Poi arriva un giorno

«Poi arriva un giorno, che è un giorno più bello degli altri, Abramo si è alzato ed è felice, perché oggi il sole è splendente e sa che passerà un giorno intero con suo figlio. In quel giorno dio chiama Abramo e gli dice: “Se tu mi ami, devi sacrificarmi tuo figlio.” Abramo non guardò dio, che l’avrebbe ucciso. Decise che non c’era niente da fare, forse Isacco era nato per questo. Gli uomini un tempo erano così, non si chiedevano le cose. Abramo disse che Isacco possedeva qualcosa che lo faceva caro a dio e che dio voleva Isacco. Quindi partì con suo figlio per sacrificarlo. Tu sai cosa vuol dire sacrificarlo, Silvio?»
«Sì» disse Silvio, «lui voleva ucciderlo.»
«Però Abramo non voleva, è questo il centro del racconto. Abramo non voleva, si era svegliato felice, ad un tratto qualcosa accade e deve uccidere il proprio figlio…» Così nella vita felice di una famiglia, basta un pomeriggio e una scoperta, e cambia ogni cosa. Tutti si concentrano sul fatto che Abramo deve uccidere il figlio, ma l’importante è che dio gli chieda di ucciderlo. È lì il problema: dio chiede una cosa del genere. Il resto, che Abramo abbia ucciso o meno Isacco (poi non l’ha ucciso), non cambia il fatto che dio abbia deciso questo. Se dio è così, allora forse ha sbagliato qualcosa. Se decide che Abramo deve avere un figlio e poi sacrificarlo, significa che dio è confuso, che ha fatto qualcosa di sbagliato, qualcosa di male. E se l’errore è di dio, vuol dire che la nostra colpa non c’è. Questo non ci toglie il dolore, la vergogna, anzi l’aumenta; non ci toglie il male, che rimane. È possibile che nel concreto io faccia del male a qualcun altro? È possibile che non sia male di per sé, ma diventi male? È possibile che quello che io amo diventi male così male da avvelenarsi?

Demetrio Paolin, Il mio nome è Legione

Pensieri sui libri di Angelo Calvisi

Calvisi ha scritto una trilogia: Maledizione del sommo poeta, Il geometra sbagliato, Principe di Persia. Maledizione del sommo poeta cambia completamente se, dopo averlo letto, si legge Il geometra sbagliato e si ripensa il primo libro alla luce del secondo. Perché Maledizione del sommo poeta è un libro che lì per lì si prende a ridere: perché la figura del visionario, del rimastone, del tipo che si fa i viaggi, ottiene, come risposta automatica della cultura diffusa, il riso. Ma poi la lettura del Geometra sbagliato agisce retroattivamente sul lettore: ci si vergogna di aver riso. Perché ci si rende conto che in realtà non c’è alcuna differenza – nell’universo di Calvisi – tra la fenomenologia del rimastone e quella della persona affetta da disagio mentale, cambia solo lo schema culturale di riferimento, nel primo caso la reazione è il riso, nel secondo la tristezza e la compassione. È vero che, man mano che si cresce, i rimastoni fanno sempre meno ridere e mettono sempre più malinconia. Ma c’è qualcosa che rimane, anche solo a livello di consuetudine sociale, di aspettative altrui alla fine del racconto degli aneddoti del paesello, che si fatica sempre a eliminare del tutto. Ecco, forse bisogna pensarci. Perché poi tu leggi Maledizione del sommo poeta e pensi che insomma, è un libro, è fatto apposta, è fatto apposta perché tu rida, nessun matto è stato preso in giro per scrivere questo libro, niente di tutto ciò è successo. Allora ridi. E poi, quando leggi il secondo e capisci qual è il tema della trilogia, pensi: cacchio, non c’era niente ridere. E allora pensi a tutte le altre volte che non c’è niente da ridere, pensi che non c’è da ridere nemmeno per scherzo, nemmeno dell’idea platonica.

