Principi di devozione

Quell’inverno un programma per l’Amiga lasciava che ragazzini senza senso di realtà potessero credere di comporre musica. Quattro piste correvano parallele in verticale sullo schermo azzurro. Orizzontale, la linea del tempo tagliava le piste e faceva suonare ciò che la attraversava. Quando un campione appoggiato su una pista passava la linea del tempo, suonava, e la sua immagine si illuminava: sembrava, in questo dinamico alterco, che le piste si rincorressero l’una con l’altra senza superarsi mai. Fui chiuso in camera di mia sponte per pomeriggi interi, quell’isolamento forse non giovò alla mia coscienza e mi ritrovai infine a credere d’aver prodotto qualcosa di valore: una pietosa composizione che il dj di una radio locale mi aveva promesso di trasmettere. Tutto sommato, se lo avesse fatto sul serio, oggi non me ne sarei vergognato: l’esaltazione ingenua della nostra adolescenza è bella e la perdoniamo pur avvertendo che in fin dei conti sarebbe stato meglio per noi non essere così.
Nel programma azzurro dell’Amiga erano inclusi dei demo per mostrarti come prima di te altri avevano fatto le musiche sull’Amiga: lasciavi scorrere la composizione altrui sul sequencer, lasciavi che si illuminassero i campioni cercando di capire dove si dovevano mettere i pezzi della musica. Fu solo quando mi convinsi d’aver completato la mia creazione che li ascoltai tutti. Uno era spettacolare. Si chiamava “Ice Machine”. La resa del suono era terribile, ma la melodia era semplice e magnifica, stupida e sconvolgente. Usciva dall’Amiga: piripiripì-ppirì-ppippi, pi-piripiripì-ppirì-ppippi. Piangevo commosso per l’uomo che aveva composto quella musica celestiale e tristissima su un tristissimo e celeste programma per credere di fare la musica elettronica con l’Amiga. Quell’uomo doveva aver avuto un infarto lungo tanto quanto il tempo di comporla.

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