vita degli adulti complicata come le automobili moderne: troppa plastica, troppa elettronica, e tutta quella potenza affidata a un sistema così delicato. Basta uno scherzo dell’impianto elettrico e ti ritrovi schiantato contro un muro senza nemmeno accorgerti che qualcosa non va. Lui ha sempre pensato alla sua, di vita, come alla meccanica elementare e perfetta del motore a due tempi: il cilindro che si riempie di miscela, la miscela compressa che esplode, i gas di scarico che lasciano il cilindro vuoto. Se c’è qualcosa da imparare, dopo questa giornata, è che la vita non sarà più così. Mai più.

Paolo Cognetti, Una cosa piccola che sta per esplodere

Lucidità 3

Esco dalla fotocomposizione, chiudo la porta di vetro e dietro di essa vedo la tipa della fotocomposizione che mi fa ampi gesti. Perché, mi domando, la tipa mi sta facendo ampi gesti?
Seguo i gesti e vedo, oltre il vetro della porta, una borsa nera appoggiata alla parete della fotocomposizione. Perché mi indica quella borsa nera, identica alla mia borsa nera, al di là della porta?
È la mia borsa. Riapro la porta. Ringrazio la tipa. Riprendo la borsa.
Vado alle poste, devo fare una raccomandata. Prendo il numero per lo sportello. Mi metto al trespolo dei moduli e incredibilmente c’è il modulo per una raccomandata (non c’è mai). Al trespolo siamo io e un tizio intento a compilare i suoi moduli. Compilo il modulo e proprio quando ho finito il tizio mi fa:
– Ma quello era il mio modulo!
– Oh, mi scusi, pensavo fosse qui.
Era qui: infatti era il mio modulo.
– Volevo dire: pensavo fosse già qui, offerto all’utente delle poste.
– No, era mio; ovvero: lo avevo richiesto affinché lo divenisse.
– Mi scusi ancora, gliene prendo un altro.
– No. Lasci stare.
Va via. È quasi ora che scatti il mio numero. Mentre aspetto guardo fuori oltre i vetri delle poste. C’è un piccione. Zampetta con l’aria imburnita, barcolla, non sembra del tutto sveglio. Mi somiglia: entrambi stiamo rimanendo da qualche parte dove non è il caso di rimanere.

Zion Train 2008 (ri-editing)

Pensa a una cosa che le accade prima di addormentarsi. Ci sono degli omini, degli automi. Fanno delle cose con gli arti e gli organi fonatori, fanno movimenti e suoni. In quel momento lei è l’occhio completamente estraneo che vede tutto questo obiettivamente, e questo è l’illecito assoluto, ovvero l’impossibile. E dunque, appena ne prende coscienza, la visione si dissolve.
Tiene il gomito nell’angolo del finestrino del treno. Sente sulla guancia la pelle rovinata del palmo della mano. Sente la punta del gomito vibrare con il treno. “Vado da Gabriele perché voglio vederlo”, si rigira nella mente questa frase. Le sembra fatta di parole senza contorni. Non afferrano le cose, come le ombre delle nuvole. Di notte scrive le sue lettere a Gabriele, scrive di come si sente, di cosa sente per lui. Al mattino rilegge le lettere prima di spedirle, e sono loro a dirle cosa prova. Quando se n’è accorta ha anche capito perché le lettere di Gabriele non le dicono nulla.
Sente sulla guancia la mano rovinata dal detersivo economico che usano nel ristorante dove lavora. Quando all’istituto pregava, le sue mani si univano ed erano lisce e morbide. Era come non sapere quale mano stesse toccando l’altra. “Ma di’ soltanto una parola e io sarò salvata”, solo questo ricorda. È sola nel vagone. Il colore del treno è della stessa pasta del sonno, fissa la campagna fuori, ed è come se in ogni istante si fosse appena voltata. Scava i piani del paesaggio, loro si allontanano. Il nome ‘campagna’ è esile, inconsistente, puro suono: stupido, strano nome. Parola. Oggi pensa che Gabriele è solo più abile a vivere nelle parole volanti, a saltare dall’ombra di una nuvola all’altra. Si fa notte e i campi spariscono prima che riesca ad aggrapparvisi.
L’esperimento la viene a trovare ogni giorno, da tanto tempo che non riesce nemmeno a ricordarsene. L’esperimento lo ha cominciato lei, crede. Ogni giorno lei lo ha provocato sperando in una determinata risposta, e ogni giorno lui ha restituito la risposta contraria, di giorno in giorno più chiara, più perentoria, più irrimediabile. L’esperimento non è più una sua volontà, è cresciuto fino a diventare enorme e contenerla: da tempo ha il sospetto che sia l’esperimento a provocare lei a provocarlo, lo fa per poterle dare ogni volta la risposta che lei non vuole e per non darle la risposta che lei spera di ottenere. L’esperimento si dispiega ormai istante per istante, senza che possa fermarlo. Oggi ha la certezza che è l’esperimento a sperimentare lei. Che è l’esperimento che ora le sta facendo cercare la campagna, per dimostrarle che la campagna non le dice nulla, che la sta portando da Gabriele, per renderle inequivocabile che Gabriele non è nessuno. Oggi è convinta che, una volta persa, la voce delle cose non può tornare; e che lei, una volta uscita, non può rientrare. Pensa che anche il treno è estraneo: anche se il treno e le cose corrono paralleli e non si toccano mai, pure essi appartengono allo stesso mondo.
La soluzione, pensa, è una parola semplice e pura, la più rara del mondo. Una parola della quale ognuno è dotato, ma che una volta perduta non si può diseppellire. Il treno si ferma. Sente salire un’acqua di alluminio nella bocca. Scende. Non c’è nessuno ad aspettarla. Esce dalla piccola stazione. Nella notte attraversa la città, palazzi ignoti. Pochi sconosciuti non la vedono e parlano di vite riuscite. Ma non ha più invidia, né vergogna. L’orizzonte buio oltre i palazzi si allarga al tempo dei suoi passi. Gli va incontro e lui diventa immenso. Ora la sabbia le appesantisce i piedi. Poi le piccole onde della riva le riempiono le scarpe. Cammina e non ha paura del gelo e del vestito che si gonfia. Pensa alle parole esatte del silenzio.

The verde

Non avevamo davvero sogni. Potendo, avremmo lasciato tutto com’era: lo sapevamo, in fondo all’anima, che dopo la laurea sarebbe stato impossibile continuare a fingere d’essere adulti. E forse non possiamo lamentarci, ché l’abbiamo avuta anche noi, la nostra parte di vita.
Ricordo infatti la scrivania di ciliegio e la pioggia sui tetti rossi oltre la finestra. Ricordo la musica del piano e il calore dei termosifoni. Ricordo i libri della biblioteca e il giardino di via Frassinago in primavera.