Radici

Arrivi mentre la Pergoletti sta scannando Panuzzi:

«Anche io ero di sinistra! Ascolta, Herman: io ero a fare le passeggiate ecologiste negli anni ’80, tu eri piccolo, stavi alla sezione con tuo padre, ma tuo padre si ricorda: loro non si sono mai mossi dal partito, noi eravamo per la libertà, loro, cioè voi, eravate statalisti, stalinisti. Ascolta, io sono ancora di sinistra. Ma la nostra è la vera sinistra, noi siamo con la gente normale, la gente che lavora».

La voce è ormai chiaramente alterata. Appoggi le bottiglie sul tavolo, estrai il cavatappi dalla tasca e lo affondi sulla prima bottiglia.

«Eh, stalinisti…» fa Panuzzi, «cosa c’entra, è il senso dello stato…», e ridacchia.

«Seee, il senso dello stato» insiste la Pergoletti, «oh, ma vedrai come cambiano le cose quando torniamo».

«Io ho sempre lavorato» fa Giorgio, serissimo, annuendo con il capo, «io ho cominciato facendo lo sguattero nelle cucine».

«Noi» insiste la Pergoletti mentre versi il vino nel bicchiere, «noi siamo per la libertà» ti punta l’indice addosso, «alla fine questa ragazza sta lavorando, no? Chi le dà la possibilità di farlo? Per comprarsi le sue cose e curarsi ed essere così carina? Se viene da voi a fare la volontaria alle feste dell’Unità o come si chiamano adesso, mica la pagate».

Pratichi la filosofia da quindici anni, e per ora, salvo diversa evoluzione, il più grande insegnamento che la filosofia ti ha dato è saper capire quando è il momento di smettere di tentare il dialogo e inziare a pensare al taglio della testa. La vita e la materia, poi, ti hanno dato un insegnamento altrettanto grande: saranno le cose che hai studiato e la possibilità di studiare ancora, l’idea stessa della conoscenza e del senso, a tenerti in vita fino al giorno in cui cadranno le teste.

Nemmeno una goccia fuori dal bicchiere.

«Ti senti superiore, vero?» fa la Pergoletti.

Lì per lì non capisci. Non capisci perché non ha senso dirlo a Giorgio, e perché il tono della voce è basso, mentre Giorgio, Panuzzi e Martinelli discutono, mentre Annalisa e Lorenzo sono presi dal bimbo. Lì per lì non capisci, finché non ti volti e la guardi, la Pergoletti, e vedi che ti sta guardando.

Pensi di non aver sentito bene, pensi di averlo sognato, pensi che sono i primi segni della stanchezza.

«C-cosa?».

La Pergoletti ti sorride, eppure c’è un lampo di sfida nei suoi occhi.

«Niente, cara», e voltandosi verso i suoi ospiti allunga il braccio e ti sfiora con il dito sul lato posteriore della coscia, «noi siamo… come si dice… gli eredi della rivoluzione francese. Sì, è così, Herman: noi siamo gli eredi della rivoluzione francese, e faremo saltare parecchie teste».

Hai un brivido.

Arriva finalmente anche Giancarlo con due bottiglie di bianco nelle mani. Lo guardi. Niente, decidi, è sulla via della sbornia, e dentro di te senti insorgere la rabbia. Vedi che Giorgio non lo guarda, o finge di non guardarlo.

«Abbiamo anche le ghigliottine» fa la Pergoletti applaudendosi da sola.

Gli ospiti scoppiano a ridere.

«Dice sul serio» fa Martinelli.

Si zittiscono anche gli ospiti serviti da Giancarlo. Che si ferma. Lo fulmini.

«Gliele ho regalate sei anni fa», racconta Martinelli, «per l’anniversario di matrimonio. Due ghigliottine della rivoluzione francese. A dire il vero sono due riproduzioni costruite nell’Ottocento».

«Veramente?» fa incredula la moglie di Baldanti.

«Cos’è la ghiglioppina?» fa il pupo Baldanti.

«Adesso te la facciamo vedere, Loris» fa la Pergoletti.

«No, dai Luana, ché poi s’impressiona» fa la madre.

«Voglio vedere la ghiglioppina!» fa Loris, e non riesci a trattenere un sorriso. Fategliela vedere, pensi, vedi mai che da grande capisce come usarla.

«Dai, su» fa la Pergoletti, e si alza dalla sedia, ti sembra che barcolli, «andiamo a vedere le ghigliottine».

