Radici

Un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio, formuli, mentre porti tre taglieri di crostini misti. Porto, pensi, porto con il mio portamento. Perfetto, il mio portamento, consideri, mentre ti scorrono accanto le pareti del corridoio che traboccano dipinti: originali, pensi, e un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio. Per un lavoro in nero il primo, e per proprietà transitiva in nero tutti gli altri, un nero che si fa più denso a ogni aggancio, la retta del tempo che si torce fino a farsi cerchio, e il cerchio sempre più stretto. Il volume delle voci è sempre più alto: la porta della sala sta per ingoiarti. Entri. Ci sono dentro, pensi, ci sono dentro fino al collo di nuovo, e mentre lo pensi, e appoggi i taglieri con i crostini sul tavolo, ti affiora alle labbra un sorriso.

Non guardi Herman Panuzzi, quarantadue anni, PD, che come sempre ha lasciato la moglie a casa ma sfoggia la montatura blu neon dei suoi occhiali Dolce&Gabbana, le stanghette che scortano le striature canute delle sue tempie, la sua camicia a righine bianche e celesti, le spalle da cui discendono le maniche del golf rosso; Herman Panuzzi è assessore alla cultura, e rimane memorabile il suo pensamento di entrare con tutta la città nel guinness dei primati ordinando a un esercito di cuochi di preparare la pizza più lunga del mondo, e sbagliando di due metri e ventidue centimetri. Chissà se si ricorda di quando lo hai servito al Folk Medina la sera in cui la giunta, su invito del sindaco, si è esibita in una gara di rutti, e mentre appoggiavi sul tavolo nuove birre lui ti ha chiesto di girarti, e tu, candida e stanca, lo hai fatto, comprendendo troppo tardi che l’argomento dell’estemporaneo consiglio comunale era il tuo culo. Non lo guardi e pensi: ci sei sempre stato, Panuzzi, nei primati, e con primati intendo scimmie.

Non guardi Lorenzo Baldanti, trentacinque anni, presidente della provincia eletto nelle file del PD dopo un ventennale apprendistato nella Sezione di un quartiere a metà tra la periferia e il centro; chissà se si ricorda di quando giocava a calcio con tuo fratello, chissà se si ricorda di quando ci ha provato con te alla festa del liceo scientifico, in camicia celeste come stasera, rappresentante d’istituto ubriaco e con gli aiutanti al seguito, sorretto da quella certezza che gli leggevi negli occhi, la certezza di essere importante. In quel momento il gruppo sul palchetto suonava Love Her Madly dei Doors; tu adoravi i Doors, sapevi tutto dei Doors, ma non di quel ragazzo che stava nei pressi del palco e che continuavi a fissare oltre le spalle del tuo rappresentante d’istituto; di quel ragazzo sapevi solo che emanava potenza e profondità, almeno nel sogno in cui lo avevi sognato, che era stato un bel sogno.

Non guardi la moglie di Lorenzo Baldanti, della quale non ricordi il nome, ma che conosci dai tempi delle superiori, forse anche da prima, che ti conosce dai tempi delle superiori, forse anche da prima; che quando è entrata e ti ha incrociata mentre apparecchiavi ti ha salutata con un ciao, e ha sorriso, e che mentre tu già avevi caldo metteva il maglioncino blu al figlio, un biondino di sei o sette anni.

Non guardi Luana Pergoletti in Martinelli, esponente del PDL, moglie del proprietario del castello, e padrona di non si capisce quante attività. Chissà se si ricorda di quando inaugurò il negozio di cristalleria in centro e ti chiamarono per servire lo spumante e ti insegnarono quella formula che sorridente dovevi recitare a ogni persona cui porgevi il calice: Pergoletti Sogni di Cristalli è lieta di offrirvi lo spumante della Cantina Polidori di Tolacchio al Monte augurandovi un felice e soddisfacente momento. Chissà se si ricorda di quando ti ha chiamata a sé raccogliendo il ditino, affinché offrissi lo spumante al suo compagno di conversazione travestito da Briatore, e soddisfatta ti ha guardata recitare la formula, e poi, rivolta al tizio, ha detto «Visto?», ed entrambi sono scoppiati a ridere. In quel momento, per la prima volta, hai ricevuto la visione delle ghigliottine: guardando quelle due teste di cazzo, hai visto nella tua mente una piazza immensa, per metà gremita di gente urlante e per metà ricoperta da tre file di ghigliottine di metallo nudo, e steso su ogni ghigliottina uno di questi stronzi; al lato della piazza, un boia in maglietta rossa e jeans premeva un pulsante su un telecomando: sulle ghigliottine si accendevano delle luci rosse, poi le lame cadevano, e la gente esultava.

Non guardi il marito di Luana Pergoletti, il proprietario del castello, il mobiliere Claudio Martinelli, che mette a frutto nel PDL regionale l’esperienza politica maturata nei socialisti di Craxi; che si è rivolto a Giorgio Arduini per l’organizzazione e la preparazione di questa cena, con la quale si celebra l’anniversario della morte di Fumetto, il barboncino di Martinelli scomparso due anni or sono per un tumore alla milza ma immortalato in una statua di marmo grande cinque volte la sua taglia terrena, posta nel giardino accanto all’entrata principale del castello.

L’unico che guardi è Giorgio Arduini, gestore di Villa delle Mimose, che siede accanto all’amico Martinelli; Giorgio, che sta facendo passi da gigante con il PDL ma flirta con la Lega, ti fissa con il suo amabile sorriso di allegro inconsapevole. Conosci quel sorriso, vuol dire: mi sento tranquillo, Michela, quando lascio fare a te.

Giancarlo, ventisette anni, l’altro cameriere, si dirige con i suoi taglieri verso l’ultima parte del tavolo, dove siedono i due leghisti giovani giovani, con i fazzoletti verdi che sboccano copiosi dal taschino della camicia, e quegli altri tre cinquantenni dei quali solo uno riconosci: Giometti, il veterinario, PD; fai due più due e decidi che era il veterinario di Fumetto. Pensi a Gloria, la tua amica iscritta a quell’associazione di veterinari che opera d’emergenza gli animali di nessuno ritrovati in pessime condizioni. Gloria ti ha raccontato di quando è andata in provincia da Lorenzo Baldanti a fargli presente che la sua associazione si occupava proprio di quello, di curare e operare per soli cinquanta euro gli animali di nessuno, e che non c’era dunque alcun bisogno che la provincia affidasse questo compito all’ambulatorio di Giometti pagandolo dieci volte la cifra che avrebbe pagato all’associazione di Gloria. Baldanti l’aveva guardata da dietro la sua scrivania, la schiena affondata nell’abbraccio dolce della sedia girevole, aveva sorriso e aveva detto, lento: ho capito, ho capito… Poi aveva alzato la cornetta del telefono e aveva composto un numero, si era fatto passare qualcuno che Gloria non aveva presente chi fosse e aveva spiegato a chi stava dall’altra parte del telefono che lì c’era la signorina – «La signorina?» «Bortolini» – la signorina Bortolini che ha evidentemente un gran bisogno di lavorare, si può fare qualcosa per aiutarla, poverina? Gloria era uscita dallo studio e si era messa a piangere.

La Pergoletti quasi ti travolge con un braccio mentre indica Giancarlo e dice:

«Giorgio, perché hai dato questo bel ragazzo a loro?».

Poi ti guarda e fa:

«Senza offesa, eh? Ma sai…» e ride.

Sorridi. Pensi alla ghigliottina. Controlli che tutto sia perfetto. Tutto è perfetto. Torni in cucina.

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