Mentre fai avanti e indietro con piatti sporchi, fiamminghe vuote e piatti puliti, Giancarlo e Ahmed bevono e commentano le immagini televisive. A queste profondità comincia a manifestarsi l’inconsapevole volontà di autodistruzione, che aumenta man mano che si scende; è sempre stato così: generazioni di alcolisti e fumatori incalliti hanno dato una mano ai loro lavori invalidanti trattando solventi a mani nude e respirando gas di scarico come fossero aria di montagna: la vita è disgregazione biologica e va aiutata, l’ordine delle cose che diventa valore. Sai che qualcosa di tutto ciò è passato in te, nella ricerca di una costrizione brutale che spezzasse tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della tua dignità e il rispetto di te stessa. E quando hai fatto questo lavoro per la prima volta, non ne è conseguito in te alcun moto di rivolta, no. Anzi, al contrario, ne è conseguito quel che meno ti aspettavi da te stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. All’improvviso t’è parso d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini, di non dover mai far altro che questo. E a Luca sei stata fiera di confessarlo, subito dopo esservi conosciuti. Non ha capito, non può capirlo. Lui il determinismo lo piega, lo contorce fino a giustificare anche la sua debolezza, la sua timidezza, la sua incapacità: ci sono delle cause per le quali sono quello che sono, dice sempre.
Quando ha incominciato a intravedere guai gli hai consigliato di cercare un lavoro qualsiasi, e lui: eh ma la disoccupazione, eh ma sono troppo vecchio e troppo laureato, eh ma lo sai che ci sono i pregiudizi, eh poi così non si costruisce mai niente. Tutto vero, hai pensato guardandolo negli occhi, tutto vero, ma non te lo dirò; gli hai detto invece: ma tu prova, cazzo. Ha dichiarato che di tornare a servire ai tavoli per trenta euro a sera non voleva saperne. Ma per cinquanta sì, hai risposto secca. Lui allora ha deviato sul rinnovo del contratto, sull’umiliazione cui si sarebbe sottoposto per voi due – l’umiliazione sbagliata, hai pensato – e chissà, forse tra poco per voi tre, ha aggiunto con un sorriso che ti ha fatto impressione. Noi abbiamo questa sfiga, diceva sempre, che vediamo quello che ci accade, che abbiamo gli strumenti per capirlo ma non possiamo farci nulla; non siamo stati strutturati per questo, diceva, noi non eravamo preparati a questo.
Io sì, pensavi, io so da dove vengo. Io sono anfibia.
«Strozzapreti al ragù bianco e spinaci» fa Ahmed mentre guardi le colline nere oltre il vetro della finestra sul quale hai passato il palmo per togliere il vapore.
Senti una mano gentile sulla spalla.
«Portiamo gli strozzapreti» fa Giancarlo. Ti volti, lo guardi e comincia a venirti voglia che si regga in piedi, stanotte, quando tutto questo sarà finito.
Prendi una delle due fiamminghe pronte sul piano, esci dalla cucina, ripercorri il corridoio.
La mattina in cui, dopo le sue contorsioni pietose, a Luca hanno rinnovato il contratto, gli avevi lasciato sul tavolo il numero di una ditta che cercava operatori per il call center interno, outbound. Lui l’ha ignorato, è andato dal suo capo e gli è andata bene: per l’ennesima volta ha avuto paura di vedere come è fatto il fondale dell’oceano e gli è andata bene. Ma tu la fuga non la tolleri e c’è una parte di lui che lo sa benissimo: la sera ha tentato di giustificarsi; ha detto: vivremo bene ancora per un po’. Almeno questo, ha aggiunto. Nella tua mente è comparsa l’immagine dell’espositore dei collant accanto al banco del negozio dove lavoravi, e per la prima volta ti si è aperto un buco nero nell’addome. Lui non se n’è accorto, forse perché sei brava a mentire o forse perché lui non è bravo a vederti; ti ha presa, ti ha sollevata e ti ha stesa sul tavolo della cucina, come quando eravate entrati in quella casa per la prima volta; è stato un gesto forzato, ma lì per lì eri sinceramente contenta per lui; solo due giorni dopo ci hai ripensato, e ti ha fatto schifo; all’improvviso ti sei accorta che qualcosa si era rotto da tempo, o che forse era sbagliato da sempre. Hai chiaramente percepito che stavi vivendo sulla retta più marginale tra quelle che compongono il pentagramma del tuo cuore. Luca voleva vivere tra le scartoffie e le allucinazioni, tu hai sempre saputo che la psichedelia vera sta da un’altra parte, nel contatto con la roccia delle cose. Hai lasciato Luca, che non ha capito, hai trovato un altro appartamento, ti sei laureata, ti sei licenziata, hai inviato a Luca i soldi per le ultime bollette e sei tornata a casa.