Il bimbo esulta. Panuzzi ridacchia, Lorenzo e Annalisa si guardano interrogativi, poi si alzano. Si alzano anche gli ospiti serviti da Giancarlo. Guardi Giancarlo: ti guarda come se non capisse bene cosa deve fare. Niente, ovvio, finisci di aprire il vino e basta, gli dici con gli occhi. La Pergoletti ti urta per prendere il bicchiere. Ti fissa, dice:

«Su, venite anche voi» si volta verso Giancarlo, lo richiama con il dito, «così portate il vino».

* * *

Li seguite attraverso il corridoio che si snoda lungo il castello. Resti un po’ indietro, ti dici che ora devi stare concentrata, ci sarà il momento in cui tutto sarà finito, ma la tua mente non ti ascolta e continua ad unire i puntini: ripensi al perché hai lasciato Luca, e ti viene in mente quando hai imparato a lasciare. Fu un istinto, non lo avevi mai fatto prima, ma a un certo punto una nebulosa si aggregò in un atto e lasciasti Francesco, che già Annalisa aveva lasciato prima che tu lo conoscessi.

È stato tanti e tanti anni fa, e Francesco è stato il primo uomo che hai lasciato davvero, cioè dopo averlo amato davvero. Lo lasciasti quando ufficialmente lui ti aveva già lasciata, ma in certi casi le parole non significano nulla: ti aveva lasciata durante la primavera dell’ultimo anno; sembrava una follia generale: con l’avvicendarsi della fine del liceo e dell’esame di maturità le coppie storiche stavano esplodendo, compresa la coppia formata dall’ex rappresentante d’istituto ormai all’università e la sua ragazza, coetanea tua e di Francesco, oltre che sua ex. Annalisa. Ecco. Ecco. Arriva: a maggio, in quinta, Francesco ti aveva lasciata senza che tu capissi bene perché, vedevi solo che era irrequieto, che nascondeva una specie di terrore sotto una maschera di esaltato.

A luglio era tornato da te con la coda tra le gambe, confessando di essere andato con la sua ex, Annalisa. Parlò di suggestioni del passato, del fatto che sai, eravamo stati insieme ma non lo avevamo fatto, parlò di errore, di cose che ora anche lui capiva non avere nessun senso; disse che ti amava e pianse. Mentre ti parlava, l’immagine di lui con Annalisa ti frantumò l’anima in un modo che immediatamente comprendesti essere irreversibile. Decidesti che doveva imparare che certi gesti hanno delle conseguenze, doveva imparare la distanza di spazio freddo che aveva messo tra voi e nello stesso tempo l’affetto più intenso che potevi avere per lui: la ferma ma serena proclamazione che, da quel momento in poi, tutto ciò che sarebbe accaduto nella sua vita sarebbero stati solamente cazzi suoi.

Il liceo finì e Francesco, diversamente da ciò che sembrava aver deciso quando stava con te, non andò all’università: andò a lavorare nell’azienda di trasporti del padre. Faceva sia il camionista sia il contabile. Da allora lo hai incontrato solo ogni tanto, quando tornavi qui per le feste. Era sempre sorridente, ma era un sorriso in cui non vedevi più la luce, emanava ancora profondità, ma non emanava più potenza. Sapevi che era sposato, che aveva due bambini, che non aveva problemi economici.

Pochi giorni prima che Luca ottenesse il rinnovo del contratto, un’amica del liceo ti ha chiamata al cellulare mentre chiudevi il negozio di intimo per la pausa pranzo: la notte prima, nel parcheggio di un autogrill a cinquecento chilometri da casa, Francesco si era sparato con una pistola fabbricata da lui stesso, e nessuno sapeva perché.

E invece tu, all’improvviso, con le bottiglie di bianco nelle mani, capisci che lo sai, che lo hai sempre saputo, e che è questo tutto ciò che hai sempre cercato di dire a Luca, senza che lui capisse mai. Lo sai perché conosci il sangue gelido della materia, la polvere delle strade sterrate, la spina dorsale che ti tradisce prima dei trentacinque anni, conosci la disperazione delle campagne stuprate dal cemento gettato e poi abbandonato, conosci chi lo spazio mentale per dare un senso alle cose non lo ha mai avuto, e chi non si è più ricordato come prendersi cura di sé e si è lasciato andare, lo sai perché conosci il dolore, gli animali schiacciati dalle macchine sull’asfalto, i sogni dell’adolescenza che muoiono contro i muri del reale, conosci la morte, conosci una poesia disperata che non hai mai saputo dire, la parte di te che non è stata riconosciuta, e non ha trovato un abbraccio.

