Radici

Ti rendi conto che la lunetta si è chiusa, e che hai sentito un rumore che non dimenticherai mai più, ma la tua prospettiva non è cambiata. Per un po’ consideri che la testa sia semplicemente rimasta lì, che non sia caduta, muovi le mani, ma sai che può essere un fantasma; allora ti porti le mani davanti alla faccia; fai tre con la destra e due con la sinistra: torna con quello che vedi, la tua testa è ancora attaccata al resto del tuo corpo. Altre mani trafficano attorno al tuo collo: pensi siano le mani di Martinelli. Vieni liberata. Fanno ruotare il piano e ti aiutano a raddrizzarti. Quando sei in piedi, con Giorgio che ti regge sotto le braccia, vedi Annalisa. È in lacrime, trema, e fissa la lama della ghigliottina, che tiene bloccata tra i due palmi delle mani all’altezza del suo viso. La lascia. Scoppi a piangere.

* * *

State tornando nel furgone di Giorgio. Le strade sono buie, illuminate solo dai fanali. Giancarlo cerca di ridere e di parlare, ma parla a vanvera; gli trema la voce ma va avanti per sminuire, deve convincere tutti e se stesso e soprattutto Giorgio che non ha fatto niente di che. Non te ne frega un cazzo. Senti che scoppierai a piangere di nuovo, come ti è successo prima, quando ti hanno riaccompagnata in cucina quasi sorreggendoti, perché tremavi e vedevi solo lucciole; hai smesso di piangere solo quando ti hanno fatta sedere e Fadwa ti ha messo davanti un bicchiere di brandy; hai alzato lo sguardo, l’hai vista sorridere e strizzare l’occhio. «Ti fa bene», ha detto con l’aria di chi la sa lunga.

Il vicolo sterrato termina su una strada asfaltata, nei pressi di una rotatoria illuminata a giorno da lampioni gialli. Ci siete passati anche all’andata, hai già visto il cubotto di cemento con innestato il negozio di articoli sportivi, ma solo ora ti rendi conto del perché sentivi che, malgrado in quella zona non ci sia un metro che non sia stato deturpato, quel cubo in quel luogo stonava particolarmente. Lo capisci ora che vedi, nei pressi di un lampione, il segnale a freccia arrugginito, che indica una piccola strada subito dopo una delle uscite della rotatoria. Il segnale è ormai quasi illeggibile, ma tu sai che c’è scritto “DALLA CESARINA (OSTERIA)”. Quel segnale è lì da prima che sorgesse il cubotto di articoli sportivi e da prima che questa fosse una rotatoria. Lo seguivate quando con i tuoi amici vi inerpicavate in macchina sui colli, al sabato pomeriggio. Ti vedi sul sedile posteriore di una panda, con la camicia di flanella e il bomber, il viso pulito, gli occhi neri pieni di luce; accanto a te c’è Francesco, che sorride, con la maglietta dei Doors, e ti tiene la mano. Cosa ne è stato di quella Michela? Dov’è finito il futuro che in quel passato immaginavi avresti avuto? Dov’è finito il futuro di tutti coloro che erano con te e che si sono perduti? Guardi quella ragazzina nel fondo di te stessa, e capisci perché questa sera sei qui: Michela ti sta chiedendo di essere perdonata per quello che ha fatto, per quello che non ha saputo fare, per quello che non ha saputo diventare. Tutti quei ragazzi lo stanno chiedendo.

Scoppi a piangere, e nessuno dice niente.


Note

  1. Il racconto contiene un’interpolazione da La condizione operaia di Simone Weil.
  2. Non ho la più vaga idea di come funzioni davvero una ghigliottina.

Parti: 1 · 2 · 3 · 4 · 5

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