Lethem appartiene allo stesso gruppo antropologico di cui ritengo di far parte anch’io (insieme a chissà quanti altri milioni di abitanti del pianeta): persone che vivono la loro esperienza con la realtà attraverso unità atomiche di materia artistica (in altre parole: libri, dischi, film, fumetti, opere d’arte, etc.). […] Le case o le stanze in cui abitano le persone che appartengono a questo ceppo antropologico sono, per usare un’efficace espressione di Lethem, dei modelli in scala del proprio cervello. Pareti ricoperte di libri, CD, dischi, DVD, videocassette.
Qualcosa non quadra, pensò. Naturalmente alla notte insonne del caporedattore si aggiunse la notte di felicità e vodka di Ivanov, che decise di festeggiare il suo primo succcesso nelle peggiori bettole di Mosca e poi alla Casa dello Scrittore, dove cenò con quattro amici che sembravano i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Da quel momento in poi a Ivanov chiesero solo racconti di fantascienza e lui, guardando bene il primo, che aveva scritto per così dire inavvertitamente, ripeté la formula con alcune varianti che ricavò a poco a poco dal grande patrimonio della letteratura russa e da certe pubblicazioni di chimica, biologia, medicina e astronomia che accumulava nella sua stanza come l’usuraio accumula i mancati pagamenti, le cambiali, gli assegni insoluti. Così divenne famoso in tutti gli angoli dell’Unione Sovietica e non tardò a diventare uno scrittore professionista, uno che viveva esclusivamente di quanto gli rendevano i libri e che andava a congressi e conferenze nelle università e nelle fabbriche mentre riviste e pubblicazioni letterarie si disputavano i suoi lavori.
Franco è alto e muscoloso, e quando sorride assomiglia a DeNiro. È simpatico, e sta spesso zitto. Prima faceva il falegname in una ditta. Era quando lavorava tutti i giorni e si svegliava ogni mattina alle sei e mezza. Tutte le mattine alle sei e mezza sentivo la sua radiosveglia, nell’altra stanza. Tre secondi di radiosveglia, poi una manata. E anche se la sera prima si era spaccato la testa, ed era andato a letto alle quattro con la pelle gialla, alle sei e mezza la radiosveglia saltava su a fare un gran baccano, e poi c’era la manata, il rumore della doccia, la porta di casa che sbatteva e il silenzio che tornava. Mi riaddormentavo.
Circa tre settimane fa mi sono svegliato – saranno state le nove e mezza – e ho trovato Franco che faceva colazione in sala, con un cappuccio e una brioche vuota, di quelle che si comprano in pacchi al supermercato. Gli ho domandato come mai fosse in casa. Mi ha detto che non si era svegliato. Ci ha pensato un po’ e poi ha aggiunto che, visto come stavano le cose, doveva assolutamente correre dal medico a farsi fare il certificato. Mezz’ora dopo si è alzato da tavola, ha preso la giacca dall’attaccapanni ed è uscito di casa. Quella sera siamo stati a casa a guardare la televisione.
Ivanov era iscritto al partito dal 1902. A quell’epoca aveva cercato di scrivere racconti alla maniera di Tolstoj, Čechov, Gor’kij, cioè aveva tentato di plagiarli senza troppo successo, perciò, dopo una lunga riflessione (tutta una notte d’estate), aveva astutamente deciso di scrivere alla maniera di Odoevskij e Lažečnikov. Cinquanta per cento di Odoevskij e cinquanta per cento di Lažečnikov. Non gli era andata male, in parte perché i lettori avevano dimenticato, con la mancanza di memoria tipica dei lettori, il povero Odoevskij (nato nel 1803 e morto nel 1869) e il povero Lažečnikov (nato nel 1792 e morto, come Odoevskij, nel 1869), e in parte perché la critica letteraria, acuta come sempre, non aveva estrapolato né collegato né si era accorta di nulla.
