La testa di lato

Metà di un sole gialloOlanna osservava Odenigbo cantare convinto e provò a imitarlo, ma le parole le si irrancidivano in bocca. Il ginocchio le faceva molto male; prese Baby per mano e rientrò in casa.
Stava facendo il bagno alla piccola quando la sirena dell’allarme partì un’altra volta costringendola a prendere su Baby nuda e a scappare. Per poco la bambina non le scivolò a terra. Il rombo spasmodico degli aerei e il ka-ka-ka secco del fuoco antiaereo arrivavano da sopra e da sotto e dai lati facendole battere i denti. Si buttò nel bunker senza far caso ai grilli.
– Dov’è Odenigbo? – domandò dopo un poco, afferrando Ugwu per un braccio. – Il tuo padrone, dov’è?
– È qui, signora, – rispose Ugwu, guardandosi intorno.
– Odenigbo! – chiamò Olanna. Ma non ottenne risposta. Non ricordava di averlo visto entrare nel bunker. Doveva essere ancora lassù. L’esplosione successiva le mandò in pezzi l’interno dell’orecchio; era sicura che se avesse scosso la testa di lato avrebbe visto cadere brandelli di cartilagine. Si avviò verso l’ingresso del bunker. Alle sue spalle udì Ugwu ripetere: – Signora? Signora? – Una donna che abitava in fondo alla via le disse: – Torni indietro. Dove pensa di andare? Ebe ka I na-efe? – ma lei ignorò entrambi e sgattaiolò fuori del bunker.

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In merito alla terapia

In merito alla terapia
Water, water everywhere

Per quanto il dato fosse già di pubblico dominio grazie all’abbondanza di letteratura sull’argomento, ammetto che senza nemmeno rendermene conto mi aspettavo l’unico oceano indiviso che fin da bambini siamo abituati a immaginare. Invece una volta entrati nell’atmosfera potemmo vedere i fondali più prossimi alla superficie, i continenti di quel mondo, solo più velati d’azzurro dei nostri: aree verdi scuro e marroni, o grigie, ricoperte dalla sottile lastra dell’acqua. Scendemmo ancora, e allora quello che fino a un istante prima era stato il contorno del pianeta divenne il nostro orizzonte.
Ero curioso. Ravioli no, e anche per questo non era contento. Come me non c’era mai stato, ma aveva sempre confessato che al solo pensarci gli venivano i brividi. Il trovarselo concretamente sotto di noi, così pacifico e rasserenante, non sembrava aver dissipato le sue sgradevoli suggestioni. Guardava fisso nell’oblò sotto i nostri piedi mentre dai riccioli biondi due rivoli di sudore gli colavano sul volto pallido e contratto. Tuttavia non erano tempi buoni, del resto oggi non è che siano migliorati, e ci si adattava a fare un po’ tutto. Raramente fare tutto è piacevole e Ravioli non era scemo né paranoico. Eravamo, soprattutto, solo l’ennesima missione, la prima per me e per lui, ma già occorrenza del fenomeno in crescita costante che la gente chiama la Nuova Sensibilità. Ricchi professionisti riempivano i loro giardini imperiali di vestigia, facevano ricerche di scientificità improbabile sull’origine dei loro cognomi, malpagavano volontari per il recupero dei reperti. Quello che si raccontava degli squali e delle loro facoltà ipnotiche non era rassicurante. Persino le loro dimensioni, che i più dicevano ridotte, meno che umane, ne facevano delle creature anomale. Nessuno ne aveva mai catturato né fotografato uno e chi ne parlava sembrava talmente sballato che i più suggerivano di non dar credito alla storia. Talmente sballato, pensai guardando Ravioli che fissava il nulla mentre guardava l’oblò, da provare con il suo stesso comportamento che qualcosa doveva aver necessariamente veduto. Ma questo non glielo dissi a Ravioli. Né scacciai il pensiero, perché nello spazio i compagni ti servono freddi e le leggende ti fanno sopravvivere.

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Ecco fera faccia di Gwar n.10

…ra Agape stringe Eros all’angolo, destro ancora destro e… bum, mamma mia che sinistro, Eros chiude la faccia dà il fianco, ecco Eros riprende terreno spinge l’avversario ma non tropp… uhu che dritto, Agape accusa stanchezza s’è lasciata pren…dere alla sprovv uhu Eros, insiste sulle huh! tempie, Agape trova l’addome, ancora all’addome Agape, naaa Agape colpisce sotto l…

La carta d’imbarco

soul pieces
Bologna, San Domenico

Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un’idea. “lo credo – disse – che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo che rinunci alla propria arroganza: dobbiamo renderli più deboli. Adesso – disse – io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Essi si muoveranno dritti su due gambe, ma se si mostreranno ancora arroganti e non vorranno stare tranquilli, ebbene io li taglierò ancora in due, in modo che andranno su una gamba sola, come nel gioco degli otri.” Detto questo, si mise a tagliare gli uomini in due, come si tagliano le sorbe per conservarle, o come si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire, fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto.

Platone, Simposio

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Personal Gnosis

Non sia bisbigliato
al prete nella sagrestia
dipinta di viola dal tramonto,
né si vada a rivelarlo,
affrontando l’eremo
grigio e impervio,
al mistico dall’occhio spiritato,
e nemmeno lo si mormori
all’orecchio altero del pontefice
incastonato nel suo trono magnifico

che unicamente per accogliere
la fragilità di sangue e nervi
e ogni affetto e moto di pensiero
e sogno e involontario gesto
di una creatura che spesso ho veduta
dormire su un giaciglio d’alba
cieli e terra
erano e sono.

Ecco fera faccia di Gwar n.8

La sua amica è rinata. Dopo una lunga storia che l’aveva resa stanca, logora, nervosa, egli l’ha ritrovata un giorno luminosa, paga, estasiata. Ha voluto lei che lui conoscesse il comprimario di un tal rinascimento. Ed è per questo che ora lui siede a un tavolo e ascolta un uomo molto sudato dire quanto bene scriva e quale intelligenza sopraffina possieda e quale straordinaria storia di conversione abbia raccontato, Magdi Cristiano Allam.

Ecco fera faccia di Gwar n.7

Di solito non perdona per non ingannare l’interlocutore: l’interlocutore è portato, no, non è portato: è proprio pronto. A prendere il perdono come un proscioglimento, la grazia come inequivocabile indice di scarsa profondità dell’effrazione, no: addirittura come una assunzione di colpevolezza da parte dell’innocente (“Tu hai inventato un caso, lo sapevo, non è mai stato nulla!”). Perdonare senza manifestarlo, dunque, perdonare solo interiormente: per restare nella verità, tutta, su entrambi i fronti: lo pensa mentre è steso sul letto, nudo e a pancia all’aria, mangia una pizza bianca ricoperta di stracchino e si lascia cadere briciole, sale e rosmarino tra i peli del petto, lo sguardo fisso nel convergere di parete e soffitto, la bocca che lentamente mastica.

Ecco fera faccia di Gwar n.6

Che vi sia della vanità nell’obbedienza è cosa che finalmente oggi non lo turba. Ne ha avuto paura in passato; pensava: se la mia obbedienza contiene una briciola di orgoglio, di presunzione etica ed estetica, ecco che tutto cade ed essa nulla vale. Ma ha poi pensato quanto sarebbe presuntuoso e veramente un autoinganno pretendere e fingere e credere di ottenere da se stessi un’obbedienza priva di qualsiasi misura d’orgoglio. Sorride. C’è il sole, ma non è importante.