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Allo appetito delli uomini particulari

Federica Sgaggio ha scritto qui del servizio di Mattino 5 sul giudice Raimondo Mesiano; ha sgombrato il campo da una serie di etichette e interpretazioni fuorvianti che si erano appiccicate al caso e, così facendo, ha aperto uno spazio di chiarezza per la riflessione. Ne approfitto: oltre all’intimidazione di cui scrive Federica, mi pare che il servizio mostri qualcos’altro. Non qualcosa di nuovo in senso stretto, perché è qualcosa di coerente con un’ideologia già veduta, e già scontata, e già invisibile. Non sono nemmeno sicuro che si possa parlare di intento: è difficile stabilire se vi sia intenzione o sintomo, coscienza o incoscienza, ma in quel servizio non riesco a non vedere all’opera il tentativo di ridurre un ordine logico, ovvero un ordine universale – la legge -, all’individuo. E, necessariamente, il tentativo di ridurre un ordine universale equivale al tentativo di annientarlo.
Il servizio riduce la legge a un uomo in particolare, riduce la matematica a corpo, vizi, abitudini, colore dei calzetti. E mi pare che qui ci sia pure, implicita, un’identificazione tra persona umana e desiderio, quindi: riduzione della legge alla persona e riduzione della persona alle sue motivazioni personali. E dunque: riduzione della legge a motivazioni personali. Sei giudice, ma sei uomo, dunque chi sei tu per giudicare? La legge, sì, ma la legge non esiste, non c’è l’universale, non c’è l’ordine logico. E, dove non c’è ordine logico, non ci sono ragioni, e allora il più grosso non si deve toccare, lui è là e basta, e tu no. Sei invidioso?

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L’ultimo Gabibbo

Questa recensione è apparsa sull’Indice di ottobre.

Michele Botta ha ventisei anni, è compulsivo, nevrotico, particolarmente abile a trovare pretesti per andare in collera e a ingenerare limiti nella pazienza apparentemente illimitata della sua fidanzata; coltiva un’evidente propensione all’alcolismo, è ossessionato dai manifesti giganti del naufragando Veltroni, assuefatto alla pornografia on-line, torturato da un reflusso gastroesofageo, perseguitato da una pretendente fasciofuturista. Soprattutto Michele è stato assunto da una società di produzione televisiva, e mentre lavora al format di Qua la zampa!, un delirante reality sui cani, l’occasione della svolta gli si presenta nella forma di una fiction milionaria su un patriarca del porno. La futura classe dirigente racconta il tentativo di Michele di tenere insieme tutti i pezzi di sé al cospetto della fortunata circostanza.

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La peste

Ecco le domande che abbiamo rivolto al fondatore delle Brigate Rosse.
Prima: la sua liberazione dal carcere fu una delle azioni più spettacolari degli anni di piombo. Mi sono convinto che in realtà Mara Cagol non l’ha liberata per amore, ma per violenza. Un po’ come successe a Cristo: quando venne arrestato nell’orto degli Ulivi, Pietro sguainò la spada…
Seconda: Stando a molti, le Br nacquero dall’incontro della sinistra oltranzista e dell’ala più radicale del cristianesimo militante. Voi volevate liberare i poveri, ma Gesù ha detto Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli. Se voi liberate i poveri, il regno dei cieli non verrà. Se i poveri diventano ricchi, diventano qualcosa di peggio, perché il loro guadagno è già in questo mondo. Il Male è necessario perché avvenga la redenzione. Se voi lo togliete a cosa serve dio? Bisogna che il Male rimanga tale, che non venga modificato; bisogna che la gente soffra, s’ammali, muoia, uccida e venga uccisa, proprio perché così è possibile che alla fine dei tempi dio si mostri.
Un bambino nasce e sembra normale, poi si scopre che ha una malformazione: è giusto che l’abbia, è normale che l’abbia, perché è segno che questa vita, la mia la sua quella di questo ipotetico bambino, non è per niente salva. Come possiamo amare qualcosa che è già salvo? Come possiamo amare qualcosa che non sia imperfetto, fragile e perduto? Si ama solo ciò che è male, solo ciò che è toccato dal male, nella speranza che l’amore redima e tolga. È una speranza, è vana e ci costringe ad amare qualcosa in continua agonia. Lei invece, ritornando all’esempio, vuole guarire effettivamente il bambino della sua deformità. Ma se il bambino è sano, è inutile amarlo.
Ecco, le domande sono senza risposta, perché Curcio non ha voluto rispondere. I padri, chiunque essi siano, non parlano. Sono le nostre sfingi e se ne vanno (chi inghiottito dalla massa, chi rifugiandosi nel bricolage da cantina) rigorosamente mute. Ma noi non faremo come Edipo. Lo liberiamo e ci liberiamo, qui e ora, di ogni accusa di colpevolezza nei confronti del padre e della madre. Rispondendo da soli alla domanda delle sfingi, abbiamo liberato la città. Nella città liberata si è prodotta la peste. E di questo, davvero, noi non abbiamo colpa.

