La mania nell’alfabeto

Dopo la descrizione di un’esistenza votata alla scrittura con La mania per l’alfabeto, dopo il tentativo di dare una definizione metaforica o addirittura sostanziale della scrittura nel Diario dei sogni, con Domani avrò trent’anni (Eumeswil 2008) Marco Candida chiude il cerchio e sublima il contenuto nell’atto stesso di narrare: sul piano delle scelte formali c’è tutto quello che si trova nei romanzi di Candida – i racconti innestati, i resoconti maniacali, le autodescrizioni snervanti, una perfetta alchimia tra ossessione, psichedelia e audacia d’autore – ma senza che si parli della psicologia dello scrittore o della sostanza della scrittura, quindi senza alcuna possibilità di fornire o fornirsi, per quelle scelte formali, una giustificazione concettuale, e sostanzialmente senza alcuna struttura se non quella che si genera spontaneamente mentre l’autore fa in ogni istante quello che gli pare: tronca sequenze d’azione con resoconti degli oggetti più disparati, le fa ripartire, le conclude con atti di follia autoriale, gioca con la citazione, ridicolizza ciò che ha appena raccontato e svela particolari non irrilevanti a dieci pagine dalla fine. Ancora una volta nella rivendicazione di una completa libertà dai condizionamenti esterni, siano essi le consuetudini formali o le aspettative del lettore, l’io che narra esprime il bisogno di un’assoluta fedeltà alla realtà così come essa si manifesta nel flusso dei suoi pensieri e nell’urgenza delle sue passioni e volizioni; e ancora una volta il libro non è solo macchina della storia, è anche luogo di sincerità, di comunione con il lettore, spesso di confessione da parte di un io narrante profuso in una dialettica di autodifesa e autodenuncia. Ma a differenza di quanto avveniva in passato tutto è ormai racchiuso nel gesto del generare il testo, senza iniettargli una dichiarazione di intenti o la professione di una mania per l’alfabeto. E tuttavia l’idea di scrittura ne risente in qualche connotato acquisendo uno statuto ambiguo, perché il miglior pregio di Domani avrò trent’anni sta forse nel fatto che la narrazione conquista e avvince di più proprio quando si fa più ossessiva. Il che può contestare nei fatti, con il godimento stesso, un ideale di sanità mentale; ma può anche indurre il sospetto che la mania per l’alfabeto sia una mania intrinseca all’alfabeto. Con questa ambiguità la lotta tra autodifesa e autodenuncia che travolge l’io narrante si riflette sulla natura stessa della scrittura.


Questa recensione è uscita il mese scorso sul Riformista. L’ho scoperto stasera. Devo assolutamente dormire di più, per dormire di meno
. (^__^)

En-Sof Vs Horobi (Idaro no Mechadabu Rumaka 2) 2008 (ri-editing)

Il ciclone si sposta sulla pagina obbedendo a leggi digitali. Là dove passa le lettere sono prese nel vortice e le righe si sciolgono in nuvole bianche e nere. Il ciclone batte il mondo a due dimensioni di Documento1. Ti domandi quali significati assumano le lettere trasformate nel vortice dello screen saver. Il monitor irradia candore sulla tastiera e sulla scrivania di legno. Evoca lo spettro del bicchiere con le penne. Gli occhi ti bruciano. Li strizzi. Quando li riapri sullo schermo c’è ancora la landa di Documento1 sconvolta dalla furia della tempesta. Senti odore di scarpe da ginnastica e ganja. Da quando sei uscito dalla discoteca un allarme monotonico suona impietoso accanto al tuo timpano. Hai la testa appoggiata sulle gambe della ragazza. La ragazza è addormentata, attorcigliata e trasversale, senza cuscino, il viso rivolto al soffitto. Ha gli occhi chiusi ma sembra che guardi in alto. Ha ancora addosso i pantaloni militari e la maglietta NY. Ha un aspetto familiare. Il display della sveglia segna le sei del mattino. Cambi posizione, ti rovesci, abbracci la ragazza, chiudi gli occhi. Cerchi di disseppellire il mondo sonoro che scorre al di sotto dell’allarme monotonico aggrappandoti al rombo di un aereo o alle sirene giù in strada. Ora ricordi che la tribù dei pusher portava abiti costosi firmati Nike e Fila. I chioschi la foraggiavano di panini con salsicce e peperoni, e lattine a due carte e cinque. Le autoradio suonavano musica araba, funk e techno. I lampioni inchiodavano i colori sulla strada. Più in alto si levavano le torri nere. Se ti addormentassi di nuovo, ora, vestito, abbrancicato alla ragazza e al plaid, vi svegliereste all’ora di pranzo, sudati e infastiditi. Consideri che l’allarme monotonico non è spiacevole. Lo assecondi.
L’autobus percorre veloce la strada all’alba. La città si appresta a ruotare con il resto del pianeta. Nella diga silenziosa si stanno aprendo varchi. Tra poco il formicolìo di passi e voci dilagherà tra le architetture. La ragazza siede sulle tue ginocchia. Ha occhi stanchi e rossi che si nascondono dietro i capelli fini. Dietro di lei il cielo s’illumina piano.
– Cosa guardi? – domanda.