Entri nella sala. Ora la Pergoletti è decisamente più agitata. Ti vengono in mente le mogli dei mobilieri dei romanzi di Paolo Teobaldi: le mobildonne. Questa sembra già ubriaca. Non ha toccato niente, ha ancora il piatto pieno di tagliolini, guarda gli altri mangiare e tesse le lodi delle proprie capacità organizzative in merito a non si sa quale fiera del divano. Però appena ti vede smette di parlare e ti segue con uno sguardo duro, e tu ti rendi conto che stanno tutti zitti: suo marito fissa mogio un punto imprecisato del tavolo; Giorgio non sembra accorgersi di nulla; Panuzzi ti guarda e sghignazza e sgomita a Baldanti, che sorride timido, esaminando il piatto, e capisci che ti ha riconosciuta. Dimentichi che sta evidentemente accadendo qualcosa e ti concentri su questo: lui è uno di quelli che vanno avanti perché non si dimenticano di nessuno. Guardi sua moglie, bellissima, riccia, in carne, tutta presa dal figlio. Un figlio, diocristo, un figlio. Lei è lì, seduta sulla sua sedia come se fosse la sua posizione sociale, probabilmente senza porsi il problema del gorgo che ha ingoiato un terzo di coloro che frequentavate allora. Alcuni sono finiti come lei, altri sono rimasti dov’erano, a continuare i mestieri dei genitori, e magari oggi stanno pure bene; altri ancora sono stati risucchiati nel gorgo, hanno pensato di fare mestieri diversi da quelli dei genitori, credevano fosse possibile, addirittura probabile, no: credevano fosse certo, e poi sono stati risucchiati, e ora fanno mestieri peggiori dei genitori, o gli stessi mestieri ma senza regole, in contesti folli. La guardi prendere le forcelle e servirsi, con lentezza e attenzione, e pensi che è incolpevole, che sicuramente è anche una brava persona, e crede che ciò che suo marito fa – ciò che faceva prima il suo rappresentante di istituto, ciò che fa ora il suo presidente provinciale – sia bene, lo crede perché non capisce: non capisce l’essenza reale del potere, perché solo da dove sei tu, solo dall’anfibità, si può capire l’essenza reale del potere. Luca pensava di capire, ma certe cose ti devono circolare come marmo nelle vene. Luca sopravviverà senza comprendere l’essenza della realtà, altri moriranno. C’è, pensi, e ti si stringe il cuore, c’è chi è già morto. Quando è morto Francesco sei stata sul punto di impazzire, perché Luca non avrebbe capito, e tu non glielo hai nemmeno detto, perché non avrebbe capito: sarebbe diventato triste, avrebbe detto “capisco”, e non avrebbe capito. E tu avresti dovuto ammettere la verità che ti terrorizzava e che non eri pronta ad accettare: che non potevi passare la vita con lui.
Nell’altra parte del tavolo continuano a parlare, mentre Giancarlo porge forcelle e fiamminga con una sicurezza e un sorriso che non ti piacciono. Chiedi alla Pergoletti se devi portarle via il piatto. Non ti risponde, dice che devi portare altro vino, annuisci e fai per andartene con il sorriso, quando lei ti ferma afferrandoti per la camicia.
«Quanti anni hai?».
Lì per lì non capisci, sembra una domanda normale completamente fuori contesto. Poi sorridi e rispondi.
«Trentadue».
«Scommetto che sei laureata».
«S-sì».
La Pergoletti si volta verso Panuzzi e Martinelli.
«Ve l’avevo detto» fa a mezza voce, e poi, di nuovo a te, «in cosa sei laureata?».
Oddio.
«F-filosofia».
La Pergoletti sogghigna, Herman Panuzzi sogghigna, Claudio Martinelli continua a guardare il tavolo, si versa del vino, Giorgio è su un pianeta lontano, a giudicare dall’espressione sta correndo nudo tra colibrì fosforescenti e girasoli giganti, Lorenzo Baldanti si volta diplomaticamente verso moglie e figlio; nell’altra parte del tavolo nessuno sembra prestare attenzione.
«Abbiamo una filosofa a servizio, allora, questa sera» urla la Pergoletti.
Lo schiavo greco, pensi; sorridi, dici:
«A quanto pare».
Dall’altra parte del tavolo cogli un frammento a mezza voce di uno dei leghisti:
«… Ah va’, io li vedo ’sti studenti: stan tutta la notte in piazza a bere e a far casino…». Poi ti lancia un’occhiata e si protende sul tavolo verso il suo interlocutore, la voce diventa un bisbiglio.
Attendi altri due secondi, nessuno aggiunge nulla, la Pergoletti fissa Panuzzi con uno sguardo complice, ti giri e te ne vai. Senti la Pergoletti dire:
«Questa è una dei vostri. Sicuro».
Manco morta, pensi.
Entri in cucina, Ahmed bofonchia qualcosa di incomprensibile. Quando Ahmed bofonchia qualcosa di incomprensibile hai imparato che non c’è bisogno di capire: qualsiasi cosa ti stia chiedendo di fare è in grado di farla da solo. Se ripete e si sforza di azzeccare più parole allora forse ha davvero bisogno che quella cosa la faccia tu. Non ripete. Afferri due bottiglie di bianco. Ti rilassi un secondo. È allora che sale l’onda. Annalisa. Improvvisamente ricordi che la moglie di Lorenzo Baldanti si chiama Annalisa, Annalisa Lazzarini e comprendi cosa sta emergendo, e perché proprio ora. Tu e Annalisa avete avuto un ragazzo in comune. Che lei fosse una ex di Francesco – la ex di Francesco quando tu conoscesti Francesco dopo aver liquidato gentilmente Baldanti la sera della festa d’istituto, dopo che il gruppo sul palco aveva smesso di suonare, dopo che un’amica, quella stessa sera, te lo aveva presentato – era un particolare che non ricordavi, di quelli che, all’altezza su per giù dei tuoi venticinque anni, sembravano essere stati sommersi dall’indistinguibilità; persone che vedi da sempre, persone che hanno storie con le stesse persone che girano da sempre: dopo un po’ non ci fai più caso, ti allontani dal luogo da cui provieni e le persone si fondono o si dividono in due come nei sogni, e dimentichi tutto.
Sei ferma con le due bottiglie di bianco nelle mani. Entra Giancarlo. Ti sembra sempre più suonato.
«I tuoi ce l’hanno il vino?» gli domandi dura, ma senti che hai gli occhi lucidi, che le bottiglie ti tremano nelle mani. Non attendi la risposta e imbocchi di nuovo il corridoio. A metà ti fermi. Poi riprendi.