E adesso, adesso che con il tuo portamento porti il vino dietro a questa colonna di nazisti di merda, di folli schiavisti, dietro questi agenti del nulla, sai che le tue radici ti hanno afferrata e ti hanno trascinata qua perché c’è qualcosa che devi fare o qualcosa che deve succederti.

La Pergoletti accelera e apre una porta, allunga una mano nel buio e accende una luce. Entrate tutti. La stanza non è enorme: contiene appena il vostro gruppo e due ghigliottine alte almeno quattro metri.

«Ma sono rosse?» fa Panuzzi.

«Le originali sono rosse» spiega Martinelli, «le lame ovviamente sono nuove», poi indica un minuscolo portello di legno sulla parete, «le originali sono lì».

«Le volevo funzionanti» fa la Pergoletti ridendo.

«Vuoi usarle?» ghigna Panuzzi.

Ti sembra di vedere la mano di Annalisa stringere di più quella di Loris nella sua, mentre la piccola comitiva si chiude attorno ai due mostri di legno. Nella mente ti sfreccia qualcosa che ha a che fare con Annalisa e quel bambino, ma lo perdi.

«Adesso Loris ti faccio vedere come funziona», fa la Pergoletti. Vedi Annalisa seriamente alterata, e Lorenzo Baldanti che le tocca il braccio, sorride, dice qualcosa piano.

«Una volta con questa, Loris, in Francia, uccidevano i cattivi, i nobili. Sai chi erano i nobili?»

Loris scuote il capo.

«I nobili erano persone che si sentivano superiori a tutti gli altri, e per questo avevano fatto un regime in cui tutti stavano male e dovevano lavorare per versare tanti soldi ai nobili, che invece passavano il tempo a godersela».

La Pergoletti ride. Solo ora ti accorgi che Giancarlo le sta appiccicato. La Pergoletti si guarda intorno.

«Chi è il più nobile qui?».

Il suo sguardo passa in rassegna tutti. Si ferma su di te, ti si gela il sangue. Sorridi, fai non so con la testa.

«Tu sei nobile», ti fa, «hai fatto l’università, e poi lo ha detto anche Giorgio, prima, e mio marito ha confermato» lancia un’occhiata di astio a Martinelli, «che sei la migliore, che hai il portamento da nobile. Pensavamo anche di richiamarti a servizio da noi, sai? Anche senza Giorgio».

«È vero» fa Giorgio, soddisfattissimo, e ti fa l’occhiolino. Vorresti ucciderlo.

«Dai, sei anche della misura giusta: facciamo vedere a Loris come funzionava la ghigliottina».

Qualcosa dentro di te ha compreso più velocemente di te, perché stai poggiando le bottiglie di vino sul pavimento. È come un sogno: Luana Pergoletti ti prende per mano, senti Giancarlo ridacchiare, sei accompagnata presso l’asse basculante, che all’improvviso, con un colpo che ti fa vibrare tutto il corpo, si riversa in orizzontale e tu ti ritrovi con il collo sulla semilunetta di legno.

«Questa» senti dire dalla Pergoletti, «è la leva che chiude anche il pezzo sopra attorno al collo».

Senti il legno vibrare sotto la sua mano e hai un brivido. Ricordi che una volta Luca, mentre guardavate un film storico, ti aveva detto che le ghigliottine dei film erano sbagliate: la lunetta non si chiude a mano, si chiude con un marchingegno che è direttamente collegato alla lama: appena la lunetta è serrata la lama cade.

A malapena vedi il gruppo attorno a te; se forzi il collo e provi a sollevare il capo vedi Loris fissarti impaurito da dietro il corpo di sua madre, che si trova affianco a te. Non vedi l’ora di levarti da lì, non capisci come sia possibile che tu ci sia, lì; senti la Pergoletti spiegare ma non senti più quello che dice, speri che tutto ciò passi il più in fretta possibile. A un certo punto, mentre avverti di aver commesso un pericoloso errore nel gioco dello zelo e della guerra aperta, qualcuno si avvicina; senti l’alterazione del suo respiro, vedi i pantaloni neri da cameriere, senti la voce di Giancarlo dire:

«Loris, guarda, facciamo per bene: chiudiamo anche qui».

E senti il legno vibrare per la sua mano pesante, mentre urli.

Continua → parte 5

Parti: 1 · 2 · 3 · 4 · 5