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Cose dell’anno scorso eppure belle

Questa recensione è andata in onda sull’Indice di novembre. Cagnanza e padronanza di Peppe Fiore, invece, è scaricabile gratuitamente qui, ed è molto, molto, molto bello.

I racconti di Peppe Fiore riescono spesso ad essere colmi allo stesso tempo di cinismo e d’amore, spietati e insieme empatici, sarcastici e partecipi. Un’alchimia sentimentale generata dalla fusione apparentemente dissonante e invece inaspettatamente armonica tra una scrittura fatta di precisione entusiasta, affettuosa nella descrizione dei protagonisti e – attraverso la loro voce – incantata dai loro corpi, dagli oggetti e dalle merci che li circondano e che di fatto blindano i loro mondi, e lo sconforto che emana dall’autoreferenzialità delle loro vite, dall’incomunicabilità che regna sovrana ovunque, dalla sostituzione dei soggetti con gli oggetti. In Cagnanza e padronanza, rispetto alla prima raccolta, Attesa di un figlio nella vita di un giovane padre, oggi (Coniglio 2005), le atmosfere scivolano di qualche metro dal pop colorato al grigiore impiegatizio o periferico: se alcuni racconti si svolgono ancora nel perimetro angusto del benessere fatto di bisogni indotti dal marketing (Frigidaire), tra le vite rette dai valori indiscussi dell’ideologia delle performance (Risvolti poco noti della carriera universitaria in Italia), altrove compaiono anche i confini di questo mondo: la bestialità appena sotto pelle di Amarsi troppo, quella che striscia accanto alla civiltà di Forme di vita su un pianeta, passando attraverso il paragone generazionale di Il mio ultimo purè, Pirinol e Intermezzo, spingendosi a cercare l’antecedente storico della società senza via d’uscita nel racconto che dà il titolo alla raccolta, dove svetta la figura emblematica di Mario Badalassi, studente politicizzato e saccente, figlio di un’Italia fino all’altro ieri miserabile e affamata, ferina e inurbata di peso. In quel passato si celano le radici della tragedia dei personaggi di Fiore, che è la loro incapacità di esplodere fuori dai mondi nei quali si sono rinchiusi, e che deriva dal non possedere nemmeno i vocaboli, le immagini, gli oggetti per dire la disperazione.

Maius quam cogitare potest – Seconda meditazione in novembre

L’assenso

Il punto è l’assenso, quello è lo scambio dei binari: quando la chiamata incontra l’assenso noi non smettiamo di esercitare le funzioni dell’anima, le funzioni che ci vogliono potenti, pensanti, desideranti: le esercitiamo illuminati dallo spirito. Questa poesia di Mandela Marianne Williamson, Our Deepest Fear, potrebbe far pensare il contrario, e cioè che ci si debba accettare sul puro piano dell’anima:

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.

E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: "Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?"
In realtà chi sei tu per NON esserlo?

Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicchè gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.

Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

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Maius quam cogitare potest – Prima meditazione in novembre

La disposizione

Abbandonare l’affannosa ricerca di quel volere-illuminare schellinghiano che discende nel desiderio oscuro tentando di illuminarlo – tanto che verrebbe da chiedersi quale delle due parti è quella realmente aggressiva e cannibale – non è sufficiente a trovare un nuovo modo di relazionarsi alla vita, ma è necessario affinché si sia pronti ad accogliere lo spirito, come, dice Schelling, qualcosa che innalza la volontà anche rispetto a se stessa come mero desiderio: è necessario dunque affidarsi, imparare ad affidarsi, sapersi affidare, fidarsi della propria speranza e del fatto che, se anche in quel momento non possiamo percepirlo, il mondo è bello. Dice: che certezza ho che se io mi fido poi lo spirito soffi? Nessuna, infatti devi imparare a fidarti. Ma – insieme – restano vere le parole di Deda: “Dovemmo perderci per ritrovarci, e poi fidarci, perché c’era la stessa luce ad aspettarci”. Come avviene la ricezione? Attraverso una disposizione, dunque: il fidarsi. Che dipende da noi, dalle facoltà che già abbiamo, non da quelle che ancora non abbiamo.