Demetrio Paolin, Il mio nome è Legione

Non si esce vivi dall’underground

Non si esce vivi dall’underground

È uscito lo SpecialOne di Collettivomensa, a tema Non si esce vivi dall’underground. Sostiene Collettivomensa: “ben 80 paginone di racconti, fumetti, illustrazioni tutti lì a spaziare sull’esperienza degli autori nel traforo malsano dell’underground e poi proclami apocalittici, environment, ricette di cucina, accorgimenti sulla pesca all’aspetto e naturalmente un sacco di pulzelle nude”. Dentro ci trovate, tra tutte queste cose fighissime di autori e fumettisti e illustratori elencati qui, il mio racconto Dreadlock! (episodio pilota), e pure un inedito di Vanni. Per avere lo SpecialOne dovete venire a Ultra, dove lo SpecialOne sarà presentato il 23, oppure cercarlo in giro nelle librerie più fighe e sensate d’Italia, oppure scrivere a collettivomensa [at] yahoo.it.

Manufatti

Questa recensione è apparsa sul numero 7 di Satisfiction.

Wunderkind di D’Andrea G.L. fa molte cose e le fa bene: dà inizio a una trilogia dipingendo un mondo gotico e fantastico che ti si imprime nella mente, lasciandoti con la voglia di penetrarlo a fondo; di quel mondo ti fa letteralmente vedere le architetture, la terra, i cieli, i colori e persino il bianco e nero; ti fa sentire la pioggia che ti cola addosso, l’umidità che penetra le ossa; crea atmosfere dalla densità soffocante; descrive le paure e le angosce di un adolescente con la serietà e la considerazione riservate di consueto alle paure e alle angosce degli adulti senza trasformare l’adolescente in un adulto, ma anzi rivendicandone la specificità, lasciandolo libero di vivere il suo spleen che confina con l’orrore; solo che qui l’orrore irrompe nella realtà: l’autore lo prende sul serio, l’adolescente; stana l’essenza lugubre degli oggetti come solo gli incubi più disperati riescono a fare; radica l’incantesimo nella nostra forma di vita e, per ogni singola persona, in ciò che ha di più caro e intimo; concretizza fantasie oniriche terrificanti in immagini ad alta precisione; traduce in azioni e archetipi i sentimenti di amore coniugale, filiale, materno, talvolta li stressa; narra la violenza, e la fragilità nella violenza, con lingua eccellente.

