Altri Bolognesi

Questo racconto è stato scritto durante i festeggiamenti per l’annuncio della candidatura di Sergio Cofferati alla guida di Bologna. Gli storici sanno che la nostra fiducia era molto malriposta.

Zishan ha preso le faxe nelle lattine da un litro e ride come un vecchio assassino che non si annoia mai di ammazzare. Però le tiene ancora, le vietatissime moretti di vetro da 66 nel frigo. La gente fa avanti e andrìa attraverso la porta stretta della kebabberia, minuscola e irripetibile funzione del mercato multidimesionale. Quella porta divide la luce bianca e bollente espansa nei due metri per due della kebabberia di Zishan dai sassi rossi e gialli imbruniti dalla notte del Pratello, dal selciato massaggiante da cui io (PS) e il Marchese (MI) sudiamo solo a guardarli, là dentro, Zishan e Nadim.

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Io li chiamo i nomoteti

Appeso alla maniglia della finestra della cucina, il sacchetto della spazzatura contiene solo la metà della spazzatura. La seconda metà della spazzatura è al di sopra del sacchetto, o meglio, al di sopra della spazzatura che riempie il sacchetto: fazzoletti unti, scatolette di tonno, vaschette di mozzarella, i più svariati rifiuti dell’industia alimentare si inerpicano in spericolati pinnacoli per un’altezza pari a due terzi dell’altezza del sacchetto, sviluppandosi per una larghezza pari alla larghezza del sacchetto più un terzo. È spesso notevole mettere in rapporto il sacchetto della spazzatura con l’ultimo cassetto della cassettiera, perenemmente aperto a causa dell’enorme quantità di sacchetti di plastica che si è deciso esso debba contenere. Faccio un passo dentro la cucina. Sento qualcosa scricchiolare sotto le suole delle mie ciabatte. Torno indietro. Faccio la doccia, mi vesto, faccio colazione al bar con un cappuccino e una pasta ricoperta di glassa. Leggo il giornale. Penso a quello che loro mi hanno detto. Mi hanno detto che loro non esiterebbero a definire «pulito» ciò che vedono, ciò in cui vivono. Faccio cadere dalla felpa le briciole di glassa.
Dissolvenza.
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Aprile

– Sai – ha detto il Marchese col suo tono affabile, – io non sono del tutto convinto che l’ordinanza miri a penalizzare i pakistani, anche se effettivamente c’è un certo risentimento da parte di molti nei loro confronti.
Mi sono versato un altro bicchiere di pignoletto fermo, gli americani ai tavoli attorno facevano un casino del diavolo.
– Dici, Marchese?
– Bè, credo che anche i pub avranno delle perdite consistenti. Al Mutenye pare che abbiano fatto già delle multe, e i ragazzi si trovano nella condizione di dover fare gli sbirri sulla porta e fermare tutti quelli che escono con i bicchieri in mano. Poverini, sai che stress.
– Dici, Marchese?
– Hai visto il manifesto CinCin del Piccolo Gruppo in Moltiplicazione?
– Sì, l’ho visto, ma mi pare una cosa un poco fighetta, sarà la grafica. Non so, sono perplesso e filopakistano. Fuorisede, fuoristato, stessa merda. No? Poi quando farò i soldi andrò a farmi i frizzantini vestito con la grafica del manifesto Cin cin.
Abbiamo vuotato i bicchieri e siamo usciti sotto la pioggia. Quest’anno aprile è piovoso anche se tu sei qui. Forse ormai i pakistani sono diventati il simbolo di Bologna, per me, a forza di questo mio vivere in tesi, uscire alle undici e vagare per i diavoli miei da un pakistano all’altro, da una moretti all’altra, con la testa sempre troppo piena e il quaderno che mi hai regalato sempre troppo vuoto. È difficile prendere posizione, magari non lo farò più: scriverò dialoghi in cui io non compaio mai.
Io non so se voglio restare qui. Uscito dal corso, avevo la testa che mi scoppiava come i bidoni del rusco, e c’erano pezzi di robe anche fuori dalla mia testa come intorno ai bidoni del rusco in Piazza Santo Stefano. Sono entrato in casa che erano le otto e mezza. Ha squillato il cellulare, era Begotti, quello a cui pago l’affitto.
– Pronto.
– Senta io, a me, mi han detto delle cose, dei casini, a me queste cose non vanno bene micca.
– Eh?
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Rapporti, no?

Begotti mi chiama alle nove di sera e mi dice:
– Senti, per quella cosa che dicevi tu, si può fare, si può fare. Però bisogna che stiamo attenti. E poi bisogna che tu venga da me, così facciamo un po’ di conti.
– Quando? Domani va bene?
– Domani va bene, vieni alle tre e mezzo.
– Ok, alle tre e mezzo sono da lei.

Raggiungo Rah e andiamo all’Infedele. Prendiamo un nebbiolo.
– Te l’ho postato, te l’ho detto, – fa lui, – hai alzato il tiro, era ora. Lì per lì, quando ho visto New-Clear Wordz ho detto: ecco un bel progetto di Jago. Poi però non mi piaceva: Lan Tze non mi è piaciuto per un cazzo.
– Lan Tze era un sogno, un clima, c’è una contraddizione in fondo a Obiettivi e Sensibili: valorizzzare la scrittura in sé e per sé, come esercizio quotidiano senza pretese, e però cercare le nuove parole, per andare più in fondo: sto sempre a orbitare attorno al nulla come una cazzo di teologia negativa, e poi ’sta cazzo di tesi mi sta uccidendo i sentimenti, mi si è richiuso il terzo occhio, non sento un cazzo, e poi non ho nemmeno il tempo per stenderli, i racconti, e farli fermentare. E poi c’è anche… hai visto CapelliRossi?
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