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Verso il nihil

…oggi 26 dicembre alle cinque o alle sei del pomeriggio mio fratello ha accesa la televisione, io stavo in salotto a chiacchierare con mia sorella e mia zia e con Letizia e non ho potuto non sentire  la televisione, c’era Fabrizio Frizzi che parlava e straparlava, stava facendo un gioco con i proverbi, annunciava per la sera un gioco che chiamava  il gioco della zingara, e io senza guardarla ma soltanto ascoltandola ho pensato, ecco, la televisione è nichilista, Fabrizio Frizzi è nichilista, quello che fanno è trascinarci verso il nihil, verso il niente, tutti allegri ci faranno diventare niente, ci annichiliranno; a cosa serve questo orrore, mi sono domandato, a che cosa serve negli scopi di chi lo produce, di chi investe soldi per produrlo, questo orrore che ci viene fornito con l’allegra faccia dell’intrattenimento e il compìto volto dell’informazione; a che cosa serve questo orrore quotidiano, meticoloso, porta a porta, che si concretizza, che si incarna, quasi, ormai in questo oggetto-feticcio del quale tutti siamo preda, nella televisione? Allora all’improvviso ho pensato, mentre Fabrizio Frizzi continuava a dire scemenze: la televisione serve a far dimenticare Auschwitz. A cos’altro può servire, ho pensato, questa miscela di divertimento osceno e sguaiato e di informazione orroristica, se non serve a far dimenticare Auschwitz.

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Come si diventa ciò che si è

Una cosa piccolaUna versione leggermente ridotta di questa recensione di Una cosa piccola che sta per esplodere di Paolo Cognetti (Minimum Fax, 2007) è uscita sul numero di ottobre dell’Indice.

L’erede altera e anoressica di una famiglia benestante, il figlio di un meccanico alcolista e violento, una bambina che scrive racconti sul padre scomparso, un ragazzino che assiste alla separazione dei genitori, una giovane donna che afferma la propria indipendenza: sono i protagonisti dei cinque racconti che compongono Una cosa piccola che sta per esplodere, secondo libro di Paolo Cognetti. Il filo conduttore delle storie è l’adolescenza, che qui non è una palude di tempeste amorose e ribellioni incomprese, bensì una faccenda serissima con la quale si confrontano giovani esseri umani caparbi e silenziosi, talmente seria che sembra rendersene conto anche qualche adulto. L’adolescenza descritta in questi racconti più che un periodo è un movimento: una questione di spinte centrifughe e tempismo, di soglie che definiscono la personalità di chi le attraversa. «Se non sarò me stesso, chi lo sarà per me? Ma se sarò me stesso, chi mai sarò? E se non ora, quando?» recita l’epigrafe tratta dal Talmud di Babilonia.
Forte di una prosa intensa e controllata, Cognetti si immerge nelle vite dei suoi personaggi con umanità e rispetto – il che, per inciso, implica la capacità di dar vita a figure che abbiano personalità e autonomia – e, nello stesso tempo, con la consapevolezza di trovarsi di fronte a un fenomeno naturale. Ed è tra le pieghe di questo spirito naturalista che si muove la suggestione più malinconica di Una cosa piccola che sta per esplodere: la formazione di un’identità forte e l’approdo sulla terra ferma della maturità non sono risultati garantiti; accanto ai protagonisti compaiono personaggi che non mostrano, durante la transizione, l’autocontrollo necessario a vivere un’esistenza ordinata, o che non sembrano avere abbastanza spinta per uscire dall’orbita dell’infanzia e diventare davvero adulti. E l’aspetto più turbante di questo lato oscuro del libro è il velato determinismo che lo pervade, la sensazione che la stessa forza di volontà non sia altro che uno stato di grazia indipendente dalle nostre scelte, una sensazione che si prova anche guardando ai protagonisti. Al termine della sua impresa, Margot di Pelleossa assomiglia alla leader di se stessa che era già da prima: il suo è un salto di comprensione, ma le condizioni per compierlo e saperne trarre vantaggio erano già in lei. Mina, la protagonista del racconto che dà il titolo al libro, reca nel nome la promessa di un’esplosione, ma ciò che vediamo ancor più chiaramente sin dalla sua infanzia è un corpo concentrato e solido, una biglia come quella che lei stessa evocherà in uno dei suoi racconti, una creatura che sembra fatta apposta per attraversare indenne le sventure. In Tutte le cose che non so di lei, il racconto che chiude il libro, Gilda, matrona di una cascina e vedova di un uomo che non era mai cresciuto, sembra attendere il momento della ribellione della figlia Anita con il senso d’inevitabilità con cui un contadino attende una stagione: «Eccola qui, pensa. La bugia. È la bugia che stavo aspettando». Ma sembra sapere altrettanto bene che il suo è un ruolo in una storia già scritta e che il suo tentativo di reprimere la rivolta è destinato a fallire, e tuttavia è necessario: la vittoria di Anita sarà il compimento della sua formazione.