Nel 1910 Ivanov era quello che si è soliti definire uno scrittore promettente, dal quale ci si aspettavano grandi cose, ma Odoevskij e Lažečnikov, come modelli da imitare, non consentivano nulla di più e la produzione artistica di Ivanov ebbe una bella frenata o, a seconda dell’ottica, un crollo, da cui non riuscì a salvarlo neppure un nuovo ibrido che tentò in extremis: mescolare lo hoffmaniano Odoevskij e il fan di Walter Scott Lažečnikov con la stella ascendente di Gor’kij. I suoi racconti, dovette rassegnarsi, non interessavano, e le sue finanze ne risentirono, ma ancor più ne risentì il suo orgoglio. Fino alla Rivoluzione di Ottobre, Ivanov scrisse sporadicamente per riviste scientifiche, per riviste di agricoltura, fece il correttore di bozze, il venditore di lampadine elettriche, l’assistente in uno studio di avvocato, senza trascurare i suoi lavori per il partito, dove faceva praticamente qualunque cosa di cui ci fosse bisogno, da redigere e stampare volantini a trovare la carta a fare da tramite con altri scrittori simpatizzanti e con qualche compagno di viaggio. E tutto senza lamentarsi né abbandonare le sue vecchie abitudini: la visita quotidiana ai locali dove si riuniva la bohème moscovita e la vodka.
Quella sera, tuttavia, Hans gli chiese o si chiese a voce alta (era la prima volta che parlava) cosa pensassero quelli che vivevano o frequentavano la quinta dimensione. All’inizio il direttore non capì bene, benché il tedesco di Hans fosse molto migliorato da quando era andato a costruire strade e ancora di più da quando viveva a Berlino. Poi afferrò l’idea e smise di badare a Halder e a Nisa per concentrare il suo sguardo di falco o di aquila o di avvoltoio necrofago negli occhi grigi e tranquilli del giovane prussiano, che stava già formulando un’altra domanda: cosa pensavano quelli che avevano libero accesso alla sesta dimensione di quelli che si collocavano nella quinta o nella quarta? Cosa pensavano quelli che vivevano nella decima dimensione, cioè quelli che percepivano dieci dimensioni, riguardo alla musica, per esempio? Cos’era per loro Beethoven? Cos’era per loro Mozart? Cos’era per loro Bach? Probabilmente, si rispose da solo il giovane Reiter, solo rumore, un rumore come di pagine accartocciate, un rumore come di libri bruciati.
In quel momento il direttore d’orchestra alzò una mano in aria e disse o meglio sussurrò in tono confidenziale:
«Non parli di libri bruciati, caro giovanotto».
Al che Hans rispose:
In Noi dobbiamo essere i genitori, Wu Ming 1 parla di asimbolia del dolore, ovvero ciò che accade quando non si è più in grado di percepire il proprio dolore e capita pure di ridere; lo dice in riferimento al tardo postmodernismo. Ecco, Tutti carini comincia con quell’ironia di secondo grado di cui si diceva nella prima parte, che è invece doppiamente dolorosa: per il dolore dell’io narrante, provocato dal suo rapporto con il mondo, e per l’incapacità delle parole, svuotate dal postmoderno delle formule giovaniliste, di dire la tragedia: parte considerevole della tragedia è quindi l’impossibilità di dire la tragedia: il retroterra culturale pop del protagonista, che sul piano della fabula gli si rivolta contro e lo allontana dal mondo, si manifesta sul piano dell’espressione anche come ciò che non permette all’io narrante di esprimere in-mediatamente il suo disagio: stando così le cose, essendo io narrante e protagonista la stessa entità, l’espressione non solo è specchio del contenuto, ma aggiunge un plusvalore di contenuto (dell’altro dolore) sul piano della fabula.
La settimana scorsa mi sono ritrovato qui a parlare, per la prima volta dopo tredici anni, di Tutti carini, un libro che ho pubblicato, per l’appunto, tredici anni or sono. Nella discussione sono emersi alcuni punti che ritengo interessanti, frazioni di un discorso che mi gira in testa da un paio d’anni a questa parte, cioè da quando ho cominciato ad avere la giusta distanza per ammettere serenamente che Tutti carini non mi piace e per riuscire a vederne con lucidità gli aspetti interessanti.
