Piano A

Il commissario Luca Palermo guida con la mano sinistra, con la destra si prende a schiaffi la fronte, e si dà dello stupido, e non riesce a trattenere un sorriso. È un tardo pomeriggio di ottobre. La Yaris fila sull’asfalto perfetto di una strada di periferia. Attorno il tramonto getta un velo rossastro sul cemento nudo che chiude i terrapieni, sui blocchi forati, sulle gru e i caterpillar, sui nastri di plastica tesi tra una spranga all’altra, che vibrano al vento leggero. Ogni tanto si leva un palazzo già realizzato, un supermercato dalla sigla sconosciuta, un’edicola dispersa nel nulla.
Palermo scuote il capo mentre ripensa alle parole pronunciate da Giancarlo Giliotti e Maria Montesi tre mesi prima.
«Io queste cose, stare in televisione, parlare del dolore, non le so fare», aveva detto lui, «non le ho mai rette quando le facevano gli altri, non le capivo».
«Non siamo stati capaci di andare ai telequiz per provare a campare, s’immagini lei, Commissario» aveva fatto la moglie.
«Però», aveva aggiunto Giliotti allargando le braccia, «se serve a far appassionare quanta più gente possibile alla storia di Franci, lei capisce: è questione di vita o di morte». […]

Nella rubrica Speedromance di Ziguline, a cura di Patrizio D’Amico, si può leggere il mio racconto Piano A.
L’idea di base di Piano A è dell’amico Luca Palermo, per questo il protagonista del racconto si chiama Luca Palermo.

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Radici

Un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio, formuli, mentre porti tre taglieri di crostini misti. Porto, pensi, porto con il mio portamento. Perfetto, il mio portamento, consideri, mentre ti scorrono accanto le pareti del corridoio che traboccano dipinti: originali, pensi, e un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio. Per un lavoro in nero il primo, e per proprietà transitiva in nero tutti gli altri, un nero che si fa più denso a ogni aggancio, la retta del tempo che si torce fino a farsi cerchio, e il cerchio sempre più stretto. Il volume delle voci è sempre più alto: la porta della sala sta per ingoiarti. Entri. Ci sono dentro, pensi, ci sono dentro fino al collo di nuovo, e mentre lo pensi, e appoggi i taglieri con i crostini sul tavolo, ti affiora alle labbra un sorriso.

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Una mattina, Adamo

È la sveglia del cellulare. È la sveglia del cellulare e devo allungare il braccio per spegnerla. Sono le 7 e 20, realizzo vago, e il sonno che vuole serrare assieme gli occhi e le palpebre è un argomento molto valido, un discorso convincente, persuasivo: devo alzarmi, altrimenti mi riaddormento ed è la fine. E invece mi sono già messo su una strada pessima: mi sono messo a pensare, e i pensieri di un uomo che ha sonno assomigliano al sonno tanto da chiamarlo a loro: desiderano tuffarsi nel sonno, per continuare a parlarsi, evocarsi, rispondersi nella quiete del letto, tanto soffice che scompare a se stessa, questi due cuscini che mi stanno sotto al capo e questa coperta che mi protegge dal freddo della stanza ma non dall’umidità della doccia che si spande per tutta la casa, essendo la casa questa stanza solamente, ed essendo l’acqua, dentro e fuori casa, l’unica realtà che finora non ho visto mancare in questa città, ché piove da quando sono arrivato e un fiume l’attraversa e la doccia schizza sempre dappertutto e l’acqua stagna e quando vado a letto le federe dei guanciali sono umide, o forse non sono umide, forse è a me che sembra tutto umido, ma la mattina mi sveglio con le scapole e il collo indolenziti. La mattina mi sveglio alle 7 e 20 e preparo il caffé e accendo il boiler aspettando che l’acqua si scaldi, e per le 8 cinque minuti in tutto d’acqua calda ce li ho: il tempo di godere il primo getto, poi chiudo il flusso, mi insapono, riapro il flusso e porto via il sapone e conto di godere ancora un poco dopo, ma mentre lascio scivolare via il sapone da in mezzo alle chiappe ecco che si avventa su di me l’acqua fredda e allora è meglio staccare, è meglio uscire e non pensare. Che ore sono? Le 7 e 25. Ho le spalle che mi fanno male e non voglio addormentarmi ma voglio stare qui perché fino alle 8 e 30 non saprò nulla, anzi fino alle 8 e 35. Con uno sforzo della volontà mi sradico dalla coperta e attraverso la stanza saltellando, accendo il boiler, mi rituffo nel letto e mi riavvolgo nella coperta, attendo che passino i brividi. Niente caffè, questa mattina, fa lo stesso

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Phoning Riviera

Call Center from Mars I

– Buongiorno signore, la chiamo dalla Brìllar, ci occupiamo di climatizzazione, stiamo proponendo delle consulenze gratuite a chi volesse valutare le nostre proposte prima dell’estate. Lei possiede già un impianto di climatizzazione?
– No, io sono un pensionato!
– Signore, le due cose non si escludono a vicenda.
– Tutto è escluso per me: io sono un pensionato!
– Mi scusi, signore, buong…
Clic.

