Qui c’è la uno
Qui c’è la due
Qui c’è la due e mezzo
Qui c’è la tre

Da dove viene Nanako? Il tipo Nanako, dico.
Come tutti sanno, gli anni Ottanta iniziano nel 1978, quando Rumiko Takahashi esordisce su Weekly Shōnen Sunday con Urusei Yatsura (Lamù), il cui successo è pressoché immediato. È difficile non sentire qualcosa di Lamù in Nanako, anche solo come negativo – Nanako, credo di aver detto qualche appunto fa, è una Lamù rovesciata.
So che sembra difficile, quando si ha a che fare con Nanako, non pensare anche alle maghette dello Studio Pierrot – che con Lamù sono comunque produttivamente imparentate – ma Nanako le precede: l’anime di Creamy Mami comincia nel luglio 1983, il manga di Nanako nel 1980 e l’anime di Nanako nell’aprile 1983. A conti fatti parlerei di uno spirito del tempo ed eviterei di affrontare giri di influenza.

Se Nanako ha degli antenati, almeno per quanto riguarda ciò che è arrivato in modi diversi in Italia, vanno cercati nel 1973, più o meno alla metà dell’era majokko pre-Pierrot – ci sono state Sally, Lo specchio magico, i bon bon di Lilly e Chappy; devono ancora arrivare Bia, Lalabel, Gigì e Ransie – e succede che lo shojo magico, inteso come gioco sulla proiezione fantastica del sé, si incrocia con l’henshin, il racconto di trasformazione di stampo fantascientifico: i risultati sono Cutie Honey di Nagai, che in Italia non sarà mai trasmesso, e quel piccolo capolavoro che è Limit, conosciuto in Italia come Cybernella. Tra l’altro, Limit e l’anime del franchise di Cutie Honey erano entrambi risposte allo stesso bando per un “programma generalista per l’infanzia con target femminile”; il ballottaggio lo spuntò Limit e Honey diventò quello che è diventato. In ogni caso, che Nanako peschi da queste parti mi sembra un dato di fatto.
E tra i due pesca sicuramente più da Cutie Honey, perché alla base di Cutie Honey c’è lo schema in cui l’antagonista desidera, per farne uso personale, qualcosa che è dentro il protagonista; curiosamente, sotto questo aspetto, il parente più stretto di Honey in casa Dynamic è Jeeg, motivo per cui chiamerò campana di bronzo questo schema narrativo basato sull’appropriazione dell’oggetto interno; si può altresì ipotizzare che sia la variazione di un tema caro a Shotaro Ishinomori, quello del protagonista come proprietà dell’antagonista che lo ha fabbricato e al quale il protagonista è sfuggito, come accade in Cyborg 009 e in Kamen Rider.

Incrociamo questa rappresentazione tragicomica del capitalismo con lo schema campana di bronzo e avremo Nanako. La mossa di Azuma in direzione Cutie Honey è demenzialmente vigorosa: i poteri di Nanako diventano un oggetto del discorso così centrale, così pressante che vengono anteposti alla stessa protagonista che li possiede; si tratta di autentica reificazione, e l’economia di mercato assume apertamente le sembianze dello sfruttamento da parte di Yotsuya (Leonetto). E chi certamente vede riverberarsi in Yotsuya l’antico male, lo Yamatai, il Panther Claw, è l’otaku Iidabashi (Bobolo) che, possiamo scommetterci, conosce molto bene gli schemi narrativi.

Inoltre, vi è chiaramente un’intersezione tra sfruttamento e questione di genere: è l’intero mondo maschile della storia a oggettivare Nanako – eccola, dunque, la Nanako che appare come il negativo di Lamù: Lamù non deve imparare a stare al mondo; è il mondo che deve provare a starle dietro, e nello specifico è il mondo maschile che deve riorganizzarsi intorno a lei; Nanako è nella situazione opposta: è lei che deve trovare spiragli di soggettività in un mondo maschile che la vede solo come incubatrice di poteri o, nel migliore dei casi, quello di Iidabashi, come proiezione del proprio romanticismo nerd – e i villain sono innamorati di lei in modi quanto meno sconvenienti; in particolare è interessante il caso di O-Tomo (Gotanda nell’anime) del quale abbiamo già parlato: nel manga O-Tomo vuole sottrarre i poteri di Nanako, per farci un film (schema campana di bronzo), nell’anime è un collezionista di esseri strani: Nanako è ridotta a un pezzo da collezione.

Persino quei tratti che lo spettatore italiano potrebbe scambiare per i più innocenti, se guardati da vicino raccontano tutt’altro: Seven e Eleven, i pennuti meccanici che compaiono solo nella serie tv, compaiono solo nella serie tv per un motivo: i loro nomi formano il nome dello sponsor della serie, 7-Eleven, una catena di konbini. Nel primo episodio Yotsuya dice di aver costruito i due piccoli robot per tenerle compagnia, salvo poi confessare a Iidabashi che si tratta di fatto di due cani da guardia, non a caso i due pennuti a lui si rivolgono con l’epiteto di capo o presidente: non sono animali da compagnia, sono personale aziendale. Al termine di ogni episodio, nella versione giapponese, Seven e Eleven dicono «Meno male che lo abbiamo guardato!» (l’episodio): è una variazione dello slogan della catena 7-Eleven: «Meno male che era aperto!», perché il nome 7-Eleven rappresentava l’orario di apertura e chiusura, che in seguito – benedetto sia il capitale – fu portato a ventiquattro ore su ventiquattro.

Tutte le illustrazioni italiane sono tratte dall’edizione Magic Press