Daniele Pasquini e Jacopo Nacci si confrontano su Io volevo Ringo Starr e Tutti carini, i loro romanzi giovanili distanti dodici anni nello spirito, nella musica, nella politica: adolescenza e subculture, anni Novanta e anni Zero, ribellione andata e ritorno. Coordina Max di Pasquale, giornalista freelance, scrittore, ex fanzinaro. L’incontro è a cura di La burnigia attivisti culturali.
L’ombra non processa se stessa Speaker Dee Mo, Sfida il buio
Dove la legittimazione è accordata solo al tifo, qualsiasi immagine mentale di masse oceaniche che innalzano bandiere appare, all’occhio dell’osservatore, come la manifestazione di una dolorosa contraffazione, l’effetto di un veleno che prolunga la malattia; la bandiera non è più la sintesi di una narrazione articolata: è la corrispondenza esatta del semplicismo grafico con il semplicismo mentale. Per l’osservatore è la scoperta che la coesione sociale non ha valore. Mai come oggi in Italia l’osservatore ha la possibilità di osservare chiaramente la meccanica a due piani che produce la sua solitudine: il primo piano è quello del tifo, del pro o contro Berlusconi, del pro o contro il Vaticano, del pro o contro l’Inter, del pro o contro gli idoli in generale: è il piano dell’idolatria. Il secondo piano, matrice del primo, è il piano delle idee, delle connessioni logiche, dei valori, dell’antropologia profonda. La solitudine dell’osservatore, oggi, in Italia, nasce non dalla vittoria del partito di Berlusconi sul primo piano, bensì dal propagarsi, ben più maggioritario, sul secondo piano, di un’antropologia che è atrofizzazione delle facoltà preposte alla percezione del reale, al ragionamento, alla discussione, alla decodifica dell’informazione, un’antropologia che è addirittura rigetto rancoroso di queste stesse pratiche, un’antropologia che è volontà di pochezza. Sono questa atrofizzazione e questo rigetto a generare il piano dell’idolatria, il regno del tifo, dell’individuo che garantisce la giustezza delle sue istanze mediante il suo essere quell’individuo e non il suo avversario: mentre metà del paese è impegnata a sentirsi coesa contro Berlusconi, l’osservatore è vittima della sua solitudine ogni qual volta un prete pedofilo è di per sé argomento contro un’analisi della poetica di Saramago svolta da un osservatore cattolico, ogni qual volta l’esistenza stessa di Berlusconi è di per sé argomento per condividere ogni cosa sia sostenuta da Roberto Saviano, ogni qual volta si trovi a percorrere mesto la teoria delle statue erette ai tribuni noti per attaccare la persona giusta.
Chi ha l’ordo amoris di un uomo ha l’uomo stesso. Ha per l’uomo inteso come soggetto morale ciò che è la formula di cristallizzazione per il cristallo. Scruta l’uomo fino al punto limite a cui può arrivare chi voglia scrutare l’uomo. Vede davanti a sé le linee fondamentali del suo cuore, che compiono il loro percorso restando costantemente al di là di ogni diversità e di ogni complessità di carattere empirico; è il cuore infatti che più del conoscere e del volere merita di essere definito come nucleo dell’uomo inteso quale essere spirituale. Chi ha l’ordo amoris di un uomo possiede in uno schema spirituale la fonte originaria che segretamente alimenta tutto ciò che da quest’uomo proviene; ancor di più: possiede l’elemento originario che determina tutto quello che continuamente appresta a prodursi attorno a lui – ciò che nello spazio determina il suo ambiente morale, ciò che nel tempo determina il suo destino, ossia l’insieme di tutto ciò che a lui e solo a lui può accadere. Poiché già il semplice fatto che l’uomo attribuisca il valore di stimolo, in base alla modalità e all’intensità d quest’ultimo, a una qualche attività della natura che non dipende da lui ma che ha effetto su di lui, non può avvenire senza la partecipazione del suo ordo amoris.
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