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Confrontation II

I fatti che andremo a narrare non sono realmente accaduti, ma ciò non toglie che essi potrebbero accadere in quella regione che si trova ai confini della realtà.

– Centro del lavoro, buonasera.
– Buonasera, mi chiamo J. Cercavo il Dottor D.
– In questo momento non c’è, può dire a me?
– Certamente anzi per forza. Vede, io stavo per chiamarvi, per dirvi che avevo trovato un lavoro ma…
– A tempo indeterminato?
– A progetto, ma non è più questo il pun…
– Allora guardi: lei rientra ancora nella disoccupassione, quindi ha diritto…
– Signorina, la prego, mi ascolti. Io dovevo essere da voi quattordici giorni fa, per la rituale visita di conferma del mio stato. Ma mi sono completamente dimenticato.
– Mi faccia controllare… sì, è vero, c’è un richiamo a suo carico. Dovrebbe parlare con il Dottor D.
– Sì, appunto, ma…
– Il Dottor D. però non c’è.
– Ecco, appunto, ma cosa comporta il richiamo?

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Svegliami 2

Giorno I

B: -Perché tipo… la F. fa le pulizie. Hai mai provato a chiedere a un’agenzia di quelle che fanno le pulizie?
J: -Sì. Niente.
B: -M. Però la F. dà anche ripetizioni. Hai provato a mettere gli annunci per le ripetizioni?
J: -Sì. Non è andata.
B: -M. La F. con le pulizie al mattino e le ripetizioni al pomeriggio tira su 800 euro al mese.
J: -Buon per lei.
B: -Eh, ma lei si dà da fare.
J: -Più che altro glielo fanno fare.
B: -In ogni caso lei lo fa.
J: -Già.
B: -Ascolta. Ti piacerebbe lavorare nella nostra libreria?
J: -E me lo chiedi?
B: -Indubbiamente tu saresti la persona più adatta per noi.

Giorno II

B: -Eilà. Allora? Rimediato qualcosa?
J: -No.
B: -Ascolta. Ieri non te l’ho detto perché ancora non c’era niente di sicuro. Ma adesso è tutto ufficiale e te lo posso dire.
J: -Dimmi!
B: -Abbiamo preso la F. a lavorare in libreria!
J: -Eh?!
B: -Abbiamo preso la F. a lavorare in libreria!
J: -Eh?!
B: -Poverina, non ce la faceva più: tra le pulizie e le ripetizioni.
J: -"Poverina"?!
B: -Poverina sì! Credi che sia semplice?
J: -O mio dio…
B: -Ts. Tu non ti rendi conto: hai la strada spianata.
J: -O mio dio…
B: -Non te la prendere se te lo dico, ma spesso ti manca il contatto con la vita reale.
J: -O mio…

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Svegliami 1

J: -Posso farti una domanda?
B: -Hhh…
J: -…
B: -Va bene. Fammi la domanda, su.
J: -Perché hai scelto lui e non me?
B: -Lo sapevo…
J: -Cosa?
B: -Che la domanda era questa.
J: -Sì, effettivamente è questa. Puoi rispondermi?
B: -…
J: -…
B: -Perché… vedi, tu non riesci a capire… Lui se la tira, fa sembrare che ti fa un favore, racconta un sacco di balle su di sé: è il classico tipo stronzo, ti dà insicurezza. Capisci? Si fa desiderare, si sa… vendere.
J: -…
B: -Tu invece ti proponi cortesemente, ti poni per quello che sei, si capisce subito che non stai mentendo… Con te è tutto chiaro, tutto limpido: di uno come te si può essere solo amici.
J: -È questo che dovrei capire?
B: -Vedi? Non puoi capirlo. Eppure chissà quante volte te lo sarai sentito fare ‘sto discorso.
J: -Tante da maledirlo, ma l’ultima volta è stata nel 1997, e a farmelo è stata Rossella, terza liceo classico.
B: -Ecco, vedi allora?
J: -Ma “vedo” cosa? “Vedo” cosa? Siamo nel 2007, tu hai trentasette anni, ti chiami Bartolomeo e hai una ditta di cucine, e hai assunto un altro invece di me perché lui è un coglione, vacca miseria, ti rendi conto?
B: -Tz. Vedi? Non capisci.
J: -Cosa? Cosa “non capisco”?
B: -Non ti stai facendo desiderare, stai sbagliando tutto…
J: -Non ci credo…
B: -…dovresti sorridere, fingere che mi sono perso qualcosa…
J: -Ditemi che non è vero…
B: -…tipo, che so: farti vedere mentre lavori per un altro.
J: -Svegliatemi, per la madonna svegliatemi.

