
Facciamo passare qualche giorno, aspettiamo che tutti si persuadano che l’emergenza è passata, che si è trattato di un paio di bravate e niente più. Poi, un giorno che la scuola è aperta anche al pomeriggio, appena l’ultima campanella suona e gli studenti escono, raggiungiamo la palestra interna, squarciamo con un coltello da cucina il rivestimento in similpelle del materasso che attutisce le cadute del salto in alto, estraiamo la gommapiuma compressa e la sparpagliamo in giro. Prima di darle fuoco, Volo scrive sul muro con un pennarello nero la data e l’ora, perché non ci siano equivoci, e poi il nostro messaggio:
BEATO CHI CI CREDE, NOI NO NON CI CREDIAMO
E più sotto, a mo’ di firma: NOI.
L’idea di usare un verso della sigla di Di nuovo tante scuse è stata del compagno Raggio. È la prosecuzione della logica dell’alfamuto, ovvero una rivisitazione in chiave politica della stupidità italiana, in questo caso le parole di una canzonetta. Ci piace pensare che chi leggerà non potrà non sentirsi dentro le voci di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. È una beffa, una cosa indecente. NOI, invece, è il nome della nostra microcellula virale. Coordinarci durante queste prime azioni di lotta – uno sulla soglia della porta a fare il palo comunicando tramite l’alfamuto un eventuale pericolo, la risposta silenziosa del compagno – ci ha insegnato che noi è la parola in cui coesistono la distruzione del soggetto individuale e l’orgoglio di essere compagni: per me che dico sempre io, che vivo chiuso nel raglio asinino, pensare noi è sbalorditivo. NOI è anche l’acronimo di Nucleo Osceno Italiano: nucleo identifica la solidità; osceno è l’unico tempo che abbia senso vivere; italiano è ciò che ci indigna e ciò in cui siamo immersi.
Giorgio Vasta, Il tempo materiale


Non si può far nulla, assolutamente nulla, per coloro il cui Io è morto. Ma non si sa mai, in un essere umano determinato, se l’Io è morto o solo inanimato. Se non è morto, l’amore può rianimarlo, come se lo pungesse, ma solo l’amore completamente puro, senza la minima traccia di condiscendenza, perché la minima sfumatura di disprezzo precipita verso la morte.
A tre anni dall’esordio A cena con Lolita (Pendragon 2005), torna Eva Clesis con un romanzo agile e sincero, che possiede l’essenzialità e la freschezza dei libri scritti con urgenza, e del quale il maggior pregio è forse la credibilità della protagonista, Assunzione Maria Addolorata De Caro, figlia di madre inglese e padre italiano, due allegri fricchettoni che, in occasione del suo settimo compleanno, regalano alla bimba il suo nuovo nome: Alice, omaggio al personaggio di Carroll. L’atmosfera favolistica, irreale e gioiosa che regna nelle scene d’infanzia ambientate nella casa freak, irradiata dall’attitudine psichedelica dei genitori di Alice, è interrotta dalla violenza dell’incidente che lascia orfana la bambina. Alice è letteralmente gettata nel mondo. Viene così affidata alla nonna paterna, la terribile, storica maestra elementare di un paesino del Sud, convinta sostenitrice dell’educazione impartita con il bastone. La perdita dei genitori e il trasferimento forzato capovolgono il carattere di Alice: dapprima taciturna, riflessiva e responsabile, quasi dovesse bilanciare l’inettitudine dei genitori, diviene una ragazzina selvatica e aggressiva, introversa e incapace di spiegarsi a causa di un bilinguismo mai realmente sviluppato, dietro il quale però sembra celarsi una sfiducia che la protagonista nutre nei confronti del linguaggio.