Rito e sacrificio nella stanza profonda

Vanni Santoni - La stanza profonda

Pubblico una riflessione di Filippo Cicoli che amplia in modo inatteso il discorso su La stanza profonda di Vanni Santoni (che ho recensito qui). JN

L’uscita de La stanza profonda è un urto tellurico che scuote chiunque abbia mai tirato un d20, compilato una scheda PG, sconfitto un troll, insomma, chiunque in quella stanza, a volte, sia sceso. Lungi dall’essere un mellifluo amarcord, l’opera è una delle più lucide analisi condotte sul gioco di ruolo (gdr) e sul giocare di ruolo mai apparse in Italia. Un saggio che non può fare a meno della dimensione romanzesca. Anzi, la vera forza è proprio la sua imprescindibile ibridazione con la narrazione, poiché, al netto di tutte le possibili considerazioni, ciò che mantiene i giocatori all’interno della Stanza, e che ne scandisce la precessione, è proprio il potere della narrazione nella sua forma più pura.
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Intorno a “La stanza profonda” di Vanni Santoni

Vanni Santoni - La stanza profonda

Non so se si tratti del primo esempio al mondo, ma La stanza profonda è il memoriale di un dungeon master, vale a dire del narratore, arbitro, conduttore di un gioco di ruolo.
Il dungeon master non è dunque un giocatore come gli altri. Un giocatore comune è giocatore qua, nel cosiddetto mondo reale, ed è un personaggio di là, nel mondo allestito dal master; e in ogni momento deve scegliere se essere di qua o di là, tertium non datur. La condizione del master è diversa, e suggerisce di essere indagata avvalendosi di una strumentazione teologica, richiamando la figura del demiurgo, il modellatore di mondi, e precisando, come nel Timeo di Platone, i rapporti tra detto demiurgo e, da una parte, il regno delle idee cui il demiurgo attinge, dall’altra il mondo che dal demiurgo viene allestito: la sua direzione narrativa – l’anima del mondo – e i mattoni della sua costruzione – gli elementi – con una predominanza della prima, in un’ottica finalista piuttosto che materialista, vale a dire che «il ruolo del dungeon master è far accadere la cosa giusta e quello dei dadi legittimarlo, non viceversa».
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Perí Physeos

Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze

Si può mettere così:

Questa Firenze la osservi da fuori come una fortezza spettrale, dall’alto come una valle dell’Ade: è un sogno lucido, un luogo dello spirito trasformato in luogo degli spiriti. Sono strade di pietra, un tempo esposte ai cicli stagionali e calpestate da giganti dell’ingegno, ora situate in una dimensione notturna, sotratta alla temporalità. In questa Firenze ci entri e per quelle strade ti ci trovi, e allora le vedi: le piccole comete di fuoco che le percorrono, principia individuationis che saettano in cerca di una via d’uscita, o di altre comete, e sbattono contro i muri, o si scontrano tra loro: è il brodo primordiale che quando sarà tempo riporterà il tempo, perché quest’ordine, che è identico per tutte le cose, non lo fece nessuno degli dèi né gli uomini, ma era sempre ed è e sarà fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne.

E si può mettere così:

Se fossi fuoco arderei Firenze di Vanni Santoni: in cinque pagine ti accorgi che stai già andando agli ottanta, in quindici sei ai centoventi e pensi che lo solcherai così fino alla fine – sbagliato: non sei ancora alla seconda parte: allacciati le cinture per tempo; ma che parlo a fare, le braccia non si muovono e le mani pensano solo alle pagine da sfogliare: ti ricorderai di quelle benedette cinture solo quando avrai letto l’ultima parola – mentre lui ti trascina negli ingranaggi delle psicologie individuali che si inseguono e si innestano l’una sull’altra in un logos che è corale allo stesso modo in cui è corale un pogo.

E si può mettere in decine di altri modi.

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L’iniziazione permanente

Una versione leggermente più corta di questa recensione, intitolata Psiconaufraghi, è uscita sull’Indice di settembre

Vanni Santoni, Gli interessi in comune, Feltrinelli 2008

Dove si raccontano dieci anni di scorribande, consuetudini e azzardi di sei ragazzi del Valdarno; il filo conduttore – l’interesse in comune – è l’uso di qualsiasi sostanza stupefacente si riesca a trovare. Romanzo a ritmica sovrapposta – drum’n’bass, verrebbe da dire – Gli interessi in comune esibisce in superficie l’immediatezza delle scene spietatamente esilaranti, ritrae i protagonisti mentre sono fuori dal controllo e navigano a vista, circondati da figure archetipiche come il Torcia, il Pelle, Barbazza e MasterKeta, immersi in sequenze lisergiche tra ermafroditi nella culla, soggetti che basculano sui guardrail o sono còlti da bad trip nel centro di Firenze.

Sul fondo, però, scorre un altro ritmo, come un fiume lento e fangoso. Perché qui non ci si nasconde che questi ragazzi, al di là dei suddetti interessi in comune, abbiano spesso ben poco da dirsi. E malgrado l’affetto reciproco, che c’è ed è forte, la sensazione è che di dirsi qualcosa non abbiano nemmeno troppa voglia. Della mancanza di una cultura o di un sentire condiviso sembrano peraltro pienamente coscienti: persino il loro manifesto generazionale – una miscellanea di tic verbali e mentali catalogati nell’arco di anni – non è che il manifesto dell’impossibilità di un manifesto. Infine, nemmeno nella droga sembrano cercare l’aggregazione, come vorrebbe una vetusta credenza: al contrario, sembrano aggregarsi per trovare e consumare sostanze; anzi: i personaggi che nel romanzo non agiscono da psiconauti, e usano effettivamente le sostanze non come fini bensì come mezzi di aggregazione, finiscono male. Il che contribuisce ad ammantare di un’aura sacrale la sostanza stessa, la sua ricerca, il suo uso. Un’aura sacrale che richiama la funzione svolta dalle sostanze psicoattive nei riti di iniziazione, funzione ignorata o nominata fino allo svuotamento di significato da parte della subcultura dello sballo che circonda i protagonisti, ma tenuta nella massima considerazione dai nostri psiconauti del Valdarno.

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