Il significato creativo

Chi dicesse, pertanto, che l’amore altro non è che una «reazione» a posteriori ad un valore avvertito, disconescerebbe la natura del suo movimento, già delineata con tanta precisione da Platone! L’amore non consiste nel «fissare», per così dire, in modo affermativo ed emozionale un valore dato che sta dinanzi a noi. Ma neanche si volge a oggetti dati (o persone reali) esclusivamente in ragione dei valori che essi possiedono e che siano già «dati» ancor prima che s’instauri l’amore. In questa idea c’è ancora una volta quel «fissare» il fatto prettamente empirico, che all’amore è tanto alieno. Nell’amore noi avvertiamo certamente il valore positivo dell’oggetto amato, per esempio la bellezza, la grazia, la bontà d’una persona; ma questo possiamo farlo anche senza alcun amore per quella persona. L’amore esiste solamente là dove al valore già dato «come reale» nella persona si aggiunge ancora il movimento, l’intenzione verso ulteriori valori «superiori» possibili, valori superiori rispetto a quelli già esistenti e dati – ma non dati di già come qualità positive.

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L’integrità della coscienza

E’ uscita su MicroMega un’intervista a Roberta De Monticelli, che è risposta alla risposta di Betori alla prima lettera della filosofa, pubblicata sul Foglio e ridenominata, in rete e fuori, “Abiura di una cristiana laica”. E’ una bella intervista: vi si trovano in forma più espansa quei concetti che ben conosce chi segue De Monticelli da qualche anno e ha letto la Lettera sullo spirito e l’ideologia, concetti che però rimanevano contratti nella lettera pubblicata sul Foglio: il rapporto tra Dio e i valori, il nichilismo della Chiesa contemporanea e anche la risposta a chi si domandava perché De Monticelli ci avesse messo tanto a dare l’addio a qualsivoglia collaborazione con la Chiesa.

«Lungi dal liberarmi da quel dubbio, e pur restando intatta la mia gratitudine per tutti quelli che, fuori e dentro la Chiesa, hanno trovato non infondate le mie domande, la maggior parte delle risposte che ho ricevuto mi ci hanno ricacciata in pieno. Non tanto per le stroncature, che pure ci sono state, quanto perché in troppe quasi-risposte mi si mostrava, lo dico con grande tristezza, il volto bifido dell’ipocrisia, paradossalmente di un’ipocrisia che non sa più di esserlo, che forse è in buona fede – ma questo è anche peggio, perché è come se l’integrità della coscienza fosse incrinata dalla sudditanza del cuore (che è cosa toto genere diversa dall’obbedienza al vero). E poi il dolciastro della melassa solidaristica, a condire il rifiuto di onorare la solitudine della coscienza personale, e la confusa dialettica della relazione a offuscare la negazione della responsabilità ultima che ciascuno porta di se stesso».

L’intervista completa

Maius quam cogitare potest – Seconda meditazione in ottobre

Anima e spirito

Nasce spesso una confusione tra vita dell’anima e vita dello spirito, tra piano psichico e piano spirituale, che è funzionale alla vendita e diffusione di pseudo-dottrine che, non solo oggi, ma anche in passato – perché la tentazione di riduzionismo c’è sempre stata – pretendono di sciogliere nel nome di sapienza un affabulare inutile, pieno di contraddizioni e del quale la legittimazione della contraddizione è parte integrante.
S’è visto come per Schelling dal fondamento oscuro che si specchia in sé nasca la luce  come Verbo, ovvero come Logos. È questo il Logos che ordina il Caos pescando nel fondamento e portando alla luce –  cioè esercitando la creazione perpetua che chiamiamo tempo – le cose e le creature, ordinandole secondo i principi della logica e della fisica, le leggi universali del nostro universo. È la mediazione necessaria alla creazione.

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