Radici

Ahmed, il capo cuoco, Fadwa, la cuoca, tu e Giancarlo, l’altro cameriere, componete lo staff indispensabile di Villa delle Mimose, un ex convento che la curia ha affittato a Giorgio Arduini per farne un ristorante. Due ore fa tu, Giorgio, Fadwa, Ahmed e Giancarlo, insieme al cibo e all’occorrente per il servizio, eravate nel furgone bianco di Giorgio, il furgone con l’adesivo di Villa delle Mimose sulla fiancata, che ha percorso strade di periferia nel crepuscolo rosso del pomeriggio autunnale, passando tra alberi, case, fabbriche, su e giù per le colline; per un istante, mentre Giorgio e Giancarlo scherzavano e Ahmed diceva cose senza senso, la tua mente ha creduto di essere in uno di quei sabati pomeriggio in cui andavi con i tuoi amici a bere il vino nelle osterie di paese; di qui a poco, ti ha detto la tua mente, sarai seduta, con la tua camicia di flanella e il tuo bomber, a un tavolo grezzo e lunghissimo, coperto di bicchieri e brocche, decorato di chiazze di vino e incisioni con nomi di gruppi rock. No, stai sognando, ti sei detta. Era tantissimo tempo fa, prima dell’università e prima che i tuoi sabati pomeriggio venissero sequestrati dal lavoro. Era una vita fa, sul serio, eppure ti è venuto da sorridere.

A Villa delle Mimose sei arrivata facendo i catering.

I catering sono una mazzata, a volte si sta svegli per più di quarantott’ore di seguito, si mangia a orari che lo stomaco non riconosce e si fa in tempo a rientrare nel ciclo sonno-veglia convenzionale appena un giorno prima di annichilirlo in una nuova maratona. Nei catering hai conosciuto giovani docili e intelligenti, alcuni gonfi di speranze sul futuro, silenziosi coltivatori di aspirazioni, altri che si sono dimenticati l’idea di futuro, alcuni che amano la vita, altri che si sono dimenticati che la vita c’è; hai conosciuto vecchi che domandano ai giovani se stanno studiando, e quando confessate che sì, studiate, loro decidono che siete arroganti e vi assaltano con una guerra preventiva, dispiegamento di camionette mentali, agenti psichici in tenuta antisommossa che brulicano fuori dal fortino di un complesso di inferiorità che non ha senso e quasi mai referente socio-economico. Poi fumi una sigaretta assieme a loro ed ecco che si aprono, e parlano di tutto, ma le camionette e gli sbirri rimangono fermi ai posti loro assegnati, con scudi e manganelli in ordine.

Hai lavorato nel miglior catering della tua zona: lo dicevi sempre a Luca, e non capiva, ma tu ci tieni ancora a dirlo, anche a te stessa. Hai ammirato i tuoi datori di lavoro, la loro concretezza, la loro professionalità, il loro saperci fare con la gente. Hai trascorso lunghe notti a sbaraccare festini grandi quanto villaggi vacanze accanto a questi padroni di persone, accanto a questi vecchi impauriti da te ma non dall’inquinamento e dalla bruttezza che li circondava, accanto a questi giovani nella grazia della rassegnazione o della convinzione, che si assomigliano, accanto a furgoni parcheggiati nei cortili degli imprenditori appena reduci dagli anni Novanta, la sbornia dei non-luoghi e delle aziende esoterico-piramidali, catene di Sant’Antonio fattesi cemento nudo su paludi, in una terra di nessuno che non è né periferia né campagna, area di cassoni di computer abbandonati e lucertole secche, e ti sembrava di essere l’unica a vedere il contrasto tra i silos e gli alberi delle colline.

Giovanni Arduini, il cui cuore è scoppiato alle Mauritius tre anni fa, era il padrone del catering nel quale hai lavorato per due anni prima della follia con Luca, ed era il fratello di Giorgio Arduini. Quando sei tornata qua fresca di laurea e con una vita da ricominciare hai sperato che Giorgio si ricordasse di te. Si ricordava. Un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio quando hai abbandonato l’aria climatizzata del negozio di intimo per tornare all’umido delle cucine, alla polvere delle strade, alla nobiltà della materia.

* * *

«Il giardino di Claudio e Luana: sessantanove ettari», vi ha detto Giorgio, entusiasta, mentre smontavate dal furgone e lui, Ahmed e Giancarlo estraevano scatole e frigoriferi portatili dal vano posteriore. «E c’è anche quello», ha detto indicando con il mento un secondo castello, più piccolo, «è adibito a magazzino».

Hai preso una tavola avvolta da un telo bianco. Pasta fatta a mano. Giancarlo ti ha detto:

«Lascia, torno a prenderla io dopo».

Hai sorriso. Hai detto:

«Tranquillo. È leggerissima».

Hai guardato Giancarlo. Non è poi così male, hai pensato; in questi giorni ti sembra sempre meglio. Hai inspirato il profumo della campagna chiudendo gli occhi, poi ti sei incamminata, dietro agli altri, verso il portone del castello. Accanto a te avanzava Fadwa, il velo sul capo, sul volto l’espressione di sempre: come di chi sapesse che a momenti il cielo precipiterà sulla terra.