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Ecco

Caro J.,
le scrivo in qualità di amministratore dell’Istituto La Casa della Gioia per domandarle quante persone le abbiano telefonato per iscriversi al corso di filosofia che lei terrà presso il nostro Istituto La Casa della Gioia.
Saluti.
L.

Caro L.,
le scrivo per comunicarle che finora non si è iscritto nessuno, tanto che io per primo credevo che i volantini non fossero ancora stati lanciati. Avendo trascorso la primavera e l’estate e buona parte dell’autunno a preparare questo corso, sono piuttosto preoccupato.
Saluti.
J.

Caro J.,
le scrivo per comunicarle che i volantini sono stati diramati dal nostro Istituto La Casa della Gioia da circa una settimana, in numero di ben 200 copie delle quali 120 sono state spedite al collegio dei giovani ingegneri idroelettrici di Pisa in trasferta, mentre 80 sono state inviate agli anziani che seguivano i corsi di computer per anziani. Evidentemente non c’è stato il riscontro sperato.
Saluti.
L.

Caro L.,
credo che sia indispensabile destinare i volantini informativi anche ad altri luoghi: le strade della città, le facoltà – per esempio scienze della formazione e scienze della comunicazione, dato che il corso prevede di analizzare i suddetti temi dal punto di vista della filosofia antica – senza tralasciare biblioteche e palestre, essendo il corso aperto a tutti e studiato per essere di facile accessibilità.
Saluti.
J.

Caro J.,
in qualità di amministratore dell’Istituto Casa della Gioia potrò chiedere alla nostra tirocinante iscritta al corso di scienze della formazione di portare volantini in numero di due o tre, che farò appositamente stampare, presso quella facoltà.
Saluti.
L.

Caro L.,
lasci pur tranquilla la sua tirocinante: verrò personalmente a stampare a mie spese altri volantini e a distribuirli in città.
Saluti.
J.

(Calcio alla sedia, lancio della pila di libri paper e appunti, imprecazione, pugni stretti, occhi chiusi. Squilla il telefono)

-Pronto?
-Pronto…
-Sì, chi parla?
-Io sono Sandro Garelli.
-Buonasera Signor Garelli, cosa posso fare per lei?
-Ecco.
-…
-Ecco. Io leggo qui… aspetti che metto gli occhiali… io leggo qui il volantino della Casa della Gioia “Le strategie dell’anima… filosofia… educazione etica e comunica… comunicazione”.
-Sì.
-Ecco. Io voglio sapere delle cose.
-Certamente: sono qui per questo. Mi dica.
-Ecco. Insomma. Ma questo non è un corso del computer per gli anziani.
-No, Signor Garelli: è un corso di filosofia.
-Ecco. Ma io non voglio mica fare questo corso.
-Non c’è problema Signor Garelli, a sua discrezione.
-Ecco. Ma io avevo detto di mandarmi le cose di quando facevate il corso del computer.
-Capisco Signor Garelli.
-Ecco. Non del corso di filosofia. E cosa diamine me ne frega a me del corso di filosofia? Niente.
-Immagino, Signor Garelli: credo che debba rivolgersi alla Casa della Gioia e chiedere che le siano mandate solo le informazioni relative ai corsi di computer.
-Ecco. Ma ci sono dei corsi del computer che cominciano o no? Eh.
-Non lo so, Signor Garelli, ma può tranquillamente domandarlo alla Casa della Gioia.
-Ecco. Appunto. Insomma. Eh.
-…
-Ecco. Aspetti. Io qui leggo “filosofia”… ma son cose importanti queste, mica si può. Faccia un po’ vedere: “Socrate”… e chi lo sa cosa dice Socrate, no?
-Be’ vede…
-No! Dice pace e volersi bene. Ecco. No?
-…
-Ecco. Mica si può, e chi sa davvero cosa dice Socrate? Nessuno. Son cose serie, queste. Insomma.
-L’insegnante si è laureato con una tesi sulla filosofia socratica, Signor Garelli.
-Ecco. Ma cosa diamine c’entra con il computer? Non c’entra niente.
-Niente, indubbiamente.
-Ecco. Appunto.
-…
-Comunque grazie. Lei è stato molto gentile.
-Grazie a lei, Signor Garelli.
-Ecco.

Clic.

(Rimettere in piedi la sedia, raccogliere i libri e gli appunti, stringerli a sé, chiudere gli occhi, sentire l’amore).

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