«Poi arriva un giorno, che è un giorno più bello degli altri, Abramo si è alzato ed è felice, perché oggi il sole è splendente e sa che passerà un giorno intero con suo figlio. In quel giorno dio chiama Abramo e gli dice: “Se tu mi ami, devi sacrificarmi tuo figlio.” Abramo non guardò dio, che l’avrebbe ucciso. Decise che non c’era niente da fare, forse Isacco era nato per questo. Gli uomini un tempo erano così, non si chiedevano le cose. Abramo disse che Isacco possedeva qualcosa che lo faceva caro a dio e che dio voleva Isacco. Quindi partì con suo figlio per sacrificarlo. Tu sai cosa vuol dire sacrificarlo, Silvio?»
«Sì» disse Silvio, «lui voleva ucciderlo.»
«Però Abramo non voleva, è questo il centro del racconto. Abramo non voleva, si era svegliato felice, ad un tratto qualcosa accade e deve uccidere il proprio figlio…» Così nella vita felice di una famiglia, basta un pomeriggio e una scoperta, e cambia ogni cosa. Tutti si concentrano sul fatto che Abramo deve uccidere il figlio, ma l’importante è che dio gli chieda di ucciderlo. È lì il problema: dio chiede una cosa del genere. Il resto, che Abramo abbia ucciso o meno Isacco (poi non l’ha ucciso), non cambia il fatto che dio abbia deciso questo. Se dio è così, allora forse ha sbagliato qualcosa. Se decide che Abramo deve avere un figlio e poi sacrificarlo, significa che dio è confuso, che ha fatto qualcosa di sbagliato, qualcosa di male. E se l’errore è di dio, vuol dire che la nostra colpa non c’è. Questo non ci toglie il dolore, la vergogna, anzi l’aumenta; non ci toglie il male, che rimane. È possibile che nel concreto io faccia del male a qualcun altro? È possibile che non sia male di per sé, ma diventi male? È possibile che quello che io amo diventi male così male da avvelenarsi?
Demetrio Paolin, Il mio nome è Legione




Michele Botta ha ventisei anni, è compulsivo, nevrotico, particolarmente abile a trovare pretesti per andare in collera e a ingenerare limiti nella pazienza apparentemente illimitata della sua fidanzata; coltiva un’evidente propensione all’alcolismo, è ossessionato dai manifesti giganti del naufragando Veltroni, assuefatto alla pornografia on-line, torturato da un reflusso gastroesofageo, perseguitato da una pretendente fasciofuturista. Soprattutto Michele è stato assunto da una società di produzione televisiva, e mentre lavora al format di Qua la zampa!, un delirante reality sui cani, l’occasione della svolta gli si presenta nella forma di una fiction milionaria su un patriarca del porno. La futura classe dirigente racconta il tentativo di Michele di tenere insieme tutti i pezzi di sé al cospetto della fortunata circostanza.
Wunderkind di D’Andrea G.L. fa molte cose e le fa bene: dà inizio a una trilogia dipingendo un mondo gotico e fantastico che ti si imprime nella mente, lasciandoti con la voglia di penetrarlo a fondo; di quel mondo ti fa letteralmente vedere le architetture, la terra, i cieli, i colori e persino il bianco e nero; ti fa sentire la pioggia che ti cola addosso, l’umidità che penetra le ossa; crea atmosfere dalla densità soffocante; descrive le paure e le angosce di un adolescente con la serietà e la considerazione riservate di consueto alle paure e alle angosce degli adulti senza trasformare l’adolescente in un adulto, ma anzi rivendicandone la specificità, lasciandolo libero di vivere il suo spleen che confina con l’orrore; solo che qui l’orrore irrompe nella realtà: l’autore lo prende sul serio, l’adolescente; stana l’essenza lugubre degli oggetti come solo gli incubi più disperati riescono a fare; radica l’incantesimo nella nostra forma di vita e, per ogni singola persona, in ciò che ha di più caro e intimo; concretizza fantasie oniriche terrificanti in immagini ad alta precisione; traduce in azioni e archetipi i sentimenti di amore coniugale, filiale, materno, talvolta li stressa; narra la violenza, e la fragilità nella violenza, con lingua eccellente.
Lotta armata, movimenti, infiltrazione di ieri e di oggi: dalle università degli anni Settanta alle nuove Brigate Rosse passando per il G8 di Genova, Guglielmo Pispisa – membro dell’ensemble narrativo Kai Zen, qui al terzo lavoro solista – racconta una storia più antropologica che politica, una storia alla quale la precisione della lingua, l’intensità dello stile e l’elaborata psicologia dei personaggi conferiscono la potenza per imporsi al lettore come l’emblema di un fenomeno collettivo. E il lettore ne esce con le ossa rotte. La terza metà ritrae un agire politico la cui caratteristica fondante – che ciò sia chiaro o no a chi agisce, e qualunque sia la fazione nella quale costui agisce – non sta nella concezione politica, ma in un estremismo originario e totalizzante, tanto che le parti di un agente dei servizi segreti, di un brigatista e di un rapinatore si possono scambiare come nel gioco delle tre carte, e l’orientamento si può perdere, delle contraddizioni ci si può addirittura compiacere e ci si può ubriacare di violenza su una strada che, una volta intrapresa, restituisce la possibilità della pietà e della poesia solo al termine del processo entropico, nello stagno dell’allucinazione. Sopravvive solo lo Stato, i cui scopi si sono perduti in spazi remoti, estranei a ogni patto sociale; uno Stato che ripresenta ai figli, oggi, le eredità indecifrabili dei padri, con tutto il carico di seconde e terze metà, pronte per una storia da ripetere perché incomprensibile, magari a parti invertite, magari all’inverso dell’inverso.