* * *

Ahmed ha cinquant’anni, è tunisino, è omosessuale e non lo sa, è uno dei migliori cuochi sulla piazza ma è strafalcione come uno studente del Dams e vive dentro la televisione. Ogni tanto, alla Villa delle Mimose, Ahmed ti fa una battuta che tu non capisci, non capisci nemmeno che è una battuta: lui cita nomi, situazioni, formule, e tu ti rendi conto che sta parlando di qualcosa che ha visto nella televisione, e ride; tu glielo hai spiegato una decina di volte che la televisione nemmeno ce l’hai, lui non si è scandalizzato, semplicemente se ne dimentica, per lui è inconcepibile, ma non in senso morale: in senso ontologico. Glielo hai anche detto: per te, Ahmed, che io non abbia la televisione è inconcepibile in senso ontologico. E lui ha detto qualcosa di incomprensibile. È una specie di gioco tra voi, un gioioso non capirsi. Anche prima: appena entrati in cucina, Ahmed ti ha detto cose cui non hai prestato alcuna attenzione: guardavi il secondo castello dalla finestra della cucina non ancora appannata dal vapore; attraverso una finestra del secondo castello hai intravisto un De Chirico appeso a una parete. Ehi Ahmed, hai detto, quello è un vero De Chirico.

Eh? ha detto lui. La stessa reazione di quando gli hai chiesto se non lo mandava in bestia l’adesivo della Lega che stava appiccicato sulla porta delle cucine della Villa, dove a parte i padroni lavorano due italiani – tu e Giancarlo – un tunisino, che è Ahmed, un’egiziana, che è Fadwa, una rumena e un moldavo; lo hai staccato tu, quell’adesivo, ché non lo potevi vedere. Poi sei andata da Daniela Arduini, la moglie di Giorgio, a dirglielo: ho strappato l’adesivo della Lega, ché non si poteva vedere. Daniela non ha detto niente.

Lo zelo misto alla guerra aperta è un gioco favoloso, che sa giocare solo chi non ha schemi ma è in grado di inventare il presente: è l’esperienza che crea se stessa, senza presupposti; è il motivo per cui hai sempre saputo fare ogni lavoro; è ciò che Luca non ha mai imparato. Devo imparare a imparare, ti diceva, e capivi che era senza speranza. Abbandonandolo, gli hai aperto la via alla comprensione di una verità che è solo sua, gli hai donato la possibilità di comprendere chi è: uno senza speranza, e uno che sopravviverà. Solo nell’abbandono – e non nella solitudine, non basta la solitudine – uno come Luca può imparare una cosa del genere. Non lo hai lasciato per questo, ma sai che non c’è mai un solo senso delle cose, l’universo è armonia e un unico gesto può aggregare due sensi. Avverti che qualcosa preme per emergere alla coscienza, ma non c’è tempo: afferri la fiamminga con i tagliolini alle capesante da servire alla francese – Mi raccomando: alla francesa, ha detto un’ora fa la Pergoletti entrando in cucina sottobraccio a Giorgio – dunque servirai questa tavola di stronzi alla francesa.

* * *

«La felicità è il fulcro della mia mission», sta spiegando il presidente provinciale Lorenzo Baldanti quando entri in sala, «per quello ho fatto mettere la musica in centro, sotto Natale: il centro era triste, la gente non ci andava più, allora ho capito che dovevo farlo somigliare a un centro commerciale: più felice».

Herman Panuzzi fa sì sì e poi no no con la testa. Dice:

«Bisogna che troviamo il modo di buttare giù quel palazzo vecchio, lì, la vecchia scuola d’arte, e farci il parcheggio multipiano, sennò chi ci va in centro? Nemmeno io ci vado. Non ci vado mai».

Martinelli si piega all’indietro sulla sedia. Dice:

«Capirai se quello stronzo di Veronetti di FLI non farà un casino».

«Quel traditore» commenta la moglie, puntando gli occhi su di te, che cerchi di non distogliere lo sguardo dalle forcelle dei tagliolini che porgi a uno a uno circumnavigando la tua parte di tavolo.

«È sempre stato fissato con questa roba dei monumenti», fa Martinelli, «anche prima».

«E voi gli avete sempre dato ragione, con queste stronzate», dice Panuzzi.

«Gliela daremo anche questa volta», Martinelli ghigna, «ma non vedo l’ora che lo fate, ’sto parcheggio».

Hai appena finito di servire alla francesa quando Giancarlo si infila per primo nel corridoio; è sempre troppo veloce, pensi. Riprendi la tua marcia verso le cucine, mentre con la coda dell’occhio percepisci le teste girarsi verso di te; allontanandoti lungo il corridoio senti le voci abbassarsi più di quanto l’aumentare della distanza lascerebbe pensare; poi, un istante prima di entrare in cucina, senti la voce della Pergoletti impennarsi in un tono di sfida, ma ormai sei troppo lontana per distinguere le parole.

Quando entri in cucina scopri che Ahmed non ha resistito al televisore: lo ha acceso e ha abbassato il volume. Mentre Fadwa è china a tagliare gli odori e Giancarlo si versa un bicchiere di vino da cucina, Ahmed fissa lo schermo. Nello schermo un presentatore che non hai mai visto di un programma che non hai mai visto sorride, attorno a lui danzano ballerine seminude. Ahmed ha il braccio abbandonato lungo il fianco, il coltello grande nella mano; fissa lo schermo con la bocca leggermente aperta.

Continua → parte 3

Parti: 1 · 2 · 3 · 4 · 5