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Indagine sulla rabbia

Da La futura classe dirigente, di Peppe Fiore:

La margherita della pizzeria L’Economica sfilaccia penosamente alla prima fetta. Francesca mi descrive l’ambiente di lavoro al Tempo, che è il giornale dove sta adesso. Mi immagino i suoi colleghi, me l’immagino benissimo, tutti romanacci nipoti di assessore, che passano la giornata a provarci di prammatica con lei in quanto stagista a cinquecento euro al mese. Mi incazzo, vorrei rovesciare il tavolo e fare una strage al napalm degli studenti fuorisede agli altri tavoli, per cambiare discorso le dico di Qua la zampa!, dell’intima sostanza televisiva contenuta nelle vaghe pupille dei bastardini abbandonati. Francesca dice che sarebbe una cosa carina, in fondo io mi sono sempre vantato di andare d’accordo più con le bestie che con gli esseri umani. Musica maestro: mi incazzo come una iena. Che ne sa lei di quello che significa lavorare sui format, i ritmi fordisti, l’intelligenza al servizio dello stereotipo, lo stress eccetera eccetera? Gianluca ha fatto La talpa e dopo tre mesi vedeva Paola Perego ovunque.

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Che si dia per scontato

Leiji Matsumoto, Arcadia

Non sembra più strano nulla, neppure il fatto che oramai chiunque assuma dosi poderose di ansiolitici, che l’insonnia sia per gli italiani il fattore numero uno di destabilizzazione nervosa, che le coppie non durino abbastanza da diventare famiglie – tanto che ormai nelle scuole italiane ci sono più alunni di origine straniera (e vivaiddio che ci sono almeno loro, sennò gli insegnanti se ne starebbero a casa) che di italiani – che in genere si registri un aumento esponenziale di reattività emotiva nella sfera affettiva, mentre la resilienza nella sfera lavorativa è oramai da considerarsi patologica.

[…]

Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica di consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto forse? Arrivano segni tangibili per cui la nostra presenza di intellettuali che potrebbero contribuire in maniera efficace a svecchiare e migliorare questo Paese è effettivamente voluta da chi questo Paese lo governa? Per quanto mi riguarda il fatto che la presenza di molte menti eccellenti non venga, non dico notata, ma neppure a volte remunerata, e che si dia per scontato che un’intera generazione accetti di rimanere appesa al cappio di contratti capestro annichilendo il suo potenziale intellettuale, equivale ad una condanna in contumacia. Perché abbracciare con uno sguardo amoroso un organismo anaffettivo come quello che è diventato questo Paese? Quale investimento emotivo è quello che si chiede a chi può decidere di andarsene: rimanere in cambio di che?

Claudia Boscolo

Leggi il post intero su Scrittori precari.

Ossa rotte

Questa recensione è apparsa su Satisfiction 6.

Lotta armata, movimenti, infiltrazione di ieri e di oggi: dalle università degli anni Settanta alle nuove Brigate Rosse passando per il G8 di Genova, Guglielmo Pispisa – membro dell’ensemble narrativo Kai Zen, qui al terzo lavoro solista – racconta una storia più antropologica che politica, una storia alla quale la precisione della lingua, l’intensità dello stile e l’elaborata psicologia dei personaggi conferiscono la potenza per imporsi al lettore come l’emblema di un fenomeno collettivo. E il lettore ne esce con le ossa rotte. La terza metà ritrae un agire politico la cui caratteristica fondante – che ciò sia chiaro o no a chi agisce, e qualunque sia la fazione nella quale costui agisce – non sta nella concezione politica, ma in un estremismo originario e totalizzante, tanto che le parti di un agente dei servizi segreti, di un brigatista e di un rapinatore si possono scambiare come nel gioco delle tre carte, e l’orientamento si può perdere, delle contraddizioni ci si può addirittura compiacere e ci si può ubriacare di violenza su una strada che, una volta intrapresa, restituisce la possibilità della pietà e della poesia solo al termine del processo entropico, nello stagno dell’allucinazione. Sopravvive solo lo Stato, i cui scopi si sono perduti in spazi remoti, estranei a ogni patto sociale; uno Stato che ripresenta ai figli, oggi, le eredità indecifrabili dei padri, con tutto il carico di seconde e terze metà, pronte per una storia da ripetere perché incomprensibile, magari a parti invertite, magari all’inverso dell’inverso.

Nel blogroll trovate Kaizenology, il blog